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Il pennino della beccaccia. Un bracchetto per amico

                   
Quella che io chiamo "caccia" è qualcosa che mi tiene sempre con il fiato in sospeso. Il cane ne è il protagonista, colui che intesse la trama del racconto e su cui si concentrano aspettative, ansie, sogni e desideri. Sono ormai al sesto anno con il mio York e credo ne abbia viste (e me ne abbia fatte vedere) proprio di tutti i colori! E' uno strano personaggio, che sembra uscito dalla fantasia di uno scrittore: non un eroe o un guerriero, ma più che altro un folletto beffardo che fa sempre tutto di testa sua e si prende gioco degli altri. Soprattutto di me. E non è improbabilmente che questo suo carattere bizzarro sia il frutto delle mie idee un po’ stravaganti in quest’epoca in materia di cinofilia. Dressato malamente dal sottoscritto, completamente estraneo a campi di gara e d’addestramento, ha temprato il suo fisico e la sua mente lavorando esclusivamente in montagna, sull’odore di galli e coturnici, selvatici al 100%! Le sue prestazioni sono sempre un po’ stravaganti e con lui non puoi dar dimostrazioni in pubblico o portarlo in riserva, pena il rischio di colossali figuracce: sull'odore di un fagiano allevato o di una quaglia, dove altri si cimentano in pose statuarie e serpentine risalite, è capacissimo di farsi una pisciatina e rotolarsi per terra. Pressoché impossibile è anche fargli una fotografia decente, perché possiede la straordinaria capacità di intuire quando stai per scattare e, da spiritello burlone quale è, non concede soddisfazioni di questo tipo. Forse perché non è un tipo vanitoso e in ogni istante ti insegna quale grave difetto sia la vanità!
Il suo stile kurzhaar qual è? I primi dieci minuti a testa alta, bellissimo. Proprio come dicono i manuali. Ma, diciamocelo, la montagna l’hanno costruita in salita e qualche volta è anche bella ripida, capace di piegare spirito e muscoli. Perciò dopo un po' quella sua bella testa comincia ad andare giù, trascinata in basso dalla forza di gravità e dagli odori. Dopo un'ora di caccia il galoppo non è più così vigoroso come all’inizio, dopo tre ore si concede qualche breve tratto al trotto e dopo cinque lo vedi anche che cammina, occasionalmente buttandosi a terra per cercare refrigerio in un cespuglio. E l’apertura non è più certo quella del mattino. Ma quando a mezzogiorno ti capita di binocolare due setter inglesi, i principi della montagna, che grattano le ginocchia dei loro padroni di ritorno verso la macchina, un po' ti senti rincuorato! Con York non bisogna deprimersi mai, neanche quando è stanco. Lui abbassa la testa e va avanti. Si fa i fatti suoi e i suoi ragionamenti che a me restano imperscrutabili. E può anche capitare che alle quattro del pomeriggio, dopo nove ore di fatiche e inseguimenti, si fermi un po' nervoso su una femmina alla base di un larice e poi scompaia su per un canale. E quando inizi a sentire i forcelli che si alzano con fragore e ti passano cinquanta metri sopra la testa come piccoli aeroplani nel cielo, sai che il folletto si è rimesso in moto e che non tradisce. Due, poi tre, quattro, fino a otto si alzano con fragore e si buttano in basso ad ali aperte mentre lui, lassù nello scuro, combina solo Dio sa cosa. Mettiglielo il beeper se serve a qualcosa in quella foresta di ontani! Tanto non ci arrivi. E' lui quello che si infila in quella griglia di sterpaglia, guidato dall’odore, mentre tu devi solo fare attenzione a ciò che arriva portato dal vento. E quando ti scappa una fucilata fortunata, il folletto torna da te e ti guarda serio: il suo lavoro è fatto. Gli dici di riportare perché sai che è un eccezionale recuperatore, ma lui adesso vuole vedere come te la cavi da solo! Ritrovatelo tu quel pennuto puzzolente. Si siede e sembra che stia ridendo. E allora sotto: il lavoro va fatto un po' a ciascuno.
E lui non è più un cane, un ausiliare, una macchina perfetta, ma piuttosto l’amico con cui condividere quei momenti particolari che lassù soltanto in pochi sanno gustare. Per avere la meglio in un ambiente così ostile servono testa, volontà e fantasia. Per essere un buon cacciatore serve quell’astuzia che non si può trasmettere in numeri, ma che a volte si può veder riflessa in quegli occhi castani, quando alla sera ti guarda sornione, consapevole di aver fatto il proprio. Bravo folletto.

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