Giovedì, 17 Gennaio 2013 00:00

L'occhio del breton...per la beccaccia

Scritto da  Federico Pellegrinelli

Sull’epagneul breton molti illustri cinofili hanno scritto e raccontato con dovizia di particolari circa le caratteristiche morfologiche, le qualità venatorie, la versatilità e molto altro ancora, non è quindi mia intenzione tediarvi con rapporti cranio muso, lunghezza scapolo ischiale oppure con la tipicità del galoppo anche perché all’età in cui scoccò la mia prima scintilla, preadolescenziale, ero completamente digiuno di tale letteratura, e fu così che forse per caso o guidato dal destino ritrovai, nella periferia della mia città, un bell’esemplare di epagneul breton. Il cane aveva il collare e non sembrava denutrito e dopo poche carezze mi seguiva fiducioso. Le mie conoscenze canine di quel periodo si fermavano ai segugi italiani, che circolavano per casa e mio padre utilizzava nella caccia alla lepre, quindi come tutte le novità quel cane bianco arancio dal pelo lungo che mi seguiva, ai miei occhi, appariva ancor più bello.

Decisi che avrei dovuto tenerlo, ma come ? Vicino a casa mia, in un vecchio palazzo, vi erano delle cantine abbandonate e quella poteva essere la sua casa. Raggiunsi il posto e vi accomodai il cane che sembrava stranamente gradire il nuovo giaciglio, da casa presi del pane e un po’ d’acqua che portai al mio nuovo amico. Il giorno seguente prima di andare a scuola passai dal cane che si mostrava tranquillo. Lo feci uscire un pochino per poi tornare a prenderlo al rientro da scuola. Intanto i giorni passavano e non sapevo come raccontare l’accaduto a mio padre, il quale sicuramente si sarebbe attivato per ricercare il padrone del breton. Per il timore di venire privato del mio nuovo amico rimandai ancora la decisione di informare i miei familiari. Intanto da casa continuava a mancare il pane e altri alimenti e mia madre si stava insospettendo pericolosamente. Preso coraggio, una sera decisi di raccontare tutto a mio padre il quale volle vedere subito il cane e come previsto si mise alla ricerca del proprietario che in breve tempo fu rintracciato e si precipitò per recuperarlo.

Per me si sprecarono gli elogi e i buffetti sulle guance, nonché un pacchetto di caramelle gentilmente concesso in dono dal proprietario del cane che peraltro si scoprì essere un ottimo soggetto vincitore di diverse prove Enci e Federcaccia. Come direbbero gli etologi forse avevo già avuto un particolare tipo di apprendimento per esposizione (imprinting). Si, ero stato esposto al contatto con un epagneul breton per diversi giorni rimanendone irrimediabilmente contagiato. Ancor prima di terminare le scuole superiori mi ritrovai a far pratica nello studio di un noto commercialista, il compianto prof. Giuliano Vittori, grande cinofilo bretonista il quale aveva allestito il proprio allevamento "della Palmaria" nientepopodimenoche nella grandissima terrazza dello studio. Le mie giornate lavorative trascorrevano tra partite doppie, ratei, risconti e……… bretons che mi osservavano curiosi da fuori la finestra. Fu così che nel ’78, ormai affetto da conclamata "bretonite", acquistati dal mio stesso principale il mio primo soggetto, una bianco nera progenie di famosi lombi, il padre era il Ch. Rip. Delfo della Galatea. La cagna seppe regalarmi grandissime soddisfazioni sia in prova come a caccia. A lei ne seguirono molti altri ancora, fino ai nostri giorni, ma quella che più ricordo tra tutti fu la mia Frida di Val Parma, una bianco nera figlia di Sherif.

 

Cagna di grande mentalità, con avidità e fondo inesauribili, dall’intelligenza sorprendente, formidabile fermatrice e dal riporto collaudato. Nata da una cucciolata studiata insieme all’amico prof. Bordini titolare dell’allevamento "Val Parma", fu lei a insegnarmi cosa volesse dire veramente la caccia alla beccaccia. Questa era una cagnina vissuta in era pre-beeper che, con la maturità, aveva capito che se le mie affannose ricerche non mi permettevano di rintracciarla in ferma velocemente, ciondolava leggermente la testa per farmi udire qualche secondo il tintinnare del campano ed essere individuata. Ho ancora, ahimè, vivido il ricordo di quando dopo avere fermato e guidato per un tempo apprezzabile una beccaccia corse avida al riporto e nel consegnarmi nelle mani l’ambito trofeo notai che quelle cartucce facevano molto sangue, essendo l’animale intriso di un rosso vivo. Osservando meglio mi accorsi che il sangue non era della beccaccia bensì del cane che, nella foga del riporto, si era trafitto il bulbo oculare con una spina di pruno. Corsa dal veterinario con inevitabile asportazione del bulbo e cucitura delle palpebre. E fu così che dall’età di tre anni iniziò a cacciare con un occhio solo e questa menomazione non sembrò mai ridurre le sue meravigliose capacità venatorie. Molti sono gli episodi che mi tornano alla mente ma tra i più significativi ricordo quando a stagione inoltrata, io ed il mio amico, stavamo inseguendo da molto tempo una "pasturona" che ogni volta la faceva franca.

Quella mattina decidemmo in macchina la strategia del giorno, io sarei andato a piazzarmi ai margini di una radura a est mentre lui avrebbe preso posto in uno spiazzo esistente nel bosco a ovest. Salimmo nel bosco con la cagna al guinzaglio, il mio amico prese il posto e io continuai a salire ancora con la cagna legata. Giunto in un punto prestabilito misi la cagna al terra e raggiunsi la mia postazione a est. Piazzatomi feci un fischio alla cagna che già sapeva cosa fare e intraprese la cerca tra me ed il mio amico, di lì a poco il campano tacque, non molto lontano dalla mia postazione. Tentennai a lungo non sapendo se fosse meglio andare a servire il cane o attendere il frullo da dove mi trovavo. Decisi di anticipare la cagna sapendo che quella beccaccia era solita pedonare per molti metri e involarsi lontana dal cane. Nella semioscurità del bosco intravedevo il bianco candido della cagna con la testa protesa in alto indicandomi che lei c’era ma piuttosto lontana. Affrettai ulteriormente il passo per cercare di ridurre l’ipotetica distanza con la fuggitiva. Mi fermai. Ormai ero molto avanti alla cagna e lei doveva essere per forza tra me e il cane. Sbagliato! Il frullo ovattato alle mie spalle decretò il crollo di tutte le strategie e voltatomi velocemente le intravidi ormai lunga sulla cima delle piante. Lasciai andare un tiro più per rabbia che per convinzione. Lei oscillò impercettibilmente e continuo il volo fino a saltare una strada provinciale e sparire molto lontana tra le chiome delle querce di una riserva di caccia. Nel frattempo il mio amico che si era portato a ridosso del cane disse "ma perché hai tirato, era troppo lunga" risposi "lo so ma è stato un tiro così, istintivo e comunque mi sembrava toccata". "Ma và non l’hai manco sfiorata a quella distanza". "Va bè. Intanto lascio un ramo in corrispondenza del punto in cui saltatato la strada ed al ritorno mando la cagna a cercarla".

Risata del mio amico "a cercarla ? e dove ? è andata lontanissima e poi è entrata in quella riserva".

La mattina cacciammo fino all’ora di pranzo e i cani ci consentirono di prelevare due beccacce. Nella riserva adiacente era giorno di silenzio e nessuno cacciava. Al rientro alla macchina dissi al mio amico di tenermi il fucile perché sarei andato a cercare la beccaccia della mattina. E lì giù….ancora risate. Arrivai in prossimità del ramo, peraltro posizionato al bordo della strada asfaltata e slegai la cagna nel bosco della riserva.

Partì con grande energia in linea retta e poco dopo il campano svanì.

Mi addentrai nel bosco e udii a malapena il campano molto lontano da me. Cercai di seguire il suono seppur flebile ma la cagna si allontanò sempre di più e il campano sparì definitivamente. Si fece tardi e iniziai a chiamarla, ma nulla. Proseguii la ricerca nel bosco senza esito. Pensai che forse poteva essere tornata alla macchina e mi incamminai.

Alla macchina il mio amico mi disse che la cagna non era rientrata e quindi decisi di andare nuovamente a cercarla, quando udii chiaramente il tintinnio molto lontano e il suono mi diceva che la cagna stava tornando da me. Cercandola con lo sguardo la vidi nel bosco stanca ma trionfante, ma….. ma…… aveva la beccaccia in bocca !!! Quella beccaccia che la mattina si era presa una mia fucilata aveva tre pallini in corpo e, dopo aver volato per centinaia di metri, era caduta. Io ed il mio amico ci guardammo increduli e nessuno osò profferir parola.

Entrambi, in un silenzio quasi religioso, guardammo a lungo con un velo malcelato di commozione quel cagnetto bianco nero, orbo, che rimase seduto ai nostri piedi in attesa di consegnare la preda senza che potessimo spiegarci il segreto di un recupero che, per noi due cacciatori con vena romantica, ebbe del miracoloso. Lei visse con me per sedici meravigliosi anni lasciandomi bellissimi ricordi delle giornate trascorse insieme.

Sarà anche per questo che ho imparato ad amare gli epagneuls bretons ed emozionarmi con loro.

 

 

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