Giovedì, 21 Settembre 2017 00:00

Lepre ambiente e siccità

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Si fa un gran parlare in questa torrida estate del disagio della fauna selvatica. Tuttavia, se c’è un animale al quale la siccità giova, quello è senz’altro la lepre. La lepre essendo un animale originario delle steppe euroasiatiche, si adatta abbastanza bene ad ambienti siccitosi.
Ciò che maggiormente danneggia questo animale è, infatti, l’esatto contrario: l’umidità. Non a caso i mesi dell’anno nei quali si registrano le maggiori perdite di lepri sono proprio novembre e dicembre, ovvero i mesi più umidi. Guai a lasciare, ad esempio, le lepri all’interno dei recinti di ambientamento e/o di allevamento durante la stagione delle piogge. Questa autentica cavolata si paga nella stragrande maggioranza dei casi con il rinvenimento di elevate quantità di soggetti morti.
Le primavere e le estati piovose sono dunque da considerarsi per i leprotti alla stregua di una vera e propria iattura. Non a caso le lepri fanno di tutto per evitare ambienti con forti ristagni di acqua e i terreni, come quelli argillosi, che prolungano la permanenza dell’acqua sul terreno.
L’avversione, se così ci si può esprimere, per l’umidità che manifesta la lepre è fortemente legata alla sua estrema vulnerabilità nei confronti delle parassitosi intestinali e delle infezioni polmonari. Tutte patologie legate, appunto, agli effetti indotti nell’organismo della lepre da forti precipitazioni e prolungati ristagni dell’acqua sul terreno.
L’eccezionale siccità che quest’anno ha caratterizzato la primavera e l’estate nel nostro Paese, ed in particolare nel centro-sud, non dovrebbe aver danneggiato più di tanto la riproduzione naturale delle lepri. Al contrario, può ragionevolmente aver ridotto il tasso di mortalità giovanile.
D’altra parte, le esigenze idriche della lepre sono tali che essa è in grado di soddisfarle tramite la normale assunzione di foraggio verde, reso ancor più ricco d’acqua dalla semplice rugiada.
Ciò detto, se ci soffermiamo per un momento a riflettere sui cambiamenti in corso negli ambienti collinari, non possiamo fare a meno di osservare come, a seguito dell’abbandono più o meno marcato della cerealicoltura e in conseguenza dell’adozione delle misure agroalimentari dell’Unione Europea, si sia venuta formando in queste aree una sorta di vera e propria prateria. Vasti ambienti agricoli lasciati a riposo colturale, se non addirittura abbandonati, hanno dato luogo ad una realtà del tutto nuova. Se ritorniamo con la mente ai deserti arativi che un tempo non tanto lontano caratterizzavano i terreni cerealicoli e che riducevano in modo drastico le possibilità di alimentazione delle lepri per il lungo periodo compreso tra l’autunno ed il tardo inverno, è del tutto evidente che le condizioni di vita della lepre sono profondamente cambiate. La stessa adozione in tanti vigneti D.O.C.G. di un tappeto erboso di leguminose per contrastare le erbe infestanti ha indubbiamente favorito le lepri. Se non altro assai più dei diserbi!
Però attenzione! Tutto questo, pur favorendo indubbiamente le popolazioni di lepri (e il contenuto aumento dei carnieri lo dimostra), non ha certo indotto un vero e proprio boom demografico della specie. Le lepri, infatti, raggiungono le loro maggiori densità nelle arie ad elevata variabilità ambientale, così come era la campagna prima dell’industrializzazione dell’agricoltura, non certo negli ambienti monotoni quali appunto le praterie o le steppe.
Ovviamente la lepre non è l’unico animale ad essersi avvantaggiato di questi cambiamenti ambientali. C’è un’altra specie che ne è stata favorita in misura ben superiore alla lepre : il capriolo. Un animale, quest’ultimo, assai meno dipendente dalla variabilità ambientale. A questo piccolo cervide va benissimo la prateria in quanto tale e il suo prodigioso sviluppo demografico lo testimonia. C’è invece una specie, ahinoi granivora, che è stata pesantemente sfavorita dalla drastica riduzione dei terreni coltivati a cereali: il fagiano. E anche questo si vede. Eccome si vede!

Roberto Mazzoni della Stella

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