Venerdì, 04 Agosto 2017 00:00

Una riflessione in libertà

Scritto da  Roberto Mazzoni della Stella
 
A cavallo tra gli anni ’80 e ’90, i censimenti faunistici furono l’argomento di storici convegni dei biologi della selvaggina.
A quell’epoca si riteneva, infatti, che i censimenti faunistici fossero lo strumento per innescare una vera e propria rivoluzione culturale capace di educare il mondo venatorio ad una caccia non distruttiva. I censimenti faunistici, infatti, diligentemente condotti, dovevano fare da indispensabile supporto ad un prelievo venatorio proporzionato alla reale consistenza delle popolazioni cacciate.
Storicamente, per quanto riguarda l’Italia, la prima forma di caccia che si ispirò a questi sacrosanti principi fu quella che tutt’oggi viene definita, peraltro in modo del tutto improprio, caccia di selezione. In realtà, nelle aree appenniniche e subappenniniche della Penisola, la caccia al capriolo venne fondata, sul finire degli anni ’80, su criteri diametralmente opposti a quelli che erano stati fino ad allora alla base della caccia di selezione.
La caccia di selezione, infatti, ispirandosi ad una concezione gladiatoria della selezione naturale diffusa nel XIX secolo in ambiente mitteleuropeo, si fondava sulla distinzione tra soggetti ritenuti adatti, meritevoli perciò di sopravvivere, e soggetti valutati inadatti, perciò destinati ad una rapida soppressione. A questo stesso concetto di selezione si sarebbe ispirato, in nome della tutela della razza, anche il nazismo. Non a caso, nei campi di sterminio si sarebbe praticata la selezione degli inadatti.
 
A tale proposito, merita di essere riportata una notizia apparsa solo di recente, e per tale ragione forse ignota ai più, ma certamente significativa di un certo clima culturale. Il professor Alessandro Ghigi, fondatore, a suo tempo, del Laboratorio di biologia applicata alla caccia, divenuto poi Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina, successivamente Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica e infine, ai nostri giorni, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), era stato, negli anni ’30, un autorevole quanto fervente sostenitore delle leggi razziali emanate dal fascismo.
La caccia di selezione ai cervidi, da par suo, aveva adottato un criterio del tutto arbitrario per decidere chi fosse destinato al prelievo e chi, al contrario, fosse meritevole di conservazione: il trofeo. Va da sé che, sulla base di tale criterio, la caccia di selezione si svolgesse prevalentemente a carico dei maschi. E un prelievo così condotto, incidendo in misura notevole sulla struttura di popolazione, a lungo andare aveva finito per produrre dei guasti.
 
Al contrario, la caccia al capriolo concepita nella seconda parte degli anni ’80, sebbene anche Franco Perco avesse coniato il termine selecontrollori, si contrapponeva radicalmente a questa concezione, impostando la gestione della specie sulla base di un prelievo venatorio proporzionato alla consistenza delle popolazioni e ripartito in misura equilibrata tra le diverse classi di sesso e età.
Di qui la grande importanza data ai censimenti, quale strumento non solo per orientare il prelievo in senso quantitativo e qualitativo, ma anche per educare i cacciatori ai principi della gestione venatoria conservativa. E non è un caso che i corsi per i cacciatori dessero un grande rilievo al concetto di prelievo sostenibile, alle tecniche di conteggio e alla corretta conduzione dei censimenti.
Ma già allora non tutti credevano nel potere educativo dei censimenti e la successiva svalutazione di questi fondamentali strumenti di un’oculata gestione faunistica venatoria ha forse aperto la strada ad una sorta di ritorno al passato, ad una selezione sterminatrice.
 

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