Venerdì, 23 Giugno 2017 00:00

Sisto Dati, Vice Presidente ANLC, replica alla Regione Toscana

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Sisto Dati, Vice Presidente Nazionale ANLC, replica all’articolo della Regione Toscana sulla Legge Obiettivo apparso sul numero 7 della Rivista Diana
La Legge Obiettivo Ungulati della Toscana rappresenta il più grande fallimento della storia regionale. Il nuovo modello di gestione faunistico venatoria messo in piedi dagli uffici regionali toscani e portato avanti dall’Assessore Remaschi, si è rivelato il più grande fallimento che si ricordi nella storia della Regione Toscana, divenuta oggi un modello negativo a livello nazionale. Si rifiuta il ruolo centrale della braccata (250000 cinghiali abbattuti in tre anni) per privilegiare la selezione (5000 cinghiali in due anni). La fusione tra strutture regionali ed ex provinciali ha infatti determinato un aumento di burocrazia incredibile, un conflitto mai visto tra categorie di cacciatori, un malessere continuo da parte di tutti gli attori interessati al mondo venatorio, compresi agricoltori ed ambientalisti, nei confronti del governo regionale. Un vero capolavoro, non c’è che dire! A fronte di queste scelte illogiche e vessatorie verso i cacciatori si è assistito a due fenomeni paralleli, l’inefficacia nel ridurre il numero degli ungulati presenti sul territorio e il continuo aumento dei balzelli ai danni delle tasche dei cacciatori. In buona sostanza, i nuovi “dilettanti allo sbaraglio” della Regione (personaggi persi nell’astrazione di teorie da salotto e da ufficio valide solo nei libri scritti da loro stessi e staccati completamente dalla realtà concreta) hanno deciso di non valorizzare minimamente la novità della nuova Legge Toscana di qualche anno fa, che introduceva l’istituto dell’osservatorio faunistico regionale che, previsto dalla Legge 157, avrebbe potuto fare da contraltare ai pareri astratti ed ideologici forniti da ISPRA. Si è scelto, al contrario, di mettere in un angolo il prezioso contributo del Cirsemaf (centro interuniversitario che raggruppa studiosi di ben dieci atenei italiani) superiore per blasone e competenze non solo alla stessa ISPRA, ma soprattutto alle conoscenze scientifiche degli uffici regionali. Questo per seguire i dettami di ISPRA, da sempre occupata da sedicenti ricercatori superpartes, che poi, guarda caso, sono tesserati dalle associazioni ambientaliste. In questa scellerata rincorsa all’attuazione di testi scientifici, che poi tanto scientifici non sono, si è giunti a credere che la diminuzione degli ungulati potesse arrivare dal prelievo selettivo, in orari in cui i cinghiali non si fanno vedere (cosa che presume la non conoscenza basilare delle abitudini del suide, che si muove in ore notturne) e senza poter usare foraggiamento attrattivo. Una vera e propria follia ed i dati forniti confermano il disastro di questa politica, in due anni meno di 5000 abbattimenti selettivi. Affermazioni del tipo “la strategia coniata Cromsigt et al. (2013) con il termine hunting for fear ovvero indurre nel selvatico un comportamento di paura nel frequentare zone dove sperimenta una maggiore predazione umana”, suonano veramente assurde. Ma in che mondo vivono questi tecnici? Oppure “Sostituire progressivamente nelle aree non vocate, gli interventi di controllo (attuati ai sensi dell’articolo 19 della Legge 157/92) con il prelievo selettivo”, concetto che esprime completamente l’opposto di ciò che serve! Il tutto condito dalle solite richieste di contribuiti a carico dei cacciatori. In molte ATC, se si vanno a guardare i dati, emerge che quando venivano effettuati i classici interventi di contenimento con l’articolo 37 i numeri dei prelievi erano tre volte superiori (con periodi di intervento minori), i danni erano la metà, il conflitto tra cacciatori era inesistente e c’era collaborazione con gli agricoltori. Viene criticata la prevenzione, una delle poche strategie utili applicate in Toscana, che invece va incentivata proprio per diminuire i danni che, ricordiamolo, vengono pagati con i soldi dei cacciatori sottraendo fondi alla gestione della selvaggina migratoria e stanziale. A noi non piace stare alla finestra ad assistere a questo scempio, abbiamo le nostre proposte molto concrete e semplici. La situazione attuale è drammatica, già in Italia si è assistito ad aggressioni alle persone da parte di ungulati spaventati o affamati, gli incidenti stradali non danno tregua causando spesso feriti gravi o peggio. Non siamo in una situazione ordinaria, per questo le ricette campate in aria o prese dai libri di scuola non possono funzionare, non darebbero risultati nemmeno in regime normale, figuriamoci adesso. L’unica via è utilizzare il supporto dell’Osservatorio faunistico regionale e le determinazioni urgenti dell’autorità di pubblica sicurezza per effettuare abbattimento mirati, ma considerevoli, con l’unica modalità efficace: la caccia in braccata, con poste e cani da seguita. Non esiste nessun’altra tecnica che possa permettere di ridurre sensibilmente il numero degli ungulati. Le teorie proposte da ISPRA, come l’uso del cane limiere, e sposate dalla Regione, sono pagliacciate al pari dell’idea proposta dalle associazioni ambientaliste di dare la pillola anticoncezionale ad ogni singolo cinghiale, imboccandolo ed accarezzandolo!
Per concludere, secondo noi, bisogna intervenire in maniera decisa con poche, ma chiare, linee guida, invece di scervellarsi tra aree vocate e non vocate (che hanno senso solo sulla carta, ormai, ma non sul campo). Dovremo prevedere:
1. interventi di contenimento in tutte le forme,
2. apertura unica in area vocata,
3. ripristini ambientali con colture a perdere nelle aree vocate.

I signori degli uffici non hanno poche idee e confuse, ne hanno molte e pericolose. Ci auguriamo che il Governo regionale intervenga, per rimettere sulla retta via un sistema che ci veniva invidiato in tutta Italia e non solo, diventato oggi fanalino di coda della gestione faunistico venatoria italiana.

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