Menu
RSS

facebooktwitteryoutubehuntingbook

Ma davvero la starna è spacciata?

Ma davvero la starna è spacciata?
Parlare di starna è divenuto sinonimo di perdita di tempo, spreco di denaro, o peggio … Lo scetticismo che circonda questa specie è ormai totale. Effettivamente, nell’attuale situazione, le starne sono diventate un ricordo tanto remoto da rimanere solo nella memoria dei cacciatori più anziani, destinati anch’essi, inevitabilmente, a fare la stessa fine delle starne.
I progetti di reintroduzione della specie a suo tempo intrapresi sono inesorabilmente falliti, o sono stati cinicamente fatti fallire.
Sta di fatto che, oggigiorno, le immissioni di starne allevate in cattività sono destinate a sostenere un’attività più o meno mascherata di pronta caccia, non mancando, invero, qua e là, anche immissioni dettate da interessi, se possibile, di ancor più bassa lega sui quali è meglio peraltro sorvolare.
Ciò detto, va aggiunto, che non mancano, grazie alla determinazione di alcuni validi ricercatori e studiosi, solidi progetti di reintroduzione della specie, ma purtroppo ancora alla ricerca degli indispensabili finanziamenti. In questo senso, meritano senz’altro di essere citati gli sforzi intrapresi, con successo, nella selezione in allevamento di ceppi in possesso di quelle caratteristiche genetiche che caratterizzavano le starne che vivevano nella nostra penisola.
Così, nell’augurato caso che i progetti di reintroduzione possano essere finalmente intrapresi, questi potranno fare sicuro affidamento su starne geneticamente selezionate e certificate.
Vada come vada, è bene rendersi tuttavia conto che le cause dell’estinzione della starna non sono state solo quelle ecologiche. Verissimo che le trasformazioni ambientali provocate dall’industrializzazione dell’agricoltura hanno determinato, così come mirabilmente dimostrato dal compianto Potts, una drastica riduzione della produttività delle popolazioni di starna presenti nell’Europa occidentale. Ma se oggi in Paesi europei come Francia o Gran Bretagna, che pure hanno vissuto processi ecologici del tutto analoghi a quelli verificatisi in Italia, sopravvivono ancora delle popolazioni selvatiche di starne, qualcosa vorrà pur dire.
A tale proposito, si potrebbero ovviamente prendere in considerazione numerose oggettive differenze ambientali e climatiche, ma certamente esiste un’altra sostanziale differenza: la caccia. Si badi bene, non la caccia in quanto tale, bensì il tipo di caccia. In Italia, a partire dagli anni ’60, ovvero dalla diffusione della caccia di massa, imbattersi in una brigata di starne equivale a sterminarla.
Non è sempre stato così. Un tempo, fino alla fine degli anni ‘40 quando la caccia alle starne veniva di fatto esercitata solo nelle riserve padronali, si facevano le “spuntature”, cioè si sparava solo a due o tre componenti della brigata, risparmiando tutti gli altri. In altre parole, si esercitava un prelievo conservativo. Ci si era infatti resi conto, sia pure empiricamente, che se l’anno successivo si voleva continuare provare l’ebbrezza di imbattersi in qualche brigata di starne, non bisognava annientarle.
A conforto di ciò, in Francia, dove si sono sperimentati prelievi venatori di questo tipo, cioè proporzionali al capitale faunistico disponibile, non prelevando mai in autunno una quota superiore al 10-20% dei soggetti censiti in estate al termine della riproduzione, le popolazioni di starna sono tornate a rifiorire, conseguendo degli incrementi in termini di presenza e di consistenza fino ad allora letteralmente inimmaginabili.
Ecco, il vero nodo da sciogliere, preventivamente, per la buona riuscita di qualsiasi progetto di reintroduzione della starna, non è certamente il divieto di caccia, bensì il praticare un prelievo venatorio conservativo.
E, sia detto per inciso, questo obiettivo potrà essere realisticamente conseguito solo tramite un’organizzazione territoriale dei cacciatori della piccola selvaggina.
 
Torna su

Normative

Ambiente

Enogastronomia

Attrezzatura