Sabato, 27 Maggio 2017 00:00

La buona gestione faunistica e venatoria paga. Sempre!

Scritto da  Roberto Mazzoni della Stella
Chi solleva dubbi circa le attuali capacità di sopravvivenza e riproduzione della piccola selvaggina accampa di solito, come una sorta di scontato rosario, argomenti come l’ambiente ormai impossibile, il clima impazzito, e via di questo passo. L’ambiente è certamente cambiato e lo stesso vale per il clima, ma siamo sicuri che siano davvero solo questi i fattori decisivi? Personalmente ritengo invece che, buona parte della differenza la faccia una buona o una cattiva gestione. Proprio quest’anno, tanto per fare un esempio, un’Azienda Faunistica Venatoria che seguo da sette anni, ha mostrato nei censimenti, tardo invernali della lepre e primaverili del fagiano, dei risultati confortanti.
Innanzitutto, occorre chiarire che da quando mi sono interessato alla gestione di questa A.F.V. è cessata qualsiasi immissione di fagiani allevati in cattività.
Per quanto riguarda le lepri, non c’è stato bisogno di alcuna indicazione in quanto da tempo immemorabile non sono state immesse. All’inizio le densità, tanto di fagiani quanto di lepri, erano a dir poco contenute. Oggi, invece, la popolazione di fagiano presenta una densità di oltre gli 80 capi per100 ettari e quella della lepre circa 30 capi per 100 ettari. Valori non certo eclatanti ma nemmeno disprezzabili, dati i tempi che corrono. Come sono stati raggiunti tali risultati? Va detto subito che non è stato fatto niente di strabiliante, sono stati applicati solo alcuni semplici accorgimenti.
Per prima cosa, già a partire dal 2011, è stato attuato il foraggiamento tardo invernale dei fagiani. Così, l’A.F.V. (non tenendo peraltro conto delle mie indicazioni, tutte a favore delle mangiatoie pensili), considerando le mangiatoie fisse esposte agli attacchi dei predatori, ha preferito condurre il foraggiamento distribuendo a mano semi di mais e grano lungo i viottoli che costeggiano siepi e boschetti. Da tenere presente, soprattutto da parte dei fautori interessati alla presenza del bosco all’interno delle Zone di Ripopolamento e Cattura e delle Aziende Faunistico Venatorie (più per il cinghiale che per il fagiano s’intende!), che l’A.F.V. in questione ha solo 14 ettari di superficie boscosa, rappresentati esclusivamente dalla vegetazione ripariale di torrenti e fossi.
A parte la realizzazione ogni anno di alcuni appezzamenti di sorgo e/o saggina (ma non un’esagerazione: circa 8 ettari), lasciati a totale diposizione dei fagiani, è stato preferito indirizzare le risorse disponibili verso il mantenimento di alcune fasce erbose, larghe solo qualche metro, lungo i margini di siepi, macchie, ecc. Questo accorgimento è stato adottato per consentire una stretta vicinanza tra ambienti di rifugio e feltri erbosi idonei alla nidificazione delle fagiane e all’alimentazione, data la presenza di insetti, dei fagianotti nelle prime settimane di vita. Infine, per quanto riguarda la caccia al fagiano, è stato adottato il criterio di non sparare alle femmine. In tal modo, con il passare degli anni, il rapporto femmine maschi è andato nettamente migliorando. Quest’anno, tanto per riferire una curiosità, è stato avvistato addirittura un maschio (beato lui!) con ben sei femmine.
Nel caso della lepre, potendo contare su una diffusa presenza di prati di erba medica, non è stato invece realizzato alcun miglioramento ambientale. Infine, negli ultimi anni, stante i divieti di controllo della volpe e dei Corvidi adottati dalla Provincia, non è stato possibile effettuare alcun contenimento di questi predatori. Nonostante ciò, queste popolazioni appaiono essere state capaci di assorbire in qualche modo le perdite dovute ad una pressione predatoria che non deve essere stata certamente uno scherzo. A questo proposito, viene da pensare cosa sarebbe successo nel caso in cui lepri e fagiani fossero state di allevamento? Ma, d’altro canto, anche cosa sarebbe successo se fosse stato consentito un normale contenimento dei predatori? Ai posteri l’ardua sentenza!
 
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