Venerdì, 01 Novembre 2013 00:00

Camoscio

Scritto da  Flavio Galizzi

 

Il Re delle vette alpine e dei silenzi.

Le più alte vette dell'arco Alpino ospitano, da moltissimi anni, uno dei più affascinanti ungulati della fauna nobile europea, il camoscio delle Alpi, la Rupicapra rupicapra.

Viene così denominato per distinguerlo dalle diverse popolazioni europee vissute per secoli isolate: la Rupicapra parva e la Rupicapra pyrenaica, rispettivamente dei monti Cantabrici e dei Pirenei, la Rupicapra Cartusiana, una popolazione francese assai ridotta che abita il massiccio della Chartreuse nelle alpi francesi, e le altre sottospecie dell'Europa centro-orientale, come la tatrica, dei monti Tatra, la balcanica, la carpatica, la caucasica e l'asiatica.

In Italia è anche presente una seconda sottospecie tipica denominata Rupicapra ornata, altrimenti nota come il Camoscio d'Abruzzo, dalle dimensioni leggermente inferiori alla specie alpina, ma con un trofeo molto più sviluppato rispetto a tutte le altre specie conosciute.

 

camoscio appenninico

Per quanto riguarda il camoscio alpino, la sua regalità è in certe aree geografiche contrastata dall'imponente e solitario stambecco delle Alpi, anch'esso presente in Europa con diverse sottospecie, che per le caratteristiche generali e per l'imponenza del trofeo dei maschi lo supera certamente.

In Lombardia lo scettro spetta però ancora al camoscio, anche se le recenti introduzioni di alcuni nuclei di popolazioni di stambecchi e il loro ottimo successo riproduttivo e di adattamento al nuovo habitat potranno in futuro minacciarne la sovranità, fino ad oggi incontrastata.

La vita del camoscio è scandita dal succedersi delle stagioni, che regolano il suo ritmo biologico, le sue abitudini e i suoi comportamenti.

Si tratta di un animale dalle alterne e diversificate fasi sociali.

La nascita dei piccoli avviene alla fine della primavera, tra maggio e i primi di giugno, normalmente in un luogo appartato e riparato che la femmina, dopo essersi allontanata dal gruppo, raggiunge quando sente avvicinarsi il momento del parto.

Fin dalle prime ore di vita i piccoli stanno vicinissimi alle loro madri, imparando a riconoscerle e ricevendo da loro le prime affettuose attenzioni e le prime cure parentali, e accompagnandole ovunque, essendo già dalla prima settimana meravigliosamente attrezzati dalla natura per affrontare un ambiente impervio e difficile, pieno di pericoli.

Le balze erbose tra i dirupi e le vette più alte ospiteranno, per tutta l'estate, gruppi di madri con i loro piccoli, sempre giocosi e in movimento, sorvegliati con discrezione ma con grande accortezza da una camozza anziana che funge da capobranco, con la funzione sociale importantissima di cogliere i più piccoli segnali di pericolo e di guidare il gruppo, attraverso i tortuosi e difficili sentieri che l'esperienza le ha fatto conoscere, verso territori più sicuri.

Questa fase sociale estiva del camoscio, di tipo matriarcale, pur non interessando tutta la popolazione, in quanto molte femmine se ne stanno per conto loro con i loro piccoli nelle fasce montane più basse, più ricche di vegetazione e meno disturbate, è riservata esclusivamente ai gruppi di femmine con piccoli, ai quali si aggregano normalmente anche i giovani dell'anno precedente di entrambi i sessi, senza la presenza di maschi adulti.

Questi conducono vita solitaria, abitualmente nei territori al limite della fascia vegetativa arborea e più in basso. Non sarà raro trovare i maschi più maturi accompagnati da giovani di tre o quattro anni; queste compagnie, frequenti anche tra le femmine molto anziane e ormai sterili, nei camosci sono caratteristiche.

I giovani accompagnatori, chiamati dalla letteratura specialistica "scudieri", sembrano essersi assunti il nobile compito di "ereditare" le conoscenze più significative degli anziani per farne tesoro e poterle poi utilizzare a beneficio della specie, e quello forse più ingrato di "protezione" degli adulti, anticipandoli nelle uscite al pascolo per controllare la presenza di eventuali pericoli, garantendo loro sicurezza e tranquillità.

Solamente nel tardo autunno, dalla metà di ottobre a dicembre, anche i maschi si recano nei territori alti, abitualmente frequentati dalle femmine, e iniziano a sorvegliare i gruppi, tenendole sotto controllo e difendendo il territorio dagli altri maschi.

In questi mesi è facile osservare quelli più forti inseguire e scacciare con decisione tutti i contendenti che si avvicinano al loro "harem", e vigilare per il controllo del territorio da posizioni dominanti.

Il loro mantello estivo, bruno-fulvo, è ormai completamente sostituito da quello invernale, più lungo, nero e lucido, su cui spicca inconfondibile la mascherina bianca e nera del viso e una vistosa "criniera", il Bart, lungo tutto il profilo dorsale.

In ottobre i maschi dominanti hanno raggiunto dimensioni corporee notevoli, la loro struttura è imponente; al termine degli amori, per le loro smodate passioni e le lotte, avranno perso quasi il 30% del loro peso.

A metà dicembre li ritroveremo nuovamente solitari, e alcuni di essi pagheranno con la vita, nel caso di inverni particolarmente difficili, queste loro regali prestazioni.

La stagione degli accoppiamenti si concentra tra novembre e la prima metà di dicembre; i maschi, nei loro fieri portamenti, scrollano continuamente il folto mantello scuro spruzzandosi i fianchi di urina, ed emanano forti esalazioni che eccitano ed attirano le femmine. Essi sanno che le opportunità di un felice accoppiamento sono piuttosto ristrette, in quanto il calore della femmina dura solamente due o tre giorni, e non permettono, con l'orgoglio di un nobile principe, che altri approfittino del loro harem.

Nella rupicapra, che appartiene alla famiglia dei bovidi, le corna sono permanenti e sono costituite da involucri cornei inseriti su cavicchi ossei posti quasi verticalmente rispetto al piano frontale. Esse crescono in maniera significativa solamente nei primi anni di vita, mentre dai cinque anni in poi la crescita è millimetrica, per cui gli esemplari migliori sono quelli che, per condizioni genetiche personali e favoriti dalle situazioni ambientali e climatiche, superano in condizioni ottimali i primi anni di vita.

Distinguere a prima vista i due sessi, per l'osservatore occasionale, non è cosa facile, anche se gli atteggiamenti sopra descritti lo possono certamente aiutare. Va detto che le femmine hanno il collo più sottile e slanciato, una taglia leggermente inferiore e il loro trofeo, generalmente, presenta astucci più sottili e meno uncinati.

La consistenza dei camosci nelle Alpi è piuttosto elevata, e si sta consolidando in popolazioni ben strutturate e in grado di essere considerate tra le migliori d’Europa, sotto ogni profilo.

Un traguardo che si è potuto raggiungere per la sempre accurata attenzione di tutto il personale di sorveglianza, oltre che per l'aiuto insostituibile che hanno dato i cacciatori dei distretti alpini, adottando un sistema di prelievo rigorosamente di "selezione", con una gestione attenta basata sulla "conoscenza" del patrimonio da gestire e sorretta da un serio impegno per i censimenti e per il monitoraggio continuo del territorio.

Un patrimonio naturale che è un fiore all'occhiello per tutte le regioni alpine.

Gli inverni molto rigidi rappresentano per il camoscio, nonostante madre natura l'abbia dotato di straordinarie capacità di adattamento ai climi più inospitali, il periodo più difficile. I branchi delle femmine con i piccoli dell'anno e i giovani lasciano le alte vette per raggiungere le località boscose più a valle, dove trascorreranno, un po' al riparo dalle inclemenze del tempo, i mesi più freddi.

L'alimentazione invernale è molto frugale; i camosci si devono accontentare delle poche erbe o arbusti che riescono a mettere allo scoperto grattando la coltre bianca, e dei germogli, ormai non più teneri, delle conifere.

I piccoli più gracili, quelli che per motivi diversi non hanno raggiunto una struttura corporea e un peso adeguati, non saranno in grado di sopravvivere, e solamente i migliori, come vuole la ferrea legge naturale, potranno godere del ritorno della primavera.

L'unica altra minaccia, per questi abitatori delle vette più alte, è rappresentata dall'aquila, ormai stabilmente insediatasi su tutto l’arco alpino. Essa insidia i piccoli cercando di ghermirli e farli precipitare dai dirupi, ma non è cosa facile, in quanto le madri sono sempre all'erta e li difendono. Il successo di questi assalti è raggiunto assai raramente.

Anche il secondo inverno, a causa della competizione alimentare, rappresenta ancora un serio ostacolo per alcuni giovani camosci.

Solo a tre anni compiuti le femmine sono pronte per partecipare agli amori autunnali, mentre a quell'età i maschi, ancora in una fase di maturazione sociale incompiuta, nonostante siano sessualmente maturi, restano ancora "a guardare", tenuti lontani dai branchi delle femmine dai maschi adulti dominanti.

Le nostre Alpi sono uno scrigno prezioso di bellezze naturali e di vita, e costituiscono un patrimonio veramente straordinario da scoprire e valorizzare sotto ogni aspetto, naturalistico e turistico.

Conoscere a fondo le popolazioni faunistiche che ci vivono diventa sempre più un dovere, per amarle, nel rispetto delle antiche e nobili tradizioni delle genti di montagna che contribuiscono fattivamente alla loro conservazione.

 

GALIZZI FLAVIO

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