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Luca Gironi

Luca Gironi

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Arci Caccia: Cambiare tutto subito perché non cambi mai niente

arcicaccia logo co1L’unità del mondo venatorio è un tema che da sempre ci sta molto a cuore. Apprezziamo che il Presidente dell’ANUU Marco Castellani abbia risposto alla nostra lettera aperta e, in parte, Arci Caccia condivide l’obbiettivo. Il fine è quello di arrivare ad una sola associazione, non abbiamo alcun dubbio. Quale deve essere il percorso che consenta ai cacciatori di aggregare idee e proposte e arrivare alla meta con i cacciatori a fare da protagonisti? In un mondo ideale, forse potrebbe bastare accendere un interruttore per avviare il nuovo corso, ma noi ne dubitiamo. Ci vorrà tempo per realizzare il percorso partecipativo dal basso che viene richiesto giustamente dal Presidente Castellani, ed occorre avviarlo quanto prima. Nel frattempo, però, troviamo giusto dare dei segnali e risposte, mettendo in campo tutte quelle iniziative unitarie “immediatamente cantierabili” che possono, comunque, avviarci sulla strada dell’unità. Ne sono un esempio una polizza unitaria (in passato rinnegata, non da noi) e una rete integrata di servizi e attività sportive, che, assieme alla comunicazione congiunta già attiva nella Cabina di Regia, annullerebbe di fatto la concorrenza sul tesseramento, il momento più divisivo nei rapporti tra le associazioni.
Rimanere fermi ad aspettare, limitandosi a chiedere tutto e subito, è indubbiamente una strategia storicamente perdente, che rischia di compromettere un lavoro laddove già avviato. Troppe volte abbiamo risposto “presente” ad appelli all’unità che si sono risolti in un nulla di fatto. A meno che, anche questa volta, non sia questo il fine: chiedere di cambiare tutto affinché non cambi niente. Noi abbiamo avanzato una proposta realizzabile nell’immediato e aspettiamo di conoscere le opinioni degli altri Presidenti Nazionali, compreso quello dell’Associazione Maggiore, in modo da capire chi, davvero, vuole procedere verso l’unità. A questo scopo non possiamo non chiederci come mai ad un quesito nazionale risponda la Federcaccia Toscana, oltretutto tramite un comunicato di un’associazione non riconosciuta? È stata delegata a rappresentare Federcaccia sui temi dell’unità? Vorremmo saperlo, giusto per capire se, quanto letto nel comunicato uscito ieri è la posizione ufficiale di Federcaccia. Questo perché non capiamo la necessità di denigrare esperienze unitarie positive come la Feraveri dell’Emilia Romagna di cui Fidc è stata un membro fondatore o la stessa Cabina di Regia, a cui Federcaccia ci risulta aderire con convinzione, i documenti del passato sono chiari. Se l’idea di unità di Federcaccia è quella di riproporre una fallimentare confederazione priva del riconoscimento statale, dove Fidc è sola egemone, e che in anni di attività non è riuscita che a convincere l’ANUU sulle sette associazioni riconosciute presenti in Toscana, allora andiamo poco lontano.
Noi ribadiamo la nostra posizione, cominciamo a federare le associazioni nazionali riconosciute, vincolandole a lavorare insieme, su finalità e servizi comuni, senza farsi la guerra, già da subito ed intanto lavoriamo per conseguire il risultato che tutti ci auspichiamo: un mondo venatorio unito.

Arci Caccia Toscana: Dopo l’incontro con la Regione diciamo bene il lavoro sul Calendario Venatorio, avanti con la riapertura dell’addestramento e la caccia di selezione

Possiamo valutare senza dubbio positivamente l’incontro svoltosi oggi tra le Associazioni Agricole e Venatorie e la Regione Toscana. Buono il lavoro fatto sul calendario dall’amministrazione che, riproponendo il deliberato dello scorso anno, già passato attraverso i ricorsi degli estremisti animalisti, ci mette al riparo da brutte sorprese legali. Incassiamo con piacere la notizia che, anche quest’anno rimarranno in calendario moriglione, pavoncella e combattente, su cui ci sono ogni volta incertezze e ci sentiamo di sostenere l’idea della Regione di incrementare il carniere di allodola a beneficio di chi pratica questa caccia con i richiami vivi in forma specialistica, mantenendo, però, una quota abbattibile anche per gli altri. Sulla caccia al cinghiale, abbiamo richiesto che venga inserita, anche quest’anno, la dizione “ferme restando le tre giornate di caccia settimanali e le giornate di silenzio venatorio, per una migliore organizzazione del prelievo gli ATC possono variare i giorni destinati alla caccia in braccata al cinghiale;” che consente ad alcuni Atc di poter consentire di spalmare la caccia al cinghiale su più giorni che, quest’anno, non era ricompresa nella bozza presentataci. Ottime notizie anche sul fronte della caccia allo storno, la deroga di quest’anno, sarà formulata in modo da consentire la caccia anche in presenza di nuclei vegetazionali sparsi di vite e ulivo, perfino una pianta, e anche in presenza di minime quantità di frutto pendente, in modo da non aver più i problemi interpretativi che nella scorsa stagione hanno visto cacciatori sanzionati in modo quantomeno bizzarro. Ci uniamo anche alla richiesta, venuta dal mondo agricolo, di riattivare l’art 37, allo scopo di contenere i danni della fauna selvatica riesplosi in quest’epoca di contenimento.

A latere della discussione abbiamo ribadito le richieste già presentate come Cabina di Regia delle Associazioni Venatorie Toscane:

riapertura dell’addestramento cani, chiedendo che vengano specificate prima possibile le modalità di accesso alle ZAC.
riattivazione della caccia di selezione a cominciare dal cinghiale per poi proseguire con cervidi e bovidi
riduzione delle quote di iscrizione agli atc
Ci ha fatto piacere trovare, su questi tre temi, piena apertura da parte dell’Assessore Remaschi che si è reso disponibile a darci risposte rapide sulle prime due e si è detto disponibile a valutare la terza, su cui aspettiamo una risposta scritta e motivata dagli Atc, sicuri che in questo momento difficile, se ce ne sarà la possibilità si vorrà dare un segnale di solidarietà ai cacciatori in difficoltà.

Federcaccia: agricoltura e fauna selvatica ai tempi del coronavirus

federcaccia
Dall’Ufficio Studi e Ricerche Faunistiche e Agro-ambientali della Federazione Italiana della Caccia, alcune riflessioni sugli effetti del “lockdown” sulle dinamiche dell’agro-ambientale e dell’attività venatoria nel nostro Paese


Roma, 27 aprile 2020 - L’emergenza per il COVID 19, che stiamo affrontando ha rivoluzionato in maniera radicale il nostro modo di vivere, ma soprattutto determinerà delle profonde modifiche nel nostro immediato futuro. Dovrà cambiare la nostra economia, la nostra socialità e dovrà cambiare anche il nostro rapporto con l’ambiente. Molti settori economici del mercato sono infatti già in profonda crisi e saranno necessari dei piani straordinari per la ripresa, ma soprattutto servirà una nuova visione d’insieme e di strategia di sviluppo della società in base alla complessità di effetti che ha determinato questo fenomeno. Sarà soprattutto necessario un nuovo approccio nei confronti dell’ambiente poiché quest’emergenza sanitaria ci ha messo in guardia sulla nostra vulnerabilità e sulla necessità di individuare nuove strategie economiche e sociali sempre più sostenibili nei confronti del territorio. Molte attività e servizi legati a quest’ultimo necessitano così di una valutazione in base agli impatti determinati dall’emergenza COVID 19.
Di seguito si presentano alcune riflessioni e considerazioni al riguardo in merito ai servizi ambientali della fauna selvatica nel comparto agricolo nazionale.
Agricoltura e fauna selvatica - Il settore agricoltura in Italia sta subendo evidenti impatti negativi dall’avvio del lockdown per COVID 19. Sebbene non ci siano state intere chiusure delle attività produttive, come invece è avvenuto in gran parte degli altri settori economici nazionali, alcune problematiche di diverso ordine si sono ugualmente verificate in diverse filiere di produzione agricola ed in determinati settori. Attualmente è infatti chiusa l’attività dell’agriturismo e delle forniture per ristorazioni e mercati; in forte crisi è anche tutto il comparto florovivaistico ed enologico, per l’evidente flessione delle vendite, e a rischio sono molte produzioni di frutta e verdura per la mancanza di manodopera stagionale.
Gran parte delle altre produzioni agricole invece stanno reggendo, ma rimangono ugualmente a rischio latente per l’incertezza del mercato attuale in questa situazione e soprattutto per il fatto che non essendo l’agricoltura un sistema chiuso, ma legato all’economia complessa di tutto il Paese, vi è comunque in agguato il rischio di un’ulteriore crisi che può essere alimentata dal sovrapporsi di altre potenziali problematiche.
Questa criticità non deve distogliere l’attenzione dagli altri fattori e servizi offerti dall’agricoltura, come quelli del comparto agroambientale che proprio in questo particolare momento possono risultare anche più evidenti e chiari nella loro valutazione ed importanza.
Uno di questi è l’equilibrio tra agricoltura e fauna selvatica: un delicato e complesso obiettivo da raggiungere e di alto valore ambientale, ma che può creare impatti negativi se sfugge al controllo e se soprattutto non viene adeguatamente mantenuto e gestito.
Da anni infatti gli agricoltori segnalano ingenti danni alle colture agricole ed alla zootecnia causati da diverse categorie faunistiche come grandi carnivori, ungulati, corvidi, turdidi, columbidi, piccola selvaggina ed altre ancora. Molte di queste specie sono d’interesse venatorio e pertanto un’adeguata e corretta attività di caccia programmata può potenzialmente contenere le popolazioni e limitare così gli impatti negativi all’agricoltura. Diverso è il caso per le specie faunistiche di non interesse venatorio, presenti in aree protette o che comunque sfuggono al controllo e che causano così ulteriori ed ingenti danni in agricoltura. Per queste categorie sono necessari dei piani di contenimento numerico che esulano dall’attività venatoria e vengono svolti da operatori individuati a norma di legge.
Manca purtroppo la quantificazione complessiva e precisa del danno a livello nazionale, poiché molti impatti da fauna selvatica sono difficili da valutare e soprattutto non vengono tutti denunciati dagli agricoltori a causa delle modeste quote di risarcimento messe a disposizione dalle amministrazioni locali competenti. Si presume tuttavia che l’ordine di grandezza del danno causato dalla fauna selvatica all’agricoltura a livello nazionale possa ammontare a diverse decine di milioni di euro all’anno. Si pensi infatti che nel 2019 la Coldiretti Lazio ha stimato tale danno nella propria regione in ben 7 milioni di euro.
Nell’attuale periodo di lockdown questo livello di danno potrebbe però risultare ancora più rilevante sia per il fatto che le popolazioni di fauna selvatica sono ora più tranquille, e possono così proliferare ed incrementare più facilmente, sia per il fatto che purtroppo l’attuale stagione agraria sarà sicuramente ridotta di produzione e pertanto anche se le popolazioni di fauna impattante non aumentassero di consistenza il danno alle colture risulterebbe proporzionalmente più elevato.
Il problema di tutto ciò è riconducibile alla base, in quanto queste problematiche vengono troppo spesso affrontate solo a livello di emergenza mentre è poco sentita l’esigenza di effettuare comunque e a prescindere una corretta gestione della fauna selvatica negli ambienti agrari. Gestione che va intesa come valorizzazione della componente faunistica di un territorio, di tutela e conservazione, ma al contempo anche di valutazione del suo impatto sostenibile ed eventuale riequilibrio con azioni antropiche dirette.
Argomentazioni che in questo periodo sono ulteriormente messe a rischio dall’emergenza COVID 19, che chiaramente pone l’attenzione su altre questioni di priorità sociale, e anche per gli attacchi della parte animalista dell’opinione pubblica che in questo periodo si sono intensificati (per esempio contro i ricorsi ai piani di controllo attivati dalle amministrazioni regionali per limitare i danni in agricoltura o per richieste immotivate di limitazione delle attività venatorie e commercio carni per motivi sanitari).
A tutto ciò si aggiunge un ulteriore problema che consiste nell’attuale riduzione della presenza e del presidio del territorio agroforestale da parte dell’uomo e delle conseguenti riduzioni delle buone pratiche di cura e conservazione del territorio. Già da tempo infatti l’agricoltura nazionale soffre nelle aree marginali di una economia al limite della sussistenza e che rischia così l’abbandono dell’attività e del presidio stesso del territorio.
Inoltre, questo lockdown potrebbe limitare anche l’attività del mondo venatorio, che in queste particolari aree svolge un’importante azione di supporto al mondo agricolo soprattutto mediante azioni di presenza e di intervento di riqualificazione e miglioramento ambientale.
Il rischio della perdita del presidio di un territorio e il riappropriarsi della natura di tali aree (es. ritorno del bosco al posto dell’agricoltura) non hanno inoltre sempre dei risvolti positivi per l’ambiente. Non è infatti scontato che nel breve periodo ci possa essere un incremento del valore naturalistico di un’area abbandonata come si potrebbe presupporre a priori. Vi sono esempi infatti di dinamiche di vegetazioni povere in qualità ambientali e con conseguenti regressioni di specie preziose o addirittura incremento di specie faunistiche opportuniste (es. cinghiale) che compromettono nel complesso l’intera biodiversità di un più ampio sistema territoriale.
Conclusioni - Questo particolare momento emergenziale del nostro Paese non ci deve far abbassare la guardia e l’attenzione sulle questioni ambientali e in particolare nei confronti dei nostri territori agro forestali.
Dobbiamo più che mai far promuovere il ruolo dei cacciatori nell’attività di presidio del territorio e soprattutto sulla necessità di avere una costante gestione della fauna selvatica a livello nazionale. Fauna selvatica che deve essere sempre più considerata come una ricchezza e un valore ambientale per una agricoltura sostenibile.
Emergenze come il COVID 19 sono infatti degli ulteriori segnali che ci fanno sempre più capire come siamo vulnerabili e dipendenti dalla natura e dal nostro ambiente. Per questi semplici motivi il cacciatore stesso dovrà essere sempre più consapevole del suo fondamentale ruolo di conservatore del territorio e per tale motivo sempre più vicino allo stesso mondo agricolo.


Ufficio Studi e Ricerche Faunistiche e Agro-ambientali

VIGILANZA E SANZIONI: IL SUPPORTO DELLA CCT

La stagione venatoria è in pieno svolgimento e non sono rari i casi in cui vengono effettuati controlli nei confronti dei cacciatori da parte degli organi di vigilanza. Premesso che l’attività di controllo rappresenta un importante strumento per prevenire e nel caso punire le violazioni, che come in ogni settore ed attività possono verificarsi, non possiamo però fare a meno di rilevare come sovente, alcune contestazioni presentino spesso elementi di illegittimità o di distorta applicazione del regime sanzionatorio. Situazioni che, nonostante lo sforzo profuso dai coordinamenti di vigilanza presenti sul territorio per dare omogeneità sulle procedure da applicare, producono errori che portano a ricorsi da parte degli interessati.
La costante attività di nuclei appartenenti ad alcune associazioni ambientaliste ed animaliste ha portato a numerose opposizioni a verbali effettuati nei confronti di cacciatori che operavano in osservanza alle disposizioni di legge.
Per tale motivo, al fine di poter dare il massimo supporto agli iscritti delle Associazioni Confederate, la CCT ha dato vita ad uno specifico punto di assistenza e consulenza, coadiuvato da esperti e legali, per supportare e consigliare il cacciatore sul percorso migliore da intraprendere a propria difesa. Il servizio, completamente gratuito, potrà essere attivato direttamente rivolgendosi ai nostri uffici oppure via email all’indirizzo Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Lombardia: pubblicata la sentenza della Corte Costituzionale che boccia la legge regionale per la caccia al cinghiale nelle aree protette

Pubblicata la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, della legge della Regione Lombardia 17 luglio 2017, n. 19 (Gestione faunistica-venatoria del cinghiale e recupero degli ungolati feriti), nella parte in cui si riferisce anche alle aree protette nazionali

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