Venerdì, 22 Febbraio 2013 00:00

Il Longbow e i suoi perchè

Scritto da  Damiano Mastroiaco

Proviamo a immaginare un campo da calcio interamente rimboschito.
In uno spot televisivo, Luciana Littizzetto viveva una identica situazione, diranno subito i miei piccoli lettori… Ma sappiano, costoro, che il sottoscritto l’aveva immaginata prima, e che la non appartenenza a casta alcuna gli impedì di trarne vantaggio.

Sfogato il veleno, immaginiamo ora che la densità boscosa, fra arbusti e alto fusto, sia particolarmente alta, e poi immaginiamo che questo paradisiaco intervallo silvestre sia oggetto di una nostra innocente passeggiata. Certo a girarlo tutto ci mettiamo ben poco; ma immaginiamo invece di esserci abbarbicati su di un tronco a sei metri d’altezza, con uno di quegli accessori che chiamiamo treestand, e che consentono agli arcieri cacciatori americani, eredi loro come noi del grande arciere Giulio II della Rovere, di attendere la preda nella migliore posizione.

Immaginiamo, adesso, di esserci arrampicati lì sopra già la sera prima, e di aver atteso tutta la notte le prime luci dell’alba, per trafiggere con una freccia il grande solengo, il nostro cinghiale di una vita. Esposti al freddo e alla solitudine di un’intera notte autunnale, il boschetto ci sembrerebbe esteso come gli sterminati rimboschimenti svedesi resi celebri da un’altra fortunata campagna pubblicitaria. Ma non sarebbe soltanto questo a farci sentire piccoli e sperduti, nel nostro "fazzoletto dei sogni".
E’ risaputo che, venatoriamente parlando, un tiro d’arco oltre i 25 metri sarà rarissimo, specie se eseguito da una postazione sopraelevata. Ma tutto ciò, è giusto rimarcarlo, può solo aumentare la difficoltà del nostro cacciare, e con essa, anche la nostra dignità di VERI Cacciatori. Poi, l’"accettabilità sociale" di tutto questo, e di ciò che siamo, verrà da sé.

Proviamoci.

Il longbow a Caccia

Protagonista di guerre sanguinose e competizioni eleganti, l’arco lungo inglese, o Longbow, ha saputo ispirare non solo le vicende venatorie dei primi, coraggiosi riscopritori, ma anche la vena letteraria di personaggi come Walter Scott o Stevenson, grazie ai quali intere generazioni di adolescenti trassero ispirazione e passione.

E che dire di Saxton Pope e Art Young, i grandi pionieri della rinascita della caccia con l’arco? Ai primi del Novecento, ormai più di cento anni fa, decisero che cacciare con le armi da fuoco fosse diventato troppo facile, e troppo poco "etico" per una consapevolezza ambientale, antropologica e culturale che li vedeva ancora una volta antesignani: conobbero Ishi, uno degli ultimi nativi americani "puri", di quelli vissuti senza alcun contatto con l’uomo bianco, e grazie a lui impararono cose che le generazioni euroamericane precedenti erano state addestrate ad ignorare sistematicamente, dalle tecniche di caccia a quelle di costruzione degli archi nativi. L’indiano Ishi, come all’epoca tutti lo conobbero, insegnò ai due tutto ciò che sapeva, comprese le peculiarità culturali di un cacciatore nativo: per Ishi la caccia e il tiro erano indissolubilmente legati, al punto di trovare inconcepibile che i bianchi usassero l’arco in piedi, senza inginocchiarsi per nascondere la sagoma, e al punto di cacciare con successo scoiattoli a distanze pazzesche, ma di risultare assolutamente incapace di colpire una sagoma disegnata, e a distanze inferiori.

Il loro primo amore, l’arco lungo, seguì tuttavia Pope e Young perfino in Africa, dove dimostrò di essere in grado di vedersela anche con le prede più difficili.

 

Il Longbow oggi

Sarà stata forse la sindrome "millenaristica" che si accompagnò all’anno 2000 e alla riscoperta del Medio Evo, o un processo identitario già in atto, sta di fatto che gli appassionati di arcieria tradizionale, e in particolare di tutto quanto legato al longbow, sono da allora in costante aumento: si assiste perfino a competizioni miste compound-ricurvo-longbow, e fior di artigiani si sono espressi nella produzione di archi tradizionali di eccellente fattura, il tutto accompagnato da una dedizione in tutto simile a quella che segnò la rinascita della grande coltelleria artigianale.

Ma è la SFIDA, il vero motore dell’arcieria tradizionale, almeno all’inizio, e almeno negli ambiti venatori: più il Cacciatore si evolve, più difficoltà ESIGE di incontrare, e l’arco tradizionale, in particolare il longbow, sembra strizzargli l’occhio dall’abisso dei secoli.
Che lo si usi per il cinghiale, per gli altri ungulati o che ci si spinga fino al tiro a volo nella piccola caccia, le soddisfazioni che questo "semplice" attrezzo può regalarci sono ENORMI.

Damiano Mastroiaco

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