Alessandro Bassignana

Alessandro Bassignana

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Sabato, 14 Ottobre 2017 00:00

Gestione: il Comprensorio Alpino Torino 2

Tra i monti che hanno visto disputarsi i giochi olimpici di Torino 2006 si aprono straordinari territori di caccia, con cime imponenti e ampie valli che ospitano di tutto un po’, dalla tipica fauna alpina sino ad una delle più straordinarie popolazioni d’ungulati d’Europa.
Si tratta dell’Alta Val Susa, quella di Sestriere e Bardonecchia, Cesana e Claviere, Sauze d’Oulx e Salbertrand, quella dove trent’anni fa la Provincia di Torino autorizzò i primi prelievi selettivi di caprioli e cervi.
Da allora di acqua…ne è passata molta sotto i ponti, talvolta pure sopra, e il Comprensorio Alpino Torino 2 (CATO2) è diventato uno dei posti più ambiti ove cacciare.
Esteso su 64.119 ettari, di cui 48.868 venabili al netto delle oasi di protezione e di due AFV, il CATO2 occupa gran parte dell’Alta Val Susa, iniziando poco sopra l’abitato dell’antica Segusium per raggiungere il Colle del Sestriere (mt.2035) da una parte e il Frejus dall’altra, confinando per un’importante sua porzione con la Francia, ed interessando ben dodici comuni.
Al suo interno il “Parco Regionale del Gran Bosco” e ai confini altri tre, tutti molto importanti: “Orsiera Rocciavrè”, “Val Troncea” e “Du Queyras”, in territorio francese.
Sono invece due i comprensori alpini che vi confinano: CATO1, valli Pellice, Chisone e Germanasca e il CATO3, Bassa Val Susa.
Nomi mitici che ogni cacciatore alpino che l’abbia frequentato conosce e conserva nel proprio bagaglio di ricordi, come Sommelier, Chaberton, Cotolivier, Gran Queyron, Testa dell’Assietta, Pian delle Stelle o Punta Ramiere; valli che s’aprono a destra o manca, gemme d’una collana preziosa, come quelle di Thuras o Cesana Bousson, la Stretta e la splendida Argentera; molte cime che superano i tremila metri, e quella affacciate verso la Francia ancora costellate di antiche fortificazioni militari erette a difesa di antichi confini; il punto più…occidentale d’Italia, Punta Gasparre (2.811 mt.), nel comune di Bardonecchia.  
E veniamo alla caccia.
All’interno del CATO2 si trova tutta la tipica fauna alpina ancora cacciabile in Italia, e cioè tre galliformi che sono forcello, coturnice e pernice bianca e la lepre variabile; forcello e coturnice attualmente vengono inseriti nei piani d’abbattimento dopo accurati censimenti, svolti in primavera al canto e d’estate con il cane da ferma, alla ricerca delle covate per la verifica del successo riproduttivo.
Sono però gli ungulati ad averne fatto uno dei comprensori più ambiti d’Italia, e questo grazie alla nutrita presenza di cervi e camosci.
I primi, da molti ritenuti i più belli e imponenti delle Alpi, furono introdotti dalla Provincia di Torino negli anni sessanta del secolo passato, inizialmente nel Gran Bosco di Salbertrand e da lì allargatisi al di fuori dei suoi confini; i secondi, cacciati da sempre, sono in crescita, favoriti dalle importanti quote altimetriche. Presenti anche i mufloni, per lo più sporadicamente e in fuoruscita dai parchi confinanti e il capriolo, sino a poco anni fa diffusissimo e ridotto a numeri decisamente preoccupanti dopo l’arrivo…del lupo. I primi furono avvistati una ventina d’anni fa, nel Gran Bosco, ma ora sono diversi i branchi che percorrono in lungo e largo il comprensorio.
Alcuni numeri per concludere, i dati dell’ultima stagione: sono abbattuti 250 cervi sui 375 concessi (censiti 1363 nel 2014, 1379 2015, 1656 quest’anno), 270 camosci su 282 (censiti 1907 nel 2014, 2058 nel 2015, 2065 quest’anno), 39 caprioli su 65 (618 nel 2014, 550 nel 2015, 590 quest’anno) quest’ultimi in drastica riduzione nell’ultimo decennio, pare a causa delle predazioni dei lupi; a questi s’aggiungono 153 cinghiali. 
Nel corso della stagione 2017/18 i cacciatori del CA nei 3 distretti in cui è diviso potranno abbattere 385 cervi, suddivisi per classe e sesso; i camosci sono invece 265 e i caprioli invece sono 50, ma suddivisi i 6 distretti.
Per quanto riguarda la tipica l’ultimo piano di abbattimento è di 20 galli e 12 coturnici; chiusa su tutto il territorio regionale pernice bianca e lepre variabile, i cui ultimi dati sono quelli della stagione 2013/14 quando furono richieste 27 pernici e 20 lepri; la pernice venne anche cacciata nel 2015/16, quando vennero assegnati 25 capi.
 
INFORMAZIONI 
 
Il Cato2 può accogliere sino a 922 cacciatori, attualmente ne sono ammessi circa 700, molti dei quali residenti al di fuori dei confini del comprensorio. 
Il Comitato di gestione è stato “accorpato” a quello del confinante CATO3 (Bassa Val di Susa e Val Sangone), ma su questa operazione voluta dall’assessore Giorgio Ferrero pende un ricorso di fronte al TAR, che verrà discusso il 18 ottobre 2017.
Presidente attualmente è Gianfranco Giuglar, vice presidente Graziano Donalisio; direttore tecnico Roberto Musso.
Esiste un servizio di vigilanza interno, il cui responsabile è Giuseppe Arleo.
La sede è in Piazzale Grand Hoche, Fraz. Beaulard (Oulx)
L’ufficio è aperto il pomeriggio dalle 15 alle 19 nei giorni di: lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì, sabato.
Telefono/Fax 0122.85.22.28
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Il comprensorio ha un sito sul quale si possono trovare tutte le informazioni, l’indirizzo è: www.cato2.it 
 

La ricerca promossa e sostenuta da FIdC e svolta dal Gruppo Inanellamento Limicoli (GIL, Napoli), raggiunge un secondo risultato con una nuova pubblicazione sulla rivista di ornitologia scientifica internazionale “Ringing & Migration”.

Il lavoro, dal titolo “Masses, fat loads and estimated flight ranges of Skylarks Alauda arvensis captured during autumn migration in southern Italy” a firma Sergio Scebba, Michele Sorrenti e Maria Oliveri Del Castillo, è pubblicato dal 28 settembre sulla versione online della rivista.

Questo studio ha analizzato un campione di 22.490 individui di allodola catturati e inanellati nella Piana del Volturno in provincia di Caserta e ha messo in relazione il peso, i depositi di grasso corporeo e il sesso, stimando le distanze di volo e quindi i possibili areali di svernamento della popolazione in transito in quest’area.

I risultati consentono di valutare che le allodole in transito presentano nella maggior parte depositi di grasso medi, e che potrebbero soffermarsi in Italia meridionale per lo svernamento oppure raggiungere l’Africa settentrionale solo dopo una sosta per riaccumulare energie, sempre sotto forma di grasso sottocutaneo.

Pur non avendo immediate ricadute sul prelievo della specie, si tratta di un ulteriore contributo alla conoscenza di una specie sotto la lente d’ingrandimento delle Istituzioni italiane ed europee e per la quale è in via di uscita il Piano di Gestione Nazionale, che prevede espressamente l’approfondimento delle conoscenze per applicarle alle scelte di gestione.

L’abstract, tradotto in italiano è disponibile a questo link http://www.federcaccia.org/progetti_ricerche.php?idn=33,  mentre chi fosse interessato a ricevere l’articolo completo può inviare una mail con la richiesta a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

Nella prima parte abbiamo parlato dell'importanza della preparazione fisica per affrontare la caccia alpina, e abbiamo chiuso parlando di battiti cardiaci e frequenza allenante, quasi dovessimo diventare atleti.
Nel nostro caso il discorso è un po' diverso, perché ovviamente non si chiede così tanto a chi esercita un’attività di pura passione com’è la caccia, ma è chiaro che debba sempre tener conto dei “segnali” inviati dal nostro corpo; se si…accende qualche spia, così come capita quando guidiamo un auto, significa che abbiamo terminata la benzina o c’è qualche problema al motore. Meglio fermarsi!
Di certo non si nasce atleti, o nemmeno schiappe, e se pur la natura contribuisce in tutto ciò dotando alcuni di fisici naturalmente predisposti a svolgere attività sportive, ed altri che invece lo sono  molto meno, tutte queste qualità possono essere affinate con allenamento e preparazione.
La caccia alpina è un esercizio fisico impegnativo e faticoso, e seppur lassù… non ci sia nessuno che ti insegue, è logico affrontarla preparati; il cacciatore coscienzioso questo lo sa bene, e quindi cerca giungere all’appuntamento con l’inizio della stagione in buone condizioni fisiche, a partire da quello che è un giusto peso corporeo. 
Chiunque abbia compiuto anche solo qualche escursione in montagna sa bene quanto diventi duro salire gravati da pesi superflui, e dunque se durante l’inverno ha accumulato dei chili in più ora è necessario che li smaltisca in fretta, perché anche solo uno in eccesso può diventare una pesantissima zavorra.
È inutile cercare di non riempire troppo lo zaino, o scegliersi carabine e fucili leggeri, se poi ci si porta su molti chili di grasso attorno alla vita o sparsi qua e là, e chi scrive l’ha sperimentato di persona più volte.
Essendo alto oltre il metro e novanta, ed avendo una corporatura abbastanza robusta, oltre alla passione per  buona cucina e vini, il mio peso è sempre oscillato di molto attorno al quintale, con delle punte che hanno visto la lancetta della bilancia sfondare quel limite di una ventina di chili, peso certo più consono ad lottatore di sumo piuttosto che ad un cacciatore di montagna!
Quando stazzi così tanto quello che dev’essere un piacere si trasforma in sofferenza, e seppur per amore della caccia di fronte ad un’ostica salita con la forza di volontà l’affronti e superi stringendo i denti, quando poi devi discendere allora la situazione si fa drammatica, con le ginocchia che ti pare debbano sbriciolarsi da un momento all’altro, come fossero di vetro!
Se poi hai la fortuna e la capacità di abbattere il tuo camoscio, e devi portarlo all’auto magari all’interno dello zaino, allora il discorso si complica parecchio, e quella per te diventa impresa comparabile ad una delle “nove fatiche d’Ercole”. 
Lo capii specialmente una volta, anni fa, quando dovetti ridiscendere da quota 2800 sino ai 1600 metri dove avevo parcheggiato il fuoristrada, e con una camozza d’una ventina di chili al seguito. Avevo quindici anni meno di adesso, e quell’anno oltretutto mi ero presentato al cospetto del monte in ottima forma fisica, per intenderci con un peso di “soli” novantadue chili, roba che non ricordavo da quando, venticinquenne, frequentavo assiduamente palestre, campi da squash, piste da sci e pure le discoteche un paio di sere la settimana!
La discesa, ripidissima in alcuni punti, durò quasi cinque ore, con il camoscio sempre sulle spalle, ma quel giorno ero carico come una molla e non mollai un attimo. Scaricare lo zaino a terra fu uno dei sollievi più grandi mai provati in tutta la mia vita, quasi che dopo potessi addirittura mettermi a volare. 
Ne pagai le conseguenze nei giorni successivi, perché le ginocchia non ne vollero più sapere e mi tormentarono a lungo, ma favorirono anche una considerazione: i venti chili di quel camoscio io spesso li avevo distribuiti sul mio corpo, come se ogni giorno mi dovessi sempre muovere con uno zaino sulle spalle. 
Ecco che allora diventa necessario raggiungere il proprio “peso forma”, o quanto meno avvicinarsene il più possibile. Ma qual è il peso forma ?
La risposta sembra facile, ma  invece non lo è affatto, perché individuare il peso corretto di una persona è impresa ardua, quasi quanto lo è raggiungerlo. Ho provato a farlo anch’io, navigando sul web e trovando molti siti che propongono la formula giusta, od almeno quella che secondo loro dovrebbe esserlo.
C’è da perdersi, e quando trovi il sito che finalmente le compara l’una all’altra, allora la confusione è sicura: inserendo i dati richiesti, e cioè altezza, età, sesso ed altri parametri legati alla tua corporatura, ecco saltare fuori una dozzina di risultati diversi che, nel mio caso, vanno addirittura dagli 81,02 kg sino ai 101,9!
Com’è possibile ci possano essere queste differenze per me resta un mistero; ma anche pensare ch’io possa scendere ad ottantun chili, è come credere che un cammello possa passare attraverso la cruna di un ago!
L’altro valore in realtà risulta molto più alla mia portata.
La verità è che il peso forma diventa concetto quanto vago, perché poi esso va mantenuto per sempre, e dunque è opportuno prefiggersi un secondo obiettivo, mirando invece a raggiungere quel peso che ci fa star meglio, consentendoci l’esercizio di una giusta attività fisica senza affanni o correre il rischio di beccarsi il classico “coccolone”! 
Ecco che allora prima di affrontare una nuova stagione s’impone sempre una qualche…manutenzione, e così come per un’auto ormai vecchiotta, pure noi tutti necessitiamo d’una revisione e di un tagliando tale da metterci nelle migliori condizioni per vivere la caccia alpina come un piacere e non un sacrificio.
Dieta e movimento sono due regole basilari da seguire per volesse, o dovesse, ritornare ad un peso più consono e ad decente stato di forma, e bisogna cominciare per tempo, favoriti dal ritorno della bella stagione che invoglia questo tipo necessità.
Bisogna cominciare dalla tavola, e per me, come sono sicuro valga per molti altri cacciatori, ciò  vuol dire fare molte rinunce come evitare di…sbranare salumi e formaggi come fossimo cinghiali di fronte ad un campo di patate, oppure aprire una bottiglia di buon vino e finirsela da soli, ma anche abbinare una qualche attività sportiva che ci permetta di bruciare i grassi accumulati nei mesi precedenti.
Un po’ di bicicletta, tante camminate e, perché no, pure ginnastica o palestra; se poi c’è l’occasione anche qualche bella nuotata al mare sortisce effetti positivi.
I sacrifici fatti saranno ripagati tutti dalla soddisfazione di salire al monte senza più il fiatone, di poter raggiungere e servire il cane senza che nel frattempo…faccia buio, di poter insidiare un camoscio senza temer di doverlo poi riportare a casa.
 
Ogni anno, prima dell’inizio di una nuova stagione venatoria, il cacciatore alpino, sia esso di selezione oppure di tipica fauna alpina, si trova ad affrontare il problema della sua forma fisica, e questo prima di tutto perché l’attività venatoria svolta in alta montagna non è una specialità venatoria tranquilla o rilassante, ma invece esige sempre una grande preparazione atletica e mentale.
Una volta che si è lassù, a quote elevate, si è molto lontani dal mondo civile e nulla può essere più lasciato al caso, pena mettere a repentaglio la propria incolumità fisica, e talvolta la vita stessa.
Per molti cacciatori, di certo la gran maggioranza di quanti si ripresentano puntuali all’appuntamento, la vecchia stagione è terminata molti mesi prima, carabine e fucili sono stati riposti negli armadietti blindati, ben puliti ed oliati per uscire solo ora. 
Anche le faticacce dei mesi autunnali, che avevano temprato il fisico di chi ha cacciato sui monti, sono ormai un pallido ricordo e spesso la stagione invernale s’è portata appresso un rallentamento dell’attività, magari con qualche eccesso alimentare di troppo che ha fatto…pericolosamente muovere l’ago della bilancia; appare scontato che il fisico ne risenta.
È vero che nel caso della selezione vi sono cacce abbastanza statiche, praticabili anche da chi non sia più un prestante giovanotto e che danno la possibilità di muoversi relativamente poco perché ci si apposta in attesa dell’uscita del selvatico e non lo si cerca tra boschi e valle, ma sui monti comunque il discorso cambia, eccome se cambia.  
Una normale giornata di caccia in alta montagna può costringere il cacciatore ad ore ed ore di faticosa marcia, percorrendo distanze davvero importanti, e che talvolta, come capita quando si cercano camosci, oppure s'inseguono indiavolati pointer e setter che cercano forcelli e cotorni, possono essere anche superiori ai venti chilometri, per di più scalando dislivelli tali da far invidia a molti bravi alpinisti.
Se infine si considera il peso che si deve trasportare, gravati come si è quasi sempre da zaino, carabina ed attrezzature ottiche, abbigliamento di scorta, cibo per sé e per i cani, ecco che l’affrontare una giornata di caccia alpina, a camosci o cervi e caprioli, piuttosto che a lepri o galli, diventa una prestazione atletica da non sottovalutare mai, e per la quale ci si deve preparare con serietà ed attenzione.
Insidiare la nobile Rupicapra rupicapra, il camoscio, signore delle rocce, infatti significa cacciare un selvatico che fa delle vette aguzze, delle cenge insidiose o di ghiacciai e nevai, casa propria; inseguirlo per ore e ore su per canalini che paiono scavati nella pietra dal diavolo, diventa autentica impresa. Lo stesso dicasi quando le stesse zone sono battute alla ricerca di pernici bianche, con i cani che esplorano quei posti impervi senza tener conto...deelle doti fisiche del loro conduttore. Servirli talvolta può diventare uno sforzo sovrumano, con la sola adrenalina che riesce a far superar la fatica.
E quando poi la nostra cacciata finalmente  va a buon fine, il camoscio era quello giusto ed è stato abbattuto correttamente, ecco che esiste il problema del rientro alla base, con una bestia che, nel migliore dei casi, completamente eviscerato (liberato cioè da intestini, stomaco, polmoni e tutto quanto non strettamente utilizzabile ai fini alimentari) può pesare una dozzina di chili se è un capretto dell’anno, ma può facilmente raddoppiare se siamo di fronte ad una camozza, od arrivare ai trenta/quaranta chilogrammi quando invece si tratta di un becco adulto.
Rientrare a valle in quei casi può diventare un autentico incubo, anche se si è in compagnia di un qualche compagno d’avventura con cui distribuire il peso, perché la nostra…macchina umana sottoposta a degli stress importanti non sempre risponde adeguatamente, e capita s’inceppi.
La conformazione del terreno e le pendenze da superare mettono a dura prova tanto cuore che polmoni del cacciatore, così come le articolazioni in generale che vengono stressate e logorate al limite della rottura, e per capirlo basta indossare un moderno cardiofrequenzimetro capace di rilevare con precisione la nostra frequenza atriale, e cioè i battiti cardiaci nelle varie situazioni che possono susseguirsi nel corso della giornata: riposo, attività normale, sotto sforzo.
Vero è che il nostro cuore è un muscolo potentissimo, ed agisce come un’efficiente pompa irrorando di sangue organi e muscoli, consentendo alla macchina umana di funzionare senza intoppi, ma regolare le proprie fatiche sulla base del battito cardiaco, conoscendo quelle che sono le soglie limite da non superare, ci consente di affrontare sforzi impegnativi e prolungati senza affanni od eccessivi affaticamenti, potendo quindi mantenere efficienza e lucidità nel momento del bisogno.
Una regola molto semplice, elaborata negli USA dal noto medico sportivo Kenneth H. Cooper, ci dice che per conoscere quale sia il nostro battito cardiaco massimo (HrMax) dobbiamo partire da 220 se uomini, e 228 se donne, e che corrisponde alla soglia massima raggiungibile dalle pulsazioni  di un soggetto sano, sottraendovi il numero degli anni.
Quel valore diventa poi la base per capire sino a dove ci si possa spingere per evitare di…farsi scoppiare il cuore in petto, basti pensare come coloro che si allenano seguendo le indicazioni del proprio muscolo cardiaco cercano di restare sempre in una soglia compresa tra il 60% e l’80% dell’HrMax.
Per fare un esempio molto semplice se si hanno 50 anni la formula è questa: 220-50=170, e quindi chi voglia rispettare queste regole lavora tra i 102 e i 136 battiti al minuto, sapendo che in quel range si raggiunge la massima efficienza allenante.
Gli atleti fanno proprio così, imparando a dosare e regolare l’intensità degli sforzi sulla base del proprio battito, evitando così di entrare in quelle situazioni che potrebbero compromettere la loro prestazione, come ad esempio quando si ha la formazione di acido lattico nei muscoli e l’insorgenza di crampi.
 
Segue la seconda parte...
E' successo ad Urbania, nella provincia di Pesaro ed Urbino, ad un giovane di 25 anni.
Tornava a casa con l'auto, a notte tarda, quando, pensate un po', si è trovata la strada sbarrata da...un branco di lupi! 
Lo sventurato guidatore non ha fatto a tempo a frenare, e così ha investito gli animali che hanno attraversata la strada correndo: impatto violentissmo e due animali morti, sull'asfalto!
Immaginabile lo spavento, lo sgomento di scoprire che si trattava davvero di lupi, e poi la rabbia vedendo gli effetti prodotti dall'impatto e il rischio corso; e meno male che la velocità non era elevata, sul posto comunque sono intervenuti i Carabinieri.
La Volkswagen, una Golf e non una...Lupo, è quella che ne ha patito le conseguenze, rimediando danni per molte migliaia d'euro.
Ci si chiede a questo punto a chi toccherà pagare, per rimborsare l'incolpevole giovane. Trattandosi di fauna selvatica, patrimonio indisponibile dello Stato, qualcuno dovrà certo farlo, anche se in questo Paese tutto può accadere, e non vorremmo che qualcuno se la prendesse con il giovane, reo di aver...ucciso due animali di "specie particolarmente protetta"!
Magari, suggeriamo noi, i soldini potrebberi essere messi a disposizione da uno di quei progetti di studio e protezione dei grandi predatori carnivori, voluti e finanziati da politica nostrana ed Europa, ma che divorano quattrini, pur loro con grande voracità!
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