Venerdì, 13 Ottobre 2017 00:00

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Scritto da  Marco Benecchi
Mentre percorrevo in macchina l’Aurelia in direzione di Grosseto, mi sembrava di aver imboccato un tunnel di piombo.
Quella domenica se non avesse piovuto sarebbe stato proprio un miracolo. Come al solito ero in anticipo e così me la stavo prendendo comoda anche perché, in lontananza, già vedevo i familiari monti della Parrina, la ricca riserva di caccia che si trova proprio davanti alla laguna di Orbetello. Per quel giorno il colonnello di turno aveva previsto il diluvio universale, ma io non avevo saputo resistere alla tentazione ed ero andato a caccia ugualmente. Come si fa a rinunciare ad un invito a partecipare ad una battuta di caccia al cinghiale alla Parrina?
La Parrina è una tenuta molto ben gestita dove, mediamente, in ogni battuta si catturano un meno di una ventina di cinghiali. Tutte le volte che ho avuto l’onore di andarci a caccia, l’ho sempre fatto con molto entusiasmo.
Raggiunsi il casolare di caccia che ancora non pioveva e sul posto trovai subito tante vecchie conoscenze, con le quali scambiai le nostre ultime esperienze balistico-venatorie. In breve, l’ampio piazzale antistante la casa di caccia si riempì di cacciatori, ce n’erano per tutti i gusti.
Un giorno devo ricordarmi di fotografare i personaggi più caratteristici, come il vecchio buttero maremmano bardato di cosciali bicolori in pelle di capra o in vitellino, con in spalla la sua vecchissima doppietta a cani esterni modello “Tiburzi”, oppure il raffinato “safarista”, vestito in Loden  o in completo Barbour, armato di Express rigorosamente tenuto per le canne aperto sulle spalle e spesso in compagnia di altrettanto ben vestita, gentile consorte.  Al sorteggio delle poste mi toccò la 44, ed io mentalmente risposi: “Magnum”!
Il capocaccia mi disse che era una buona posta, che si trovava a circa metà dello schieramento e che avrei avuto anche un bel tratto di larga a disposizione per sparare, cosa  sempre ben gradita per chi caccia il cinghiale con una carabina. Noi poste prendemmo posizione lungo un cessa - tagliafuoco che delimitava due grossi corpi di macchia. Avremmo battuto quella verso mare, sempre che il tempo ce l’avesse permesso.
Per la pioggia ho un odio atavico, così sfruttai il breve tempo che avevo a disposizione prima dell’inizio della battuta per prepararmi una comoda pensilina utilizzando l’ombrello “Toscanello” e pochi metri di cordino. A dispetto dei vari poncho, tele cerate, giacche impermeabili ecc, è solo stando riparato a dovere e non troppo bardato che riesco a sparare bene ed avere una certa libertà di movimento.
Avevo con me la Browning Battue BAR  MK II calibro 30.06 S, corredata di puntamento elettronico Redfield E.D.S. con reticoli intercambiabili e di munizione ricaricate TIG da 150 grani. La Redfield garantiva l’impermeabilità dell’ottica dichiarando che poteva essere montata addirittura sopra un fucile subacqueo, ma nel caso avesse piovuto il mio pensiero sarebbe stato quello di proteggere, più che il sottoscritto, proprio il prezioso strumento ottico.
Suonò il corno e non passarono cinque minuti che subito esplose una coreografica canizza. Subito dopo seguirono anche i primi spari ed io, con gli occhi puntati verso il cielo, pregavo l’Onnipotente che ci concedesse qualche ora.  Ad un tratto sentii un violento sfrascare, così imbracciai deciso la BAR. Con un agile balzo al pulito apparve una femmina di capriolo.
Qualcuno sostiene ancora la teoria di voler cacciare i caprioli con i segugi? Ma con quale coraggio? Non credo che esista un animale che teme i cani più del capriolo, ne sono letteralmente terrorizzati! Cacciare il capriolo in battuta va contro tutti i principi, sia etici sia venatori.
Seguii la femmina con il reticolo a croce del mio E.D.S. per allenarmi al tiro in corsa, ma col dito ben lontano dal grilletto perché se mi fosse partito un colpo sarebbero stati guai seri. Come riabbassai l’arma, dritta nel colletto della giacca m’entrò una gelida goccia di pioggia. Scaricare l’arma, mettere i coprilenti ed infilarla nel fodero fu un tutt’uno. Nel giro di pochi secondi vennero giù non so quanti milioni di litri d’acqua. La pioggia sembrava un muro di cemento grigio e compatto e la visibilità era vicina allo zero.
Non osai muovermi per motivi di sicurezza, ma sperai che l’ordine di abbandonare le poste arrivasse presto. La bella notizia me la notificò il mio vicino di posta, urlandomi  di rientrare e di ripetere il passaparola. Quando arrivai alla macchina ero in condizioni pietose e mentre aspettavo che la Diesel si scaldasse, i vetri erano tutti appannati dalla condensa.
Dovetti ammettere a me stesso che quel giorno sarei dovuto rimanere a casa, a guardarmi una bella cassetta di Gianni Lunari oppure a pulire le carabine. Avrei dovuto dare ascolto ad un vecchio proverbio: “Quando piove e tira vento il cacciatore perde tempo!”.
Guardai l’orologio e vidi che era appena mezzogiorno, pensai che se non avessi trovato traffico forse sarei riuscito a tornare  casa in tempo per il pranzo ed avrei potuto sfruttare il pomeriggio per portare  moglie e figlio al cinema. Lasciai la Parrina illudendomi che forse da quella domenica sarebbe uscito qualcosa di buono quando, ad un tratto, sentii un botto terribile. Schegge di vetro che volavano per tutto l’abitacolo della macchina ed il mondo che si capovolgeva, furono le ultime cose che ricordai prima di perdere i sensi. Quando arrivarono i soccorritori mi trovarono che ero vivo per miracolo.
Con quella visibilità un camioncino mi aveva tamponato la macchina distruggendomela completamente. Ancora oggi non riesco a capire come riuscii a riportare solo dei lievissimi danni. Fui molto fortunato, Dio ci mise la sua mano, forse non mi ci voleva a caccia con lui in paradiso! La prognosi fu abbastanza tranquilla: escoriazioni varie, colpo di frusta ed il dito medio della mano sinistra fratturato.
Dopo cinque giorni d’ospedale ero di nuovo a casa tra i miei cari. Col grande mercato dell’usato non fu un problema trovare un’auto in buono stato e dopo appena dieci giorni dal sinistro ero già in grado di percorrere nuovamente i sentieri di caccia. Con il fucile non sarei certo stato abile come Tom Knapp, ma potevo almeno permettermi di andarmene di posta durante una battuta al cinghiale. Il sabato successivo feci il mio rientro ufficiale. A malincuore lasciai a casa le mie carabine semiautomatiche (oltre alla BAR II ho anche una BAR incisa serie limitata, una H&K 770 Kurz, una SKS ed una Ruger 44 Magnum, tutte con mirino elettronico) e decisi di portare il calibro 12.
Non ho mai amato cacciare gli ungulati con la canna liscia, ma avevo troppa confidenza con il mio Benelli le M1 Super 90 versione caccia (con calcio regolabile e senza l’orrenda prolunga del serbatoio).  Pensai che la maggiore praticità  che avevo con quell’arma avrebbe compensato il piccolo handicap della mano.
Per le cartucce a palla sono sempre stato un tradizionalista, riempii la ventriera con delle Brenneke, Gualandi e Ferrandi. I miei compagni di caccia furono talmente premurosi con l’invalido della squadra che quando seppero della mia intenzione di tornare a caccia vennero addirittura a prendermi a casa. I nostri tracciatori erano quasi certi che un grosso cinghiale doveva essersi rimesso nella macchia di Monte Popolo, così Angelo, il capocaccia, verificata la direzione del vento, studiò subito la strategia di come sistemare le poste. Io, prima ancora che si pronunciasse, gli chiesi se poteva  mandarmi al “buco” del vecchio fondo chiuso, una riserva recintata ormai in disuso ed un tratto di rete rialzata si trovava proprio nelle vicinanze della macchia che dovevamo battere.
Angelo contò le poste e quando vide che erano sufficienti per chiudere tutto il versante prefissato, mi autorizzò ad andarci. Nella condizione in cui mi trovavo, quella era proprio la posta che faceva per me. Se non ero in grado di colpire un cinghiale mentre s’ inginocchiava per passare sotto la rete non ero certo in grado di fare altro. Mi appostai a due metri dalla recinzione, caricai il Benelli e mi sedetti sopra ad un sasso a fare il punto della situazione. Era veramente una giornata meravigliosa, pensai che la vita era bella e che era nostro dovere cercare di viverla bene. Il giorno dell’incidente ero andato molto vicino a dirgli addio, in un attimo avrei potuto perdere tutto: il bene dei miei cari, dei miei amici ma anche la possibilità di continuare a godermi le bellezze dei miei boschi.
Mi venne spontaneo definire quel giorno come “La quiete dopo la tempesta”, avevo proprio bisogno di sentirmi così. Uno sparo in lontananza mi riportò alla realtà. Ne sentii un altro ed infine una vera e propria fucileria, segno inequivocabile che doveva esserci una bella canizza in corso.
Presi il Benelli, controllai che la cartuccia fosse in canna, che l’otturatore fosse ben chiuso e poi tolsi la sicura. Ad ogni minuto che passava gli spari si sentivano sempre più vicini. Dove ero appostato, parallelamente alla rete, avevo un’ottima visuale sullo stradone che la costeggiava, così, ad un tratto, mi colpì un movimento. E’ il cinghiale, ed è anche grosso! Per la miseria, ma quanto vantaggio aveva preso ai cani?
Se avessi avuto una carabina avrei potuto tirargli subito. Da come veniva spedito, era evidente che conosceva bene la zona, andava dritto al “buco”! La mano offesa mi doleva, così l’aspettai già imbracciato seminascosto da un piccolo cespuglio. Non avevo fretta, l’avrei fatto avvicinare il più possibile prima di sparargli. Purtroppo avevo fatto i conti senza l’oste, mi ero dimenticato del vento.
Quando il cinghiale fu ad una trentina di passi (misurati in seguito) s’inchiodò di colpo ed emise un energico soffio con il grifo, poi scattò come un fulmine verso il folto, ma l’avevo già sotto mira, così feci in tempo a spedirgli la prima Brenneke. Il grosso selvatico pur accusando vistosamente il colpo non si fermò,  ma continuò la sua corsa disordinata nella macchia costringendomi a tirargli dietro altre due palle. Ero sicuro del primo colpo, un po’ meno degli altri due, ma mi rilassai subito sentendo il rumore provocato dallo scalciare del cinghiale morente. Mentre mi facevo strada tra il lintischio ricaricai il Benelli perché era meglio non fidarsi. Non avevo certo paura che mi caricasse, ma mi preoccupai che forse avrei dovuto dargli il colpo di grazia. Come lo raggiunsi m’accorsi che non ce n’era bisogno.
Quel cinghiale non avrebbe corso più …Delle tre palle sparate due erano andate a segno ed anche discretamente  bene. Sopraggiunsero anche i cani ed io fui felice di lasciarglielo azzannare, se l’erano proprio meritato.
Da lontano qualcuno mi gridò: “E’ morto?” “Si”  gli risposi e di rimando mi arrivò “Viva Maria”. L’ortopedico mi aveva prescritto un mese di convalescenza, ma io dopo quella battuta  ero già guarito.
 
Marco Benecchi
 
                                                                               
 
 
 
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