Giovedì, 29 Novembre 2012 00:00

Camosci in inverno

Scritto da  Flavio Galizzi

 


L’inverno è normalmente considerato il periodo del riposo. La campagna, sotto la coltre di neve, attende di rigenerarsi per essere pronta ad offrire teneri germogli all’arrivo della primavera, cullando e proteggendo i semi dal gelo. La maggior parte degli uccelli hanno scelto latitudini inferiori, alcuni addirittura se ne sono andati nell’emisfero australe, per non avere problemi di gelo, ma ancor più per garantirsi il cibo quotidiano.

Molti, ad esclusione solamente degli uccelli e dei pesci, ai quali questa strategia è preclusa, hanno scelto il letargo; tra questi non vanno dimenticati i rettili e gli anfibi, che essendo a sangue freddo non troverebbero, in questa stagione, una temperatura sufficientemente alta per garantirsi una corretta funzionalità metabolica. Molti mammiferi, compresi i pipistrelli, sono ritenuti degli autentici dormiglioni, come i ricci e i ghiri. Anche nel mondo degli insetti sono molti coloro che attendono nei loro nascondigli la primavera, come le bellissime coccinelle, che trovano riparo sotto le cortecce rinsecchite degli alberi, diverse farfalle, le cui generazioni autunnali attendono la primavera per accoppiarsi, oltre alle vespe e ai bombi, le cui colonie non hanno resistito ai primi freddi autunnali, mentre le regine si sono cercate un riparo nascosto in attesa di ricostruirsi una famiglia.
Sono poche le specie che affrontano i rigori dell’inverno in piena attività, affidando la loro sopravvivenza alle capacità individuali e alla disponibilità di risorse alimentari.

Per pochissime l’inverno è addirittura la stagione degli amori. Sulle vette delle nostre Alpi, dove le condizioni climatiche sono spesso impossibili, dove il gelo regna assoluto nonostante la straordinaria luminosità del cielo, i Camosci [Rupicapra ruicapra] prima, e gli Stambecchi [Capra ibex] poi, i primi nelle ultime settimane dell’autunno, a novembre, e i secondi nei primi giorni dell’inverno, a dicembre, vivono la loro intensa stagione degli amori. Sembrerebbe impossibile, ma la loro straordinaria resistenza fisica e le loro eccezionali capacità di adattamento non hanno richiesto strategie alternative per poter collocare le nascite all’inizio della primavera, quando le risorse alimentari, per madri e piccoli, sono abbondanti. I caprioli, che sono in grado di vivere anch’essi in territori montani alpini, meno forti e resistenti agli stenti cui li costringe l’inverno, hanno sviluppato, per sfuggire a questa trappola che per loro potrebbe essere mortale, la capacità di differire la gravidanza, e hanno collocato il periodo degli amori in piena estate, tra luglio e agosto, in maniera da riservarsi un discreto periodo di recupero fisico prima dell’arrivo dell’inverno.
In effetti nelle popolazioni di camosci, nonostante le loro eccellenti doti fisiche, questo periodo, che prevede un enorme dispendio di energie, rappresenta per i maschi adulti che partecipano all’attività riproduttiva un forte rischio esistenziale. La legge che regola la vita sociale di questa Rupicapra vuole che siano solamente i più forti a garantire alle popolazioni la trasmissione delle migliori qualità genetiche, e l’istinto che li guida e li spinge a sfidarsi tra loro per conquistarsi il diritto di accoppiarsi.
Già a fine ottobre i maschi più in forma iniziano a visitare i pascoli migliori, quelli dove solitamente si radunano le femmine con i piccoli, e diventano intolleranti verso gli altri maschi.  I più forti controllano il maggior numero di femmine possibile nel loro territorio e le tengono sotto stretta osservazione per controllarne l’estro, pattugliando incessantemente il territorio per scacciare e mettere in fuga ogni possibile contendente; questo istinto competitivo si fa via via più accentuato, fino ad inseguire accanitamente ogni avversario. In caso di pari forza, le lotte, anche se sono per lo più rituali e solo in casi eccezionali mortali, divengono estenuanti e tengono i maschi perennemente occupati a difendere il territorio, tanto che non trovano più nemmeno il tempo per alimentarsi, e al termine del periodo degli amori si trovano ad aver perso fino al 30% del loro peso, pagando spesso un grande tributo all’inverno: molti non riusciranno ad arrivare alla tanto attesa primavera.
Già a novembre i maschi adulti si presentano nel loro massimo splendore: il mantello è nero, lucido, e la mascherina bianca che orna il muso si stacca netta, conferendo loro una originale eleganza. Al massimo della loro prestanza fisica, i maschi si “bagnano” continuamente i fianchi con l’urina, scuotendo freneticamente l’addome, ed emanano effluvi che attirano le femmine, inducendole ad andare in estro e ad accettare l’accoppiamento. L’ovulazione delle femmine dura non più di 2/3 giorni, per cui l’attenzione del maschio, se vuole che i rapporti vadano a buon fine, è sempre al massimo livello.
Nel maschio adulto i caratteri distintivi sono molto evidenti: il collo è “pieno”, le guance marcate, il “pinsel”, un ciuffetto di peli molto lunghi che scendono dal pene, è ben visibile; sulla linea dorsale, all’altezza del garrese e del groppone, si erge una “criniera”, detta “bart” nel linguaggio convenzionale venatorio, che in molti esemplari supera abbondantemente i 20 cm. di lunghezza, e le ghiandole della “fregola”, posizionate sul capo subito dietro le corna, con cui marca incessantemente il territorio per segnalarne il possesso, sono turgide e intensamente odorose. I maschi dominanti appaiono imponenti, massicci, simbolo di potenza che l’ambiente alpino innevato esalta al massimo. Fra tutti gli ungulati alpini il camoscio è certamente il più fiero di tutti, un simbolo e un “testimonial” dell’asprezza  e della forza che le nostre Alpi esprimono e trasmettono a quanti le frequentano, e le sanno apprezzare nell’avvicendarsi incessante delle stagioni.
 

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