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Partenze

2 Giugno 2011
Parto per l’Africa con il cuore pesante. E' come se la morte di mia madre, avvenuta solo venti giorni fa, avesse minato di colpo legami e certezze. Pensieri e ricordi si rincorrono. Li sento vagare senza ritegno nella mia mente. Invano cerco di fermarli, scappano veloci, tumultuosi. Con la presunzione di poter riscrivere la storia mi sforzo di cancellarli. Oltre al fatto che avevo organizzato da tempo questo viaggio, non so cosa mi spinga davvero a partire. So che parto. Con dolore ma parto. Un’ amica ha osato dar voce ad uno strano pensiero, che sia questo l’ultimo regalo di mia madre prima della sua partenza. E' come se con quel suo andarsene via in punta di piedi, con discrezione, avesse voluto lasciarmi libera di volare verso il mio sogno africano. La mia e la sua sono partenze dolorose. Ho paura che possano anticipare solitudini e derive, ora che sono rimasta sola a condurre il gioco della vita.
3 giugno 2011 aereoporto di Johannesburg.
Un ritardo a Francoforte mi ha fatto perdere la coincidenza. Sono in giro da quasi ventiquattro ore. Giorni fa per quanto fossi stata tentata di immaginare gli spazi e gli animali che avrei incontrato, non ne sarei stata capace. Per una specie di scaramanzia mi ero imposta di non pensare. Era come se la mente avesse intrappolato il bisogno di sognare. Ma ora che il viaggio è iniziato, intuisco che da questa terra di confine non si torna indietro. Io sono libera di pensare, di agire.
E' la vita che continua e che incalza nonostante i miei occhi siano spenti.
Dicono che nell’ aria del bush vivono gli spiriti migliori e che magico sia il cielo d Africa con le stelle così vicine alla terra che i bimbi le possono sfiorare....chissà se basterà a riscaldare questo cuore. Nel tentativo di catturare qualche pensiero per tradurlo in parole, annoto sul taccuino poco altro. Parole.....cosa valgono le parole quando il cuore è pesante?
3 giugno 2011 ore 16.00 Port Elizabeth
Mi convinco di saper presagire gli eventi. Ero partita con l’idea che mi avrebbero perso le valigie e così è stato.
Per fortuna è arrivato Benny, il mio accompagnatore boero. Lascio a lui le pratiche   burocratiche. Poco mi aiuterebbe il mio inglese scolastico e dopo tutto non mi costa sacrificio stare in questo silenzio forzato perchè nel dolore ho trovato un comodo rifugio.
Il primo regalo che ricevo dalla terra sudafricana è un tramonto di fuoco, di un rosso intenso, sfacciato, attraversato orizzontalmente da profondi solchi neri.
“Questa è l’Africa” - dice Benny. L’ Africa dei contrasti dove tutto è grande e smisurato, dalle distanze agli animali e dove tutto, nello stesso tempo, e infinitamente relativo.
E' inverno e alle sei di sera è già buio. Sarò ospite di Benny e di sua moglie per una settimana.
4 giugno 2011 ore 7.00 Casa di Benny
Si parte per la caccia così come per l’intera settimana. Le ore qui passano veloci anche se parlare di tempo non ha senso. E' la vita con le sue esigenze a scandire il tempo.
Si parte con la luce, si mangia quando si ha fame. Respiro una grande libertà. Anch’ io ho perso la conta dei giorni e la cosa non mi dispiace. Sento che questa terra mi piace; ha saputo catturare,con l’allegria di questa gente, le mie briciole di nostalgia.
Gli ultimi due giorni in Sudafrica sono di pioggia, una pioggia così insistente che in poche ore rende la pista quasi impraticabile. Una immensa colata di acqua che si divide in mille rivoli minacciosi. Dappertutto fango e terra. Il colore dominante è ancora il rosso, un rosso profondo ed intenso come le tante ferite di questa terra che forse un po' mi assomiglia.
Presa dall’ esaltazione della caccia, convinco Benny ad uscire lo stesso.
Mi immaginavo una terra difficile e di fatto lo è ma resto sorpresa dal comportamento dei tracciatori neri. Qui dove tutto è problematico nessun evento è vissuto con affanno. Per un attimo mi trovo, senza volerlo, a pensare alle loro esistenze. Guardo Scien, il ragazzino dalle mani enormi, da uomo. Mi lascio incantare dallo sguardo melanconico di Lavi.
Li osservo nei loro vestiti malamente indossati, uno sopra l’altro, le scarpe sgangherate con le suole scucite. Sotto questa pioggia battente neppure un fiato. Io invece sbuffo. Faccio fatica a camminare, sprofondo nel fango.
Solo l’idea che ci stiamo avvicinando al branco di springboks non mi fa desistere. Un attimo, un guizzo improvviso è il maschio che cercavamo.
Sparo velocemente. So di averlo colpito. Cade, è ferito ma si rialza. Lo vedo barcollante dirigersi verso il bush. Poi un tonfo cupo. Arrivano i tracciatori, lo bloccano definitivamente. Sono scene crude e mi sorprendo di essere così calma e così eccitata nello stesso tempo. Sensazioni forti, di opposto segno, mi tengono prigioniera. Eppure tutto accade con grande naturalezza. Anche stringere forte il muso dello springbok. D’ istinto infatti tiro via le mani di Lavi e metto le mie...sento il respiro della vita che scivola via e rivedo il volto di mia madre immobile sul letto. Per pudore nascondo la lacrima che sento bagnarmi il viso e sorrido ai tracciatori.
Sono schivi. Quando mi avvicino indietreggiano . Cerco i loro volti per una foto e ho la presunzione di immaginarli soddisfatti per quegli scatti che li vede protagonisti.
9 giugno 2011 Casa di Benny
Domani ritornerò a casa, tra le mie montagne. Per sopravvivere dimenticherò tante cose, giustificando con la ragione i compromessi della vita.
22 dicembre 2013 Santa Giustina Bellunese
Sulle scale di casa ho scelto un posto speciale per le gazzelle sudafricane.
Mi ricordano tante cose, l’allegria di Benny che in mezzo alla pista mi fa scendere dal fuoristrada per vedere quanto grandi sono i lombrichi africani, l’impassibilità di Lavi, Scien e compagni, fradici sotto la pioggia, la gentilezza di Blechi che mi presta la sua giacca, tre taglie più grandi, per ripararmi dall’acqua.
Penso che queste gazzelle sono lì per rappresentarmi ogni giorno la gioia e la tristezza della vita, la mia prima volta in Africa e la partenza di mia madre, i viaggi che ancora farò, fino all’ ultimo, quando anche per me sarà arrivata l’ ora di lasciare questa terra.
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