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La mia vita

                                 

Durante la mia infanzia, sono cresciuto in una famiglia in cui la caccia faceva parte dell’ ordinario di tutti i giorni, mio babbo, i miei zii i miei nonni erano tutti cacciatori, e le loro mogli sembravano l’accettassero normalmente, così come si fa per le cose di tutti i giorni, le cose normali insomma, ed io, con mia sorella, facevo parte di quell’ insieme. Era ovvio per me vedere merli, tordi, cesene e sasselli in gabbia, ma anche fringuelli, passeri e civette che a quei bei tempi si poteva ancora, e con loro animali domestici come polli, anatre e suini. E poi sopratutto c’era il mio compianto toro, un setter inglese bianco e nero che ancor oggi me lo ricordo, ma soprattutto ricordo le mie giornate con lui a rincorrerlo nella mia “aia” di casa e tirargli la coda, ma lui non ci faceva mai caso, seguiva sempre passo dopo passo mio babbo o mio nonno sperando lo portassero a “levare” qualche fagiano o lepre rendendolo così il cane più felice del mondo anche se solo per qualche ora, che passione aveva per andare a caccia il mio toro….       Così, fra tutti questi animali, passavo le mie giornate ed insieme alle giornate passava anche inesorabile il tempo, e con lui io crescevo, ed iniziavo a pensare un po’ di più con la mia testa e uscire dalle idee che un bimbo si fa, e uscire così anche dal guscio che inevitabilmente gli crea attorno la propria famiglia con le sue certezze e i suoi consigli. Infatti, ricordo ancora un giorno a scuola, in quarta elementare, una lezione che ci fece la mia maestra, fino a quel giorno un idolo per me, un esempio da seguire, una persona adulta ed istruita, riguardante la caccia e i cacciatori, intimando che erano tutti degli “assassini” che non sapeva come facevano a dormire la sera e che era un hobby assolutamente da abolire. Le parole non erano state precisamente queste, erano molto più costruite, più “furbe”, ma il succo finale era questo e me lo ricordo ancora bene nonostante fossi un bambino di appena dieci anni… Fu per me un pugno nello stomaco, mi cadde il mondo addosso, come pensare che mio babbo e tutti i miei familiari fossero apostrofati così da una persona che pensavo intelligente??. I giorni successivi furono per me duri, rimasi settimane scioccato da quella lezione della maestra che continuamente mi ronzava nel cervello come una zanzara in una notte calda d’agosto. Così per i giorni successivi osservavo i miei familiari e provavo ad immaginarli come li aveva descritti la maestra, cioè assassini e cattivi, eppure a me sembravano dolcissimi e affettuosi, buoni sia con me che con mia sorella, e li osservavo mentre amorevolmente parlavano con l’uccelli mentre li governavano, oppure accarezzavano o giocavano con toro, li vedevo come erano felici, e nei loro occhi vedevo amore, gioia e non l’odio con tutti gli animali come aveva detto la maestra…..

Nel frattempo era passata molta acqua sotto i ponti, e la caccia ormai era rimasta soltanto un”immagine” di fondo della mia dolce famiglia, si qualche volta, tempo prima,ero andato a caccia assieme a mio babbo e il nostro cane, avevo pure sparato a fermo a qualche bossolo spento, con il calibro 28, ma era finita lì, ormai avevo nella mente quello che un adolescente è giusto che abbia a quell’età: motorini, la discoteca, l’ abbigliamento e soprattutto le ragazze. Comunque anche se raramente, il vecchio discorso della signora maestra mi riappariva nella mente, così all’improvviso, come un tarlo che di tanto in tanto si sveglia per mangiar qualcosa e poi tornare a dormire per un po’, così giorno dopo giorno mese dopo mese e anno dopo anno, iniziava a stufarmi e a rendermi nervoso ogni volta si ripresentava. Decisi allora, anche per vederci più chiaro, di interessarmi un po’ a questo mondo odiato da tanti, che fino a quel momento visto solo dall’esterno e mai vissuto a pieno in prima persona. Iniziai a leggere qua e là le riviste del settore di mio padre, cominciai a parlare un po’ di più di caccia con i cacciatori di famiglia e con i pochi miei amici quasi coetanei che la praticavano, così che inconsciamente percepivo un'altra visuale della caccia e in me iniziava a “bollire” quel sangue di cacciatore che,forse, avevo sempre avuto, ma era rimasto troppo tempo nascosto…….

Ricordo una sera, ormai maggiorenne,che passai, come spesso facevo, a trovare mio nonno. Quella sera lo trovai a preparare le sue cose per la mattinata seguente al capanno. Era un “omone” di poche parole, ma quella sera, forse vedendomi interessato e curioso a quello che stava facendo, mi spiegò come svolgeva la sua battuta al capanno, e mentre l’osservavo parlare vedevo dietro i suoi occhiali d’osso, i suoi occhi brillare di gioia e speranza, forse già proiettato al giorno seguente, oppure per l’ amore della sua passione per la caccia. La cosa certa però è che poche volte li avevo visti così pieni di gioia….. Dopo qualche “ chiacchiera” ad un tratto si voltò verso di me dicendomi: Perché domani non vieni anche te!?!?!.. La sua domanda mi spiazzò, non sapevo che cosa rispondere, non c’ero abituato ad alzarmi così presto, un caso ci tornavo a quell’ora, e poi cosa ci facevo, e se non mi piaceva o peggio mi annoiavo, cosa gli avrei detto poi?? Alla fine però, forse per non ferirlo, accettai e fissai per l’ora precisa.

Mentre tornavo a casa in auto e anche le ore successive, non facevo altro che pensare al mattino seguente, stava nascendo in me una sensazione nuova, tipo adrenalina,non saprei spiegare, e non vedevo l’ora di andare a letto per arrivare prima al giorno dopo, e tutte le paure che avevo poco prima nel rispondere a mio nonno a poco a poco stavano trasformandosi in emozioni e speranze.

Arrivò così il suono tanto atteso della sveglia, nel pieno della notte, e arrivò come un grido di gioia, mi affrettai nel prepararmi, con abbigliamento mimetico raccattato qua e là, e nel fare colazione, e anche se ero di largo anticipo, per non rischiare di fare tardi, mi misi in viaggio verso casa di mio nonno. Nonostante arrivai prima del previsto, mio nonno, era già lì in piedi, che preparava le sue gabbie, e mentre ci parlava amorevolmente le sistemava in auto ordinatamente quasi come un rituale, e immaginavo lo facesse sempre allo stesso modo da molti e molti anni… quando si voltò e mi vide sorrise, e lì capii per la prima volta, che era veramente felice che avessi accettato il suo invito. Poi finito di caricare le nostre cose salimmo sul vecchio e piccolo 4x4 e ci avviammo verso la destinazione del suo capanno….. Dopo alcuni minuti di viaggio, che per me non finivano mai, mio nonno mi aveva spiegato come procedere appena arrivati a destinazione, ma io tanta l’ emozione e col pensiero fisso alla imminente mattinata, avevo capito un bel fico secco. Appena scesi dall’ auto mio nonno si apprestò subito a scendere le gabbie con i suoi adorati ausiliari ed iniziò ad appenderli. Io nel totale buio lo ammiravo quasi ipnotizzato, dietro la tenue luce della sua vecchia torcia elettrica, mentre appendeva le gabbie con maestria e decisione senza esitazione, le sistemava che fossero tutte dritte, e sempre al loro posto alla loro pianta, altrimenti non cantano bene non ci riconoscono, mi spiegò poco dopo….

Le gabbie erano sistemate, era ora di scendere l’occorrente dall’ automobile, ed appena spostata entrare nel capanno. Mio nonno entrò per primo e subito dopo io, appena dentro mi sembrò di essere in una reggia di legno, tutto era al suo posto, la sedia nel primo angolo sinistro, la piccola scala incastrata su una parte, la mensola frontale dove appoggiarsi e appoggiare le cose, la piccola stufa sotto l’ esile tavolo al lato destro proprio di fronte la sedia, e quelle feritoie poi, fatte così precise da sembrare tagliate con il laser… Così mentre mi guardavo attorno iniziò a sfoderare i suoi fucili, immaginai allo stesso modo come faceva da anni, da quando aveva quell’appostamento, ne portava sempre due, il tronchino calibro 28, per i tiri più vicini, ed il vecchio sovrapposto calibro 12 a due grilletti. Quest’ultimo calibro per me era quasi un sogno, era quello che da piccolo guardavo sempre pulirlo da mio babbo, e mi diceva: questo da un contraccolpo tremendo, e mi rideva. Quante volte l’avrei voluto toccare o prendere in mano, ma mio padre giustamente non ha mai voluto.

Mentre mio nonno caricava, quasi accarezzandoli, i fucili, “nero” il merlo aveva già iniziato a cantare, è già lui dava il nome a tutti i suoi turdidi, e con la testa chinata sul fucile bisbigliò quasi fra se e se: che merlo è quello appena lo appendi inizia a cantare e come canta, è vecchio ormai ma è la mia gioia…

Ci eravamo, era quasi l’ora, e mio nonno mi disse che da quel momento in poi ogni attimo era buono per vedere la prima sagoma, allora io mi voltai deciso verso le feritoie e iniziai a scrutare le buttate all’ esterno, fra di me mi domandavo “ ma come fa a vedere è tutto buio? Si vede appena i profili delle piante” le buttate all’esterno erano situate a semicerchio, con cinque piante principali di quercia da sinistra a destra e con delle pertiche di”aborniolo”situate dalla prima pianta all’ultima giro giro su due file a circa un metro l’una dall’altra, il tutto era a circa dodici tredici metri dal capanno e le due grosse bronche situate sulle due querce più alte, ma dietro a tutto questo, ad una quindicina di metri c’ era un piccolo bosco, e questo rendeva la visuale difficoltosa e non poco. Mentre mi stavo sforzando gli occhi, in un modo indescrivibile, per poter captare ogni singolo movimento, in me sentivo un ansia nell’attesa che rendeva tutto così strano, ma bello. Era una sensazione che non avevo mai provato fino a quel momento, tutto questo, misto all’ adrenalina, che ormai mi aveva invaso ogni centimetro del mio corpo, era accompagnata dalla dolce melodia dell’ ausiliari là fuori che” impettiti e gonfi” sulle loro cassette del mangiare avevano iniziato tutti a cantare, facendomi venire la pelle d’oca, dal così meraviglioso canto che emettevano e che io non avevo mai udito immerso nella stupenda natura. Non avrei mai saputo che da quel momento in poi quella sarebbe stata la mia unica”droga”! E mentre ero immerso in così tante emozioni vidi un movimento sulla mia destra che si spostò velocemente su un piccolo rametto di ginepro di fronte a me, fu allora che vidi una piccola sagoma scura che lo faceva dondolare… Che emozione ero felicissimo mio nonno non l’ aveva visto ero stato io ad accorgermene per primo, e non appena stavo per indicarlo mio nonno mi gelò con la sua calma dicendomi: E’ un pettirosso! Non lo vedi come saltella
ed è piccolo? Viene sempre a trovarci al capanno, ti completa la bellezza del tutto, è lui che saltella e si rincorre spesso coi suoi simili, insieme al canto degli uccelli e alla natura che fa bello il capanno anche se non tiri un colpo! E poi lo sparo è solo l’ ultima cosa, il contorno!... Che delusione, doveva esser stato grave scambiarlo per un turdide , però cercai subito di non demoralizzarmi dicendomi che mi mancava l’esperienza essendo la prima volta al capanno, e poi dosare l’emozione e capire a che specie appartiene non era facile, era quella la differenza di un vero cacciatore, conoscere bene la fauna e domare l’ emozioni, ed ecco perché col primo anno di licenza di caccia bisogna essere accompagnati da un cacciatore esperto, anche per questo. Qualche attimo dopo vidi mio nonno che lentamente si tirava indietro mentre con la sua mano destra andava a cercare il calibro 28. Che aveva visto, che c’era? Mi chiedevo, e anche se fuori il giorno stava per prendere posto alla notte io non riuscivo a vedere niente! In un attimo il fucile fu nella feritoia ed altrettanto veloce esplose il colpo che risuonò fuori e dentro di me come una dolce melodia, e l’odore particolare della polvere da sparo velocemente mi avvolse come un caldo abbraccio e riempì per un po’ tutto il capanno… Era un merlo disse sicuro mio nonno, il prossimo provi te!!.. COSA? CHE AVEVA DETTO?!?! Non ci potevo credere le mie gambe iniziarono a tremare come giunchi e in gola si formò un nodo grosso come una mela, e non so se fu la paura di sbagliare o cosa ma pregai non si buttassero più uccelli… Ma mentre ero invaso da questi mille pensieri fui interrotto bruscamente dal dolce volo di una sagoma che da dietro il capanno leggiadro e sicuro si buttò su di una pianta, credo una cascia, del bosco dietro le buttate principali. Mio nonno mi disse subito con la sua solita calma, lo vedi? Questo è furbo, se lo vedi presto prendi il 12 e tira, non ci starà molto… Io lo vedevo o forse mi sembrava non ero sicuro affatto, volevo tirasse mio nonno, ma non c’era il tempo, tutto allora mi sembrò al rallentatore e il freddo pungente, che la mattina appena alzato mi aveva fatto chiedere chi me lo aveva fatto fare di lasciare il caldo letto, mi “scaldava” come il sole di luglio, l’uccelli fuori li sentivo cantare come fossero lontanissimi, il mio respiro era lento e affannoso, ed i battiti veloci del mio cuore mi rimbombavano in testa come fa un picchio in un tronco, fu così che la mente ordinò la mia mano di prendere il 12, che lentamente eseguì l’ordine… Che emozione il mitico 12, lo sentivo pesante fra le mani, e la situazione creata quasi non ce la faceva a farmelo alzare, lo portai verso la mia guancia e lo appoggiai appena fuori alla feritoia, era sempre tutto così strano, era passati solo attimi ma per me erano sembrate ore. Ormai l’occhio destro era in linea con la tacca di mira del fucile, ed il fumo della mia bocca era quasi divenuta come nebbia che mi avvolgeva e quasi non mi faceva vedere la preda, comunque il dito indice destro scivolò sul primo grilletto che dopo aver tolto la sicura, lo premette verso di me,da solo, come non fosse stato nessuno ad ordinarglielo, ma fosse stato solo un istinto primordiale. Il colpo, questa volta, fu più forte e mi svegliò dallo stato di “trans” che si era creato in me, e allora attorno a me tutto tornò ad ritmi normali, vidi soltanto muovere le foglie dove avevo colpito, non vidi cadere niente, mi voltai verso mio nonno che ridendo mi disse, questa volta con la voce più scomposta e emozionata, bravo! Il tuo primo tordo!... Ero al settimo cielo avevo l’occhi lucidi, era successo qualcosa in me! E non saprò mai se furono l’odori pungenti del bosco, i colori dell’autunno, veder nascere il giorno o tutto l’insieme, ma di sicuro c’è che da quel freddo giorno d’ottobre la mia vita sarebbe cambiata, e per sempre.

Ormai sono passati quasi trent’anni da quel giorno in cui la maestra fece quella famosa “lezione” ed io oggi non posso far altro che ringraziarla, perché se non avesse detto quelle brutte cose, se non avrebbe parlato male dei miei cari, non avrebbe fatto così nascere in me quell’ istinto, e forse non sarei mai diventato cacciatore, chi lo sa? E allora chissà quante albe, quanti tramonti, quante passeggiate nei boschi con la brina sotto i piedi e i suoi l’ odori nel naso e nell’animo, quante ore sotto l’acqua aspettando emozionanti voli d’ uccelli acquatici, quanti voli di colombo, quante mute di cani, quanti frulli di fagiano, quanti sguardi e ferme col mio cane,quanti melodiosi canti d’uccelli non avrei scoperto, quanti meravigliosi posti non avrei visto e quanti stupendi amici “malati” di caccia come me non avrei conosciuto.???!!!. Quindi posso solo ringraziarla. E ancor oggi, quando chiudo la porta del mio capanno tutto torna a quel giorno lontano con mio nonno, e anche se lui purtroppo ormai non c’è più, come il suo caro capanno , che spero vivamente l’abbia portato lassù con se, così che io possa immaginarlo li dentro, dietro quella precisa feritoia che guarda fuori e sorride felice, la mia emozione è sempre la stessa, e quando i miei amici iniziano a cantare, io sorrido, sorrido perdutamente, allora mi affaccio alla feritoia e i problemi i dolori e tutto il mondo resta fuori, e non entra e non lo faccio entrare, mi sento racchiuso come nell’ovatta, e alcune volte sento la presenza di mio nonno accanto, che con la sua solita calma mi dice dove si buttano l’uccelli ed è felice con me, e quelle poche ore valgono tutte le fatiche e il tempo dell’ anno che ci vogliono per mantenere i richiami ed i capanni, per pulirli e sistemarli, e i pochi giorni che il mio tempo mi fa praticare la caccia, io sono su un altro pianeta sono felice e non posso chiedere altro….

Quindi grazie ancora signora maestra, grazie di avermi fatto diventare tutto questo!....

Ah!.... Un'altra cosa, ora che li conosco bene, posso dirle con sicurezza, che i cacciatori non sono cattivi, gli e lo assicuro!!!........

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