Giovedì, 29 Settembre 2016 00:00

Migratoria: dove volano i sogni

Scritto da  Federico Frigeri
UNA PASSIONE SENZA CONFINI: SPOSTARSI OGNI FINE SETTIMANA D'AUTUNNO NELLE STOPPIE DELLA  TUSCIA PER INSEGUIRE I BRANCHI DI ALLODOLE E UNO SPICCHIO DI PASSATO. ATTRAVERSO LA STORIA DI UN CACCIATORE AUTENTICO, RICOSTRUIAMO TECNICHE ED ACCORGIMENTI DI UN APPOSTAMENTO CLASSICO.  
 
La macchina è stracarica nel tragitto che porta dalle colline della valle umbra meridionale alle vaste pianure della maremma viterbese, intorno a Montalto di Castro. Terra un tempo mitica per gli appostamenti temporanei alle allodole, tuttora uno dei pochi punti in Italia centrale ancora buoni per il passo, che se becchi la giornata giusta...
«Anni fa si facevano numeri importanti, ora ci si confronta con molto meno», ricorda Fausto Santarelli, mentre guida in questa notte di fine ottobre per raggiungere il posto di caccia. Classe 1952, si è dedicato sempre e solo a questo selvatico ed è uno di quelli della vecchia guardia che antepone il piacere di una giornata all'aria aperta in compagnia degli amici al peso del carniere. 
E in questo territorio vasto si può ancora praticare la caccia classica per antonomasia. Quella di Fausto e dei suoi amici Sergio e Giuseppe, è pregna di sfumature vintage: il macaco (chiamato "maremmano" in Umbria) è ad azionamento manuale, con un lungo spago che permette di avviare l'azzico dalla finestrella del capanno. Per scelta personale non utilizzano animali in gabbia, il richiamo è pertanto a bocca, ma talvolta anche senza l'ausilio del fischietto è possibile imitare il pigolio dell'allodola in buttata. A ben vedere non si tratta di concessioni nostalgiche al passato: a differenza di quelli dotati di un motorino elettrico, gli azzichi manuali permettono di calibrare la velocità di girata sull'approssimarsi dello stormo, dosando progressivamente giri più lunghi e lenti man mano che la curata prende forma, per arrestarsi completamente solo al momento dello sparo. 
Che deve essere sempre accorto e mai di stoccata, in quanto l'allodola costituisce un tiro solo in apparenza facile, soprattutto se viene lisciata in prima e andrà sfarfallando di qua e di là cercando di riprendere quota. Va detto che sono diminuiti i soggetti che si gettano in picchiata sullo specchietto, per motivi che sono stati più volte ripercorsi su questa rivista (ricordo solo il proliferare dei richiami elettroacustici e la pressione sconsiderata nei bacini di riproduzione dell'est Europa). Quindi, se non è sempre possibile sparare "quando si vedono le zampe o il petto bianco" come dicevano i nostri vecchi per non sprecare il piombo, è bene adattare canne e munizioni alle mutate esigenze. Evitando tuttavia tiri fortunosi, ma cercando sempre di aspettare e far avvicinare anche i soggetti più sospettosi, quelli che ruotano altissimi sulle nostre teste, senza la mostrare la minima intenzione di credere al gioco. 
E in questa mattinata di fine ottobre, di allodole "viziose" ne vediamo parecchie, vuoi perché sono state disturbate nei giorni precedenti, vuoi perché hanno incontrato decine di appostamenti simili al nostro durante il tragitto. «Ma saper aspettare è il primo ingrediente per la riuscita dell'attività, l'arte della pazienza è imprescindibile - ammonisce Fausto - si passano ore seduti sul seggiolino, anche perché il passo può sbloccarsi in qualsiasi ora, l'importante è continuare a fischiare ed azzicare. A volte basta guardare per terra e vedere un'ombra saettarci accanto: un'allodola silenziosa è scesa dal cielo e ci gira intorno attratta dai riflessi dello specchietto». Così, quando la temperatura sale e scioglie la rugiada sugli steli d'erba, gli uccelli sono invogliati a riprendere il volo e a volte decidono di spingersi a pochi metri dal nostro capanno. In alcuni casi è possibile mettere a segno una coppiola, soprattutto quando la prima cade stecchita, quasi a simulare una buttata improvvisa agli occhi delle compagne di viaggio. Allora si può doppiare il colpo in pochi secondi. 
Per rendere concreta questa eventualità, il mimetismo è determinante. Il capanno va costruito senza lesinare attenzione: chi racconta di aver fatto un carniere mirabolante senza riparo o addirittura posizionato allo scoperto lungo il canale di migrazione, non può immaginare quanto avrebbe sparato se fosse stato nascosto, con il volto e la canna del fucile riparati. Se poi fosse possibile posizionarci a ridosso di una siepe, di un cespuglio o anche alle spalle di una recinzione, sarebbe l'optimum. 
Soprattutto se si è in due a caccia, nei momenti di fiacca si può tentare di insidiare le allodole in pastura alla borrita, camminando per i campi. Questo ha il duplice vantaggio di incrementare gli abbattimenti e di involare gli animali che potrebbero gravitare di nuovo sul capanno. Senza dimenticare che dopo le prime fucilate, indipendentemente dal loro esito, gli animali ribattuti tenderanno ad alzarsi quasi sempre fuori tiro, soprattutto se la stoppia non è molto inerbita e lascia spiragli per cogliere l'approssimarsi del pericolo. 
Insomma, il detto che le allodole sono selvatici creduloni è vero...solo a metà e negli ultimi anni è divenuto sempre più difficile stimolare la loro curiosità. Ragion per cui anche un'eventuale tesa va allestita senza esagerare, consapevoli della loro crescente diffidenza. Quindi limitare il numero degli stampi e non posizionarli ad est per evitare i fastidiosi riflessi dell'alba, che disturbano non poco al momento della messa in mira. Utilizzare una giostra al massimo e magari un paio di canne da pesca modello bolognese provviste di un'allodola ad ali rotanti, meglio se impagliata e non in plastica, che si muove a mezz'aria (nella foto) oscillando sulla lenza sospinta dal vento. Un piccolo stratagemma che riesce a calamitare l'attenzione dei "picchetti" a distanze inimmaginabili anche nelle giornate più statiche e non occupa troppo spazio nel bagagliaio (le canne una volte richiuse misurano meno di mezzo metro). 
 
 
«Ma questa è una recente introduzione del miei amici - sorride Fausto - fosse per me rimarrei fedele unicamente al maremmano». Un oggetto magico, che racchiude anni di storia, le stagioni fantastiche degli anni '60 e '70, quando le campagne pullulavano di allodole ed erano sufficienti un paio d'ore in qualsiasi stoppia intorno alla città per mettere insieme un bello spiedo. «E poi apparteneva a mio padre, che l'ha costruito personalmente, e vederlo girare è un po' come tornare a caccia insieme». Ma ora c'è (purtroppo) da aspettare: e allora ecco un paio di buone mani di coppale prima di riporlo nell'apposita sacca di cotone in attesa del prossimo ottobre. Quando tornerà a brillare baciato dal sole, ancora qui, sul filo del passo e...dei ricordi.  
 
   
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