Domenica, 06 Gennaio 2013 00:00

L'arco nei secoli

Scritto da  Cacciando

La caccia con l'arco è pratica antichissima che ha accompagnato l'uomo nel corso della sua plurimillenaria storia; così è stato sino a quando non è stata soppiantata dall'attività venatoria effettuata con le armi da fuoco.

Molteplici sono le iconografie e le raffigurazioni che testimoniano di questa attività; basti pensare alle primitive pitture rupestri che stilizzavano cacce alla renna, a bisonti o a cervi preistorici; ai bassorilievi mesopotamici e assiri che celebravano la caccia al leone; a fragili papiri egizi in cui si vedono faraoni sui veloci carri da guerra e da caccia che scoccano potenti frecce da lunghi archi dalla bellissima curvatura; infine alle scene di caccia dipinte e miniate sui preziosi manoscritti medievali.

Ma è la stessa storia dell’arco che si perde nella notte dei tempi, e sulla sua invenzione gran parte degli studiosi sono concordi nell’individuarla tra 12.000 e 15.000 anni fa, nella così detta "Età della Pietra" a cavallo tra il Paleolitico e il Mesolitico; altri invece propendono per una datazione ancora più antica.

Con la fine dell'ultima glaciazione, quella di Würm., avvenuta tra 15000 e 10000 anni fa, vi fu un aumento delle temperature e i ghiacciai ripresero a sciogliersi. Il livello dei mari si rialzò nuovamente e l’uomo risalì le valli abbandonate dai ghiacci e dove la vegetazione aveva ripreso possesso del territorio, offrendo alimentazione agli animali selvatici.

In territori che erano stati letto di ghiacciai i cacciatori dell’epoca necessitavano dunque d’armi a lunga gittata che consentissero loro di colpire le prede senza lunghi ed estenuanti avvicinamenti, ostacolati com’erano dalla mancanza di folta vegetazione che li nascondesse.

Lo stesso " Uomo del Similaun", il famosissimo Oetzi, trovato a 3213 metri d’altezza su un ghiacciaio al confine tra Italia ed Austria, era un cacciatore dell’ "Età del Rame" morto durante un’azione di caccia in periodo compreso tra il 3300 e il 3100 a.c. , oltre 5000 anni fa!

Oetzi aveva con se un arco in legno di tasso ancora in costruzione (secondo alcune valutazioni poteva essere lungo 182 cm., 20 cm più dello stesso Oetzi, avere un carico di 50/60 libbre e un allungo netto di 762 mm) e una faretra con due frecce pronte e altre in lavorazione.

 

L’arco non fu solo strumento di caccia ma pure di guerra, e la sua creazione fu importante tanto quella della ruota, la conquista del fuoco e la lavorazione dei metalli; ciò spesso lo si ignora ma in realtà, dal Paleolitico fino all'avvento delle armi da fuoco nel XVI secolo, l'arco ha contribuito a determinare il corso della storia.

Con la nascita dei primi villaggi stabili, dell’agricoltura, della pastorizia, della proprietà privata, vi fu pure l’esigenza di nuovi strumenti di difesa in grado di respingere assalti di nemici o di fiere pericolose, e quell’arma sembrò la più adatta.

L’arco si è dimostrato fondamentale tanto per i nomadi che dalle sconfinate steppe dell' Asia centrale fondarono vasti imperi giungendo a dominare la stessa Cina, quanto per gli eserciti medievali che si combatterono in Europa.

Presente in tutte le culture, nel corso dei secoli è stato profondamente modificato divenendo da strumento rudimentale qual’era, costituito da un semplice ramo curvato e una corda tesa tra le estremità, un dispositivo meccanico altamente sofisticato in grado di scoccare frecce con una grandissima precisione e potenza.

Da oriente a occidente se ne diffuse l’utilizzo, e ce lo racconta lo stesso Omero nei suoi poemi epici; tutta la mitologia greca ne è pervasa.

In oriente se ne usa una forma composita, costruito con materiali diversi come tendini, corna d’animali, metalli e legno strettamente legati tra loro, assumendo forme sofisticate sino alle "doppie curvature" che caratterizzarono l’arco mongolo utilizzato dalle truppe di Gengis Khan.

In occidente al contrario prevalse in una versione più semplice, e forse più razionale, anche a partire dal materiale di partenza che è il legno, sino alla forma "mono curva"; si tratta in sintesi di uno strumento meno potente ma egualmente efficace e il "Longbow" inglese, in legno di tasso, ne è il migliore esempio.

In ogni caso le gittate di questi magnifici attrezzi da caccia e da guerra superano già i 200 metri.

Durante la famosa " Guerra dei Cento Anni" (1337-1453) l’arco Longbow divenne protagonista assoluto, determinando la vittoria finale.

Ecco qui un’interessante documento:

SCHEDA SULL'ARCIERE NELL'ESERCITO INGLESE NELLA GUERRA DEI CENTO ANNI

1. Proveniva dai villaggi e dai campi, non possedeva beni o ricchezze significative.

2. A volte era un fuorilegge od un lestofante perdonato.

3. Non era un uomo stimato, ma aveva abilità e forza, doti tipiche dell'abitante delle campagne.

4. Si trovava a sua agio nei boschi, era abituato a gare e competizioni di tiro, diffuse in tutti i villaggi.

5. Nell'esercito era inquadrato in truppe scelte, ben addestrare, efficienti. Erano ben retribuiti, indossavano una comoda giacca allacciata alla vita ed in testa portavano un elmetto di cuoio irrobustito con due listelle di ferro incrociate.

6. Nel 1347 l'esercito di Edoardo III era così composto: 5.340 CAVALIERI - 26.963 FANTI - 20.076 ARCIERI di cui 4.025 a cavallo .Qualunque fosse la grandezza dell'armata, gli arcieri erano sempre presenti in un rapporto di almeno 2 a 1 fra le truppe d'assalto.

7. Tirava a 300 iarde o più con frecce leggere ed a 275 iarde con frecce pesanti ed archi da combattimento dotati di libraggi notevoli.

(La Compagnia Bianca. Arcieri Medievali Militari. Compagnia Milanese di Rievocazione Storica. www.compagniabianca.it )

 

Nella sua lunga vita l'arco ha subito ben poche modifiche, determinate principalmente dai materiali che v’erano a disposizione per realizzarlo.

Il principio di base però è rimasto il medesimo: una leva che accumula tutta l’energia attraverso la trazione della corda, e che al momento del rilascio la trasmette alla freccia che viene scoccata.

Si tratta dunque di uno strumento molto semplice ma che va padroneggiato con adeguate tecniche, una buona preparazione fisica, infine un ….calibrato controllo mentale.

Tornando ai nostri archi da caccia ne esistono tre tipologie: il Longbow, il Ricurvo ed il Compound.
I primi due sono evoluzione di quegli archi antichi usati per millenni, anche se le tecniche moderne e i rivoluzionari sistemi di lavorazione e di incollaggio del legno hanno permesso l’ottenimento di risultati eccezionali in termini di velocità e di precisione.

Il "disegno" è però rimasto sostanzialmente molto simile a quello delle antiche raffigurazioni.

Il terzo tipo è invece una moderna invenzione, "compound" in inglese vuol dire composto, nata negli Stati Uniti verso la fine degli anni sessanta e frutto della mente di Holles Wilbur Allen (1909-1979).

L’americano era un cacciatore con l’arco che s’era posto il problema di ottenere uno strumento che consentisse di elevare i "libbraggi", aumentando così la potenza e la velocità, diminuendo gli sforzi necessari ad ottenere la trazione della freccia.

Ci riuscì attraverso nuove tecniche d’incollaggio e moderni materiali, ma specialmente utilizzando delle speciali "carrucole" di tipo eccentrico, che consentirono al suo arco d’ottenere performances incredibili.

Una grande evoluzione è stata fatta in ordine alla costruzione delle frecce, che in origine erano solo delle asticelle in legno con un osso o una selce utilizzata come punta, mentre ormai vengono costruite in alluminio e carbonio con punte a lame in acciaio e titanio taglienti e durature.

Alcune di queste lo sono talmente che, se scoccate da archi compound d’elevato libbraggio, sono in grado di perforare la spessa pelle dei pachidermi africani.

 

L’arco a caccia è dunque, nell'era delle moderne armi da fuoco sempre più sofisticate tanto da consentire d’attingere un bersaglio a distanze….impossibili (e certamente poco etiche); uno strumento concettualmente arcaico, ma pure moderno, regalando ai cacciatori che lo praticano immense soddisfazioni, legate più all’azione di caccia che al carniere.

L’arciere deve saper "leggere" le tracce lasciate dal selvatico sul terreno, sviluppando al massimo l’istinto predatorio che Madre Natura gli ha consegnato in dote; deve vivere il territorio in cui caccia con la consapevolezza d’esserne elemento costituente, seppur con un ruolo differente.

La letalità dello strumento, che grazie alle moderne tecnologie è diventato sempre più potente e preciso, è indiscussa, ma si sposa con la necessità di evitare inutili sofferenze alle prede cacciate; diventa perciò necessario che vengano colpiti i punti vitali degli animali (principalmente ungulati) evitando tiri improvvisati o precipitosi e riducendo la distanza di tiro a 30/40 metri (e non i 90 a cui si tira al "paglione" delle gare olimpiche).
Per ogni arciere la caccia è prima di tutto una sfida con se stessi.

 


 

 

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