Alessandro Bassignana

Alessandro Bassignana

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Comunicato Stampa Leica Sport Optics
 
 
27 Aprile 2017
 
Nuovi Leica Magnus non illuminati
Linee eleganti con il meglio dell’ottica e della meccanica per la caccia.
 
Leica Camera AG presenta le versioni con reticolo non illuminato dei suoi cannocchiali da caccia più titolati: Magnus 1.5–10x42, Magnus 1.8–12x50, e Magnus 2.4–16x56. 
 
Tutti i modelli Leica Magnus non illuminati sono dotati dell’ottica, dei reticoli e della meccanica infallibile che rende la serie illuminata la miglior serie di cannocchiali da caccia al mondo, e anche l’aspetto esteriore è lo stesso, salvo due elementi. 
Il primo è ovvio e va a beneficio delle linee e dell’eleganza, ed è l’assenza del sistema di controllo dell’illuminazione del reticolo sopra l’oculare. I Magnus non illuminati sono quindi più filanti e decisamente belli. 
Il secondo risponde alla grande richiesta dei clienti Leica, ed è l’adozione, come optional, della torretta balistica che attualmente equipaggia con grandissimo successo il modello Leica LRS 6.5-26x56, invece di quella, pur apprezzatissima, che è adottata dalla linea Magnus illuminata.
Image. 
Il terzo elemento che differisce rispetto alla serie illuminata è il prezzo. A parità di modello, la versione non illuminata costa circa 600 euro in meno.  
Per ovvie ragioni di utilità pratica, i modelli non illuminati non comprenderanno quello da battuta 1-6.3x24, e non saranno disponibili le versioni con scina. 
I reticoli invece saranno ben 3 su ciascun modello, 4a, plex e balistico, ciascuno disponibile anche con torretta balistica. 
La serie sarà presentata in anteprima Europea alla Fiera Caccia Village di Bastia Umbra, dal 12 al 14 maggio. Le consegne inizieranno da fine maggio.
 
Prezzi al pubblico iva compresa, non Illuminati:
 
Leica Magnus 1.5–10 x 42: Euro 1915 con torretta balistica: Euro 2095
Leica Magnus 1.8–12 x 50: Euro 2065 con torretta balistica: Euro 2250
Leica Magnus 2.4–16 x 56: Euro 2320 con torretta balistica: Euro 2495
 
Contatto per la stampa: Francesco Corrà. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
 
Alzi la mano chi, cacciatore con il cane, non ha mai sognato di poter addestrare il proprio ausiliare in modo da renderlo efficiente e collaborativo, utile alla sua azione di caccia. 
Bisogna risalire alla notte dei tempi, certamente almeno 10/12.000 anni fa per scoprire quando il cane cessò d’essere…lupo, rendendosi domestico all’uso dell’uomo. E di certo questi nostri ancestrali progenitori, ancora coperti di pelli, con clave o asce di selce come armi, indirizzarono le qualità naturali di quel nuovo amico per procurarsi cibo, cacciando con loro. Graffiti rupestri raffigurano antichi segugi seguire cervi, e dipinti egiziani, etruschi o romani li raffigurano impegnati a scovare uccelli, combattere con cinghiali, orsi, lupi.
Millenni fa furono scritti i primi manuali, partendo dal "Cinegetico" del greco Senofonte, fino a Gaston Phoebus con il suo “Livre de la chasse” redatto prima del 1400 d.C., ma a quei tempi la caccia era ancora appannaggio di regnanti e nobili, e così erano pochi coloro che potevano permettersi d’usare un cane a caccia; di questi la gran parte dei quali erano segugi. 
Facciamo però un salto di secoli, e veniamo ai tempi moderni, con l’attività venatoria trasformatasi in passione popolare, illustrando brevemente alcune tecniche d’addestramento per i cani da ferma, quelli cioè che arrivati a ridosso del selvatico si bloccano, vanno per l’appunto…in ferma, indicando al loro conduttore la posizione della preda, che così può essere cacciata efficacemente.
Le razze da ferma sono molte, generalmente distinte tra inglesi (setter inglese, irlandese nelle due varietà- rosso e bianco rosso- e gordon, oltre al pointer) e continentali, divisi in italiani (bracco e spinone) ed esteri, con gli epagneul, i griffoni e svariate razze di bracchi, diffuse in po’ tutto il continente europeo e non solo.
Sia ben inteso che alcuni passi dell’addestramento sono comuni ad ogni tipo di cane, e con questo ci riferiamo principalmente a quelli legati all’obbedienza, ma altri, come il consenso o il fermo al frullo, sono tipici e specifici delle razze da ferma, per intuibili ragioni che vedremo poi.
I cani da ferma vengono utilizzati principalmente per cacciare la piuma, gli uccelli; principalmente ma non esclusivamente, perché molti di questi cacciano e fermano volentieri anche la lepre, sebbene i puristi della materia ritengano che questo sia comportamento da non incentivare, preferendo e cercando di selezionare il cane che ignora l’usta del lagomorfo ed insegnandogli a non inseguirla mai. 
In commercio ci sono molti manuali di addestramento, ma i più noti hanno decine e decine di anni, alcuni scritti tra l’Ottocento e il Novecento. I più famosi  che ebbero a scriverne furono Angelo Vecchio, Gastone Puttini, Giulio Colombo e Felice Delfino, il cui celeberrimo “Addestramento del cane da ferma” non può certo mancare nella libreria dell’appassionato cinofilo.
Sin da cucciolo il cane può manifestare doti o attitudini che lo fanno già reputare un buon soggetto su cui investire tempo e, per chi se lo può permettere, anche denaro; ci sono cani giovanissimi che, pur senza addestramento, accompagnati a caccia si comportano sin da subito come se l’avessero sempre fatto, cercando il selvatico con la sagacia d’un cane ormai fatto. Esistono ma sono rari, e nella norma un sano percorso di dressaggio diventa fondamentale per ogni soggetto.
Il cucciolo già a pochi mesi ha l’istinto alla ferma, certo alla vista di qualche uccello od animale, ma anche con la classica piuma, che viene gli agitata davanti per costringerlo a bloccarsi, sfruttando il suo istinto alla predazione. Il sistema più semplice è quello della canna da pesca, cui viene legata la piuma al fondo della lenza per farla penzolare avanti al cucciolo, che s’appassiona così a questo gioco. Un altro gioco frequente è quello del riporto, lanciando piccoli oggetti e invitando il cane a recuperarli. Non va ovviamente dimenticato come al giovane cane vada insegnata prima d’ogni altra cosa l’ubbidienza, abituandolo ad accorrere ogni volta lo si chiamerà con la voce o un fischio, premiandolo con una carezza, un complimento o magari qualcosa di stuzzicante da sgranocchiare.
Delfino, che prenderemo oggi a modello, individua cinque comandi base, propedeutici a tutto il resto l’addestramento: chiamata, dietro, terra, va, porta
Che il cane accorra alla “chiamata” diventa essenziale per poter governare la sua azione di caccia; scarsità di selvaggina e necessità di avere ausiliari che estendano sempre più l’azione di cerca impone che questi rientrino quando il conduttore lo desidera, senza per questo dover usare collari elettrici (tra l’altro vietati) o punirli una volta recuperati. Felice Delfino ci spiega bene come con il cane si debbano usare metodi non stringenti, poco duri, cercando di guadagnare la fiducia dell’ausiliare poco per volta; solo così, sostiene lui si arriverà ad avere dal nostro amico quattro zampe la massima collaborazione. La correttezza poi è una qualità da ricercare e sviluppare sempre, anche perché un cane scorretto è in grado di vanificare qualsiasi azione di caccia. E cosa intenda per correttezza Delfino appare evidente quando lui ci spiega l’utilità dei vari comandi, e del “terra” in particolare.
Il terra è comando basilare per ogni tipo addestramento, e consente al conduttore di costringere il cane a schiacciarsi al suolo, senza più muoversi. Ciò si rivela indispensabile in molte situazioni, specialmente se il cane è lontano dal padrone che s’avvicina per servirlo: metterlo a terra gli offre la possibilità di raggiungerlo senza correre il rischio che lui forzi il selvatico ad involarsi. Egualmente se il cane è abituato a quel comando sarà facile imporgli il fermo al frullo, evitando così che l’ausiliare si getti all’inseguimento dell’uccello, creando difficoltà nel tiro. Molti sono i sistemi per insegnarlo al cane, partendo da quello più semplice, e che io stesso utilizzo, di stringere nella mano un pezzo di cibo annusato prima dal cane, e poi poggiare il pugno sul terreno, accompagnandolo con l’altra mano il movimento del cane mentre si pronuncia la magica parola: “terra”.
Mano a mano che si procederà con l’addestramento si potrà perfezionare la posizione del cane, sino a che lui avrà imparato ad eseguirlo perfettamente, a semplice comando; ma bisogna continuare, e non permettere al cane deroghe, perché altrimenti in poco tempo dimenticherà gli insegnamenti, vanificando il nostro lavoro.
Io qualche volta l’ho provato, e mi rendo conto di come sia importante far acquisire questo tipo di obbedienza al cane. Il terra può essere impartito a voce, con un fischio o un gesto della mano, ma bisogna essere coerenti perché i nostri amici quattro zampe sono abituati a sviluppare ragionamenti semplici ma molto logici, e dunque non capirebbero. 
Diviene anche utile per quei cani che non hanno un consenso naturale e quando si caccia con più soggetti: un cane scorretto, che interrompa l’azione del compagno in ferma è dannoso…quanto la grandine nella vigna! Insegnare il consenso non è eccessivamente difficile, e si può fare sin da quando è cucciolone portandolo su un altro cane già in ferma ed imponendo lo stia anche lui, trattenendolo per il collarino o mettendolo a terra.
Quando saremo certi che sappia eseguire alla perfezione il terra allora diventerà più semplice fargli eseguire anche il “dietro”, per costringerlo a stare dietro al conduttore o al cacciatore, comando molto utile quando si desidera che il cane non s’allontani da noi, prendendo iniziative. Io l’uso molto in montagna, quando devo spostarmi lungo sentieri o mulattiere, magari attraversando zone dove non voglio che i cani caccino, e nemmeno intendo metterli al guinzaglio per la difficoltà o i pericoli del camminamento. Non è difficile da insegnare, ma serve molto esercizio, ed inizialmente si può insegnare tenendo il cane molto corto al guinzaglio, e portando indietro il braccio mentre si procede ripetendo il comando.
Altrettanto importante è che il nostro compagno risponda al “va”, con il quale fargli riprendere l’azione di caccia dopo averlo messo a terra, seduto o al dietro. Il cane impara così ad entrare in azione solo quando è il conduttore a chiederlo, evitandogli problemi. Io, se l’ho vicino, l’uso accompagnandolo con una pacca sul posteriore o una carezza, e l’incito a voce; se invece il cane è lontano, e l’abbiamo messo a terra, bisogna insegnarli a rispondere al fischio o al movimento del braccio.
Il “porta” è l’ultimo dei cinque semplici comandi indicati da Felice Delfino, e rappresenta un po’ la sintesi degli altri.
Il cane, a nostra richiesta, deve recuperare il selvatico appena abbattuto, in maniera solerte e senza divagazioni. Una volta rientrato deve sedersi di fronte a noi e consegnarlo, o lasciare lo si prenda delicatamente dalla sua bocca; quando l'esegue il cane va premiato.
“Dente duro”, o tentativo d’inghiottirlo, cosa che talvolta capita con cuccioloni alle prime armi su selvaggina piccola come la quaglia, sono difetti che dobbiamo subito correggere; i sistemi ci sono, talvolta un po’ rudi come l’uso del sale, ma vanno usati con cautela, evitando sempre le botte che corrono il rischio di sortire l’effetto opposto, facendoci perdere la fiducia del cane.
 
 
  
Felice Delfino
 
Ufficiale di carriera e decorato durante la Grande Guerra, Felice Delfino nacque a Saluzzo nel 1875.
Cacciò moltissimo in alta montagna, e ovunque gli fosse possibile, collaborando con riviste venatorie, in primis “Il Cacciatore Italiano”, scrivendo di cinofilia cui s’appassionò sin da subito.
La sua fama era tale che molti amici, o ricchi signori, gli affidavano i loro cani perché li addestrasse.
Nel 1911 pubblicò “Addestramento” con lo pseudonimo di Kaff, ma l’opera che lo rese famoso è “Addestramento del cane da ferma”, pubblicata a partire dal 1931 in diverse edizioni e ristampe; purtroppo con il fallimento dell’ultima casa editrice è diventata irreperibile, se non in mercatini o librerie specializzate.
Delfino morì a Cuneo, nel 1968.
 
 
 
Pubblichiamo questa intervista sulle miunizioni senza piombo rilasciata tempo fa a Federcaccia Piemonte dall' Ing. Costantino Fiocchi, Direttore Tecnico della Fiocchi Munizioni SpA.
 
1) In Piemonte diventerà obbligatorio l’uso delle munizioni atossiche in tutte le aree di “Rete Natura 2000”, e la tendenza pare quella di estendere tali limitazioni a tutto il territorio. Come si preparano i produttori a questa evenienza?
I produttori di cartucce sono già ampiamente pronti per quanto riguarda le munizioni a pallini. L’acciaio è l’alternativa più valida in quanto a rapporto prestazioni/prezzo. Meno impiegati i pallini in lega di tungsteno (ferro-tungsteno), in lega di zinco o in rame. Le cartucce preparate con questi materiali devono soddisfare dei requisiti particolari imposti dalle norme internazionali CIP scritte per salvaguardare la sicurezza di chi spara. Tali norme prescrivono come deve essere costituita la cartuccia e limitano la velocità massima dei pallini mentre, contrariamente a quanto comunemente si crede, per le pressioni non pongono limiti diversi da quelli delle cartucce con pallini in piombo.
Per quanto riguarda le munizioni da carabina, le attuali monolitiche in lega di rame sono le più diffuse e per adesso le più affidabili. L’offerta disponibile sul mercato non è però molto ampia e non copre tutti i calibri.
 
2) La Fiocchi ha linee di produzione dedicate a questo tipo di munizionamento?
Fiocchi è da tempo orientata proprio sull’acciaio per la munizione spezzata grazie all’esperienza più che ventennale nel mercato americano e sulle monolitiche in rame per la carabina. Non abbiamo comunque abbandonato la ricerca di nuove soluzioni e in questo momento stiamo sperimentandone una in particolare che sembra promettente.
 
3) Quali sono le principali caratteristiche che devono avere le munizioni atossiche  per essere considerate tali?
Perché chiamarle munizioni atossiche? Preferisco chiamarle munizioni con proiettili senza piombo e non voglio addentrarmi oltre. Il problema del piombo è politico, abbiamo convissuto per secoli senza problemi con questo metallo addirittura usato per le tubature dell’acqua potabile. Proprio in questi giorni è comparso un vergognoso servizio televisivo su “LE IENE” che ha esposto dei dati senza alcuna base scientifica e presentati in modo veramente scorretto.
 
4) Canna liscia e canna rigata: quale la produzione Fiocchi con queste caratteristiche?
Per le munizioni spezzate Fiocchi offre diverse grammature per il calibro 12:
24 e 28 g dedicate soprattutto al tiro a volo ma possono andare bene per la piccola migratoria
32 g ideale per tiri a media distanza
35 g per selvatici impegnativi e tiri a lunga distanza.
Per il calibro 20 proponiamo una cartuccia da 24 g
Per quanto riguarda i calibri da carabina produciamo nei calibri 308 e 30-06 cartucce l’esclusiva palla denominata Freccia Nera e, per adesso solo per il mercato americano, cartucce con palla monolitica Barnes nei calibri 243, 270, 308, 30-06.
 
5) Parliamo di aspetti tecnici: quali le rese balistiche?
I pallini in acciaio sono impiegati con buon successo nella caccia agli acquatici da ormai parecchi anni (da almeno trenta negli USA). Se in origine erano disastrose e da qui la loro cattiva reputazione, oggi una buona cartuccia da 34-35 g scelta nel diametro di pallino corretto permette abbattimenti anche ben oltre i trenta metri. Come dovrebbe essere ormai noto, il diametro dei pallini in acciaio deve essere scelto di due numeri superiori rispetto al piombo: ad esempio se per un determinato selvatico impieghiamo pallini di piombo del numero 5, per avere rese similari con quelli in acciaio occorre utilizzare il numero 3.
I pallini in lega di tungsteno hanno una resa balistica leggermente superiore a quelli del piombo ma il loro costo è improponibile almeno per le cartucce di largo consumo.  
Particolare importante è che, causa la loro durezza che rovinerebbe in breve tempo le canne dei fucili, con questi tipi di pallini non si possono fare cartucce con borra in feltro o in plastica senza contenitore. Per cacce particolari, come ad esempio alla beccaccia, occorre quindi adottare altri materiali più morbidi. Particolare attenzione va inoltre prestata ai rimbalzi molto pericolosi di pallini se sparati su superfici dure. 
Le palle monolitiche sono ottime in termini di precisione e “stopping power” ma per tiri fino ad un massimo di 300 metri. Oltre questa distanza, che sarebbe peraltro la massima consigliata dall’etica venatoria, la velocità bassa residua della palla all’impatto con l’animale, non le permette di espandersi adeguatamente e consentire un abbattimento “pulito”. Anche queste palle possono avere rimbalzi pericolosi.
 
6) Ultimo aspetto, in particolare per la canna liscia: servono fucili particolari o le munizioni atossiche possono essere sparate da ogni tipo di arma in commercio?
Le cartucce sia con pallini in acciaio, che con pallini in lega di tungsteno devono essere sparate con fucili che hanno passato la relativa prova e punzonati con il famoso “giglio”. In pratica quasi tutti i nuovi fucili vengono prodotti e provati così. Esistono tuttavia delle cartucce con pallini di acciaio che possono essere sparate con tutti i fucili anche i più vecchi, ma hanno basse grammature, come le nostre da 24 e 28 g che come ho detto sono più adatte al tiro a volo e per cacce poco impegnative.
Le munizioni da carabina con palla monolitica non necessitano invece di fucili particolari.
 
Grazie Costantino Fiocchi!
Mercoledì, 12 Aprile 2017 00:00

PIEMONTE: PRESENTATO IL CALENDARIO VENATORIO

Il 10 aprile la giunta della Regione Piemonte ha votato ed approvato il calendario venatorio per la stagione 2017/18.
Molte polemiche hanno accompagnato la nascita del documento, bollato dal mondo venatorio come uno dei peggiori di sempre, anche per la decisione dell'assessore Giorgio Ferrero di non coinvolgere preliminarmente le associazioni venatorie tanto che già alcune di esse, come Federcaccia Piemonte, hanno già preannunciato che presenteranno ricorso al TAR.
 
Allegati calendario e allegato B. 
 

 

Con sentenza pubblicata in data 5 aprile, numero 271/2017, il Tar Marche ha respinto dichiarandone la improcedibilità il ricorso presentato da LAC e WWF nei confronti del calendario venatorio regionale, ricorso che aveva visto intervenire ad opponendum Federazione Italiana della Caccia rappresentata dall’Avv. Alberto Maria Bruni, supportato dalla memoria tecnica del Dottor Michele Sorrenti
In particolare, nel commentare la Sentenza, il Tar Marche ha sottolineato come “la disciplina statale che delimita i periodi in cui le Regioni possono autorizzare il prelievo venatorio rappresenta il nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica ritenuto vincolante per le stesse Regioni e Province autonome. Nella specie, il calendario venatorio marchigiano per la stagione 2016/2017 rispetta in linea generale i limiti previsti dalla L. n. 157/1992.
Più nello specifico va osservato che: 
 
La classificazione SPEC delle specie cacciabili non assume valenza condizionante rispetto al prelievo venatorio, e questo né in assoluto né con riguardo alla stessa valenza della suddetta classificazione. Si deve infatti condividere l’argomento della Regione e di Federcaccia secondo cui esistono studi più aggiornati in materia, che costituiscono fra l’altro la base scientifica su cui le Istituzioni comunitarie fondano la propria azione negli ultimi anni. Il riferimento va al “Rapporto sullo stato di conservazione delle specie” adottato nel 2014 ai sensi dell’art. 12 della direttiva “Uccelli” e alla “Red List of European Birds” del 2015. Ciò comporta che l’assenza di un generale divieto di cacciabilità delle specie ricomprese nella lista SPEC di fatto ne ammette l’inserimento nel calendario venatorio regionale […]D’altra parte, si deve sottolineare il fatto che i paragrafi 2.4.24 e 2.4.25 della Guida interpretativa della direttiva “Uccelli” riportati a pagina 10 del ricorso non contengono alcun espresso richiamo alla classificazione SPEC, alla quale non può dunque essere attribuito il carattere di parametro vincolante che pretendono di assegnarle le ricorrenti. Da ultimo va segnalato che lo stesso ISPRA, come dimostra la nota datata 17 gennaio 2017 (versata in atti da Federcaccia in data 27/1/2017) condivide uno degli argomenti principali su cui negli ultimi anni si è fondata la Regione Marche nella predisposizione degli atti di regolamentazione del settore, ossia che uno studio serio ed aggiornato dello stato di conservazione delle specie deve essere implementato a livello sovrannazionale o, quantomeno, a livello delle diverse macro-zone omogenee in cui è suddiviso il territorio dell’Unione Europe. Questo perché i fenomeni migratori non sono racchiudibili rigidamente entro i confini nazionali dei singoli Stati e dunque anche la disciplina generale di riferimento (ossia le direttive comunitarie) deve essere elaborata alla luce di un quadro organico”.
Un altro riconoscimento dunque, alla linea tenuta dalla Federazione in questi ultimi anni e che conferma la giustezza delle argomentazioni tecniche e giuridiche avanzate, che sono state fondamentali per il rigetto del ricorso.
In attesa di una più approfondita disamina della sentenza, se ne pubblica in allegato il testo.
 
Roma, 7 aprile 2017 – Federazione Italiana della Caccia
 
allegata sentenza TAR Marche, scarica il pdf
 
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