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Ar rabbia ti

Ar rabbia ti
Il 28 settembre era la "Giornata mondiale contro la rabbia silvestre".
L'ultimo caso di rabbia registrato in Italia risale al febbraio del 2011, e fu registrato nel Triveneto. 
Cionostante non vanno allentati i controlli, perchè il pericolo rappresentato da questa patologia è ancora molto elevato.
Pubblichiamo questo interessante articolo scritto alcuni anni fa dal Prof. Ezio Ferroglio, dell'Università degli Studi di Torino e da Maya Kimsky, che tratta la materia, e fornisce utili indicazioni a chi potenzialmente potrebbe trovarsi ad avere a che fare con questa terribile malattia infettiva.
 
"Era un po’ di tempo che volevo trattare la rabbia.
Ho tentennato perché pensavo di  poter legare questo argomento con la rendicontazione di un convegno appositamente organizzato su questo argomento, ma alla fine di convegni non se ne sono fatti ed è comunque doveroso che l’argomento venga discusso apertamente (non voglio ovviamente dire con questo che così non sia stato finora fatto). 
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Negli Stati Uniti il procione è stata una delle specie a maggior rischio per l’uomo per la trasmissione di rabbia silvestre. Questo esemplare, assieme ad altri soggetti, era però sfuggito da un “bioparco”  e dopo aver girovagato per un po’ nei boschi si era introdotto in una casa in una delle nostre vallate
 
Vale la pena ricordare a tutti che la rabbia è probabilmente la “zoonosi per eccellenza” ed è sostenuta da un virus che colpisce tutti gli animali a sangue caldo, uomo compreso ed è ampiamente diffusa nel mondo. Va ribadito il concetto che si tratta di una malattia incurabile che è, una volta presenti i sintomi, quasi sempre mortale e che si stima che ogni 10 minuti al mondo muoia una persona per rabbia,  e questo non necessariamente avviene solo nei paesi in via di sviluppo.
A parte protocolli sperimentali (la cui efficacia è tuttora da valutare e dimostrare) non esiste quindi una terapia per il soggetto che presenta i sintomi e l’unica possibilità di controllo è basata sulla profilassi vaccinale da usare sia a scopo preventivo, che subito dopo il contatto con un soggetto a rischio.
Si tratta di una delle malattie più antiche e probabilmente la più temuta per la sintomatologia “straziante” che presentano i soggetti colpiti.
Tuttavia, come già detto, nonostante sia una malattia conosciuta da secoli e molto studiata, ancora oggi non esiste una vera cura per la rabbia e solo con la vaccinazione si può pensare di proteggere la salute umana.
In passato anche in Europa la forma più diffusa era la rabbia urbana, veicolata essenzialmente dai cani e gatti e legata soprattutto al randagismo canino.
Già all’inizio del secolo scorso questa forma è stata però controllata, e la migliore gestione dei cani e la possibilità di un vaccino ne avevano ridotto di molto la portata fino alla sua scomparsa.
Diverso invece il discorso nei paesi in via di sviluppo dove la rabbia urbana sostenuta dai cani è ancora frequente e colpisce spesso turisti “sprovveduti” che cercano di accarezzare, facendosi spesso mordere o leccare, cani vaganti.
In Europa, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, è però dilagata la rabbia silvestre sostenuta dai carnivori selvatici, soprattutto la volpe, che ha finito per interessare negli ultimi 50 anni tutto il continente.  
Non va poi dimenticato che esiste anche la rabbia degli animali non terrestri il cui serbatoio è rappresentato dai pipistrelli insettivori quali Myotis spp e Eptesicus serotinus che sono diffusi in tutta Europa, Italia compresa. Questi infettano l’uomo non attraverso il morso, come i pipistrelli vampiri del sud-America, ma attraverso contaminazione dell’aereosol con le urine (sono quindi a rischio coloro che frequentano caverne rifugio per i pipistrelli, mentre il rischio è praticamente nullo per i comuni cittadini).
Ma perché siamo tornati a parlare di rabbia?
In fin dei conti l’Italia per anni è stata considerato un paese indenne, ovvero “rabies-free”, secondo i criteri rigidi dell’OIE.
Questo nonostante focolai di rabbia silvestre in alcuni paesi confinanti con il Friuli Venezia Giulia che non si sono mai riusciti a debellare completamente. Purtroppo nell’ottobre 2008 è stata ritrovata la prima volpe rabida.
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Distribuzione dei casi di rabbia da ottobre 2008 a maggio 2010. Come si può vedere l’area sottoposta a vaccinazione nell’inverno appena trascorso copre ormai quasi tutto il Nord-Est d’Italia (http://www.izsvenezie.it/images/stories/Pdf/Rabbia/19-05- 010/1_Totale2008_2009_2010_ita_20100603.pdf )

Un cacciatore, durante una battuta di caccia, è stato aggredito da una volpe e, sospettando la rabbia, ha provveduto ad inviarne la carcassa allo Zooprofilattico (IZS) che ha confermato si trattava di una volpe affetta da rabbia. Fortunatamente al cacciatore è stata prontamente somministrata la terapia profilattica antirabbica e si è così salvato.
Purtroppo non è stata l’unica persona che ha dovuto, dopo quel primo caso, sottoporsi alla terapia d’emergenza perché esposto al contagio, e questo testimonia del rischio cui sono esposti coloro che operano, o vivono, in ambienti rurali. Ma non bisogna preoccuparsi solo del contatto con le volpi, perché delle 4 persone finora morsicate in due casi si trattava di morsicature da animali domestici (cane  e gatto).  
Come da manuale, anche in Italia la maggior parte dei casi di rabbia sono stati rinvenuti nella volpe che, come già detto, è l’ospite di mantenimento dell’infezione in Europa.
In questa specie il periodo di incubazione è lungo (mesi) e  la carica infettiva richiesta per trasmettere l’infezione è bassissima.
Gli spostamenti della specie, la sua dinamica riproduttiva che gli permette in 4 anni di recuperare perdite del 75% della popolazione, e la piccola mole corporea (quindi le sue vittime possono sopravvivere l’attacco e trasmettere il virus ad altri esemplari) fanno della volpe un eccellente serbatoio e “untore” del virus della rabbia.
Tuttavia non va dimenticato che, sebbene la volpe sia la specie più colpita e più pericolosa per l’uomo, possono essere colpiti anche tutti gli altri carnivori e anche gli erbivori (ungulati e equidi) nonchè i roditori.
Immagine3Anche le marmotte hanno fatto registrare casi di positività. Maneggiare sempre con la massima cura (obbligatori guanti) eventuali soggetti rinvenuti morti o in stato di difficoltà.
 
Per questo nelle aree colpite occorre fare molta attenzione ad avvicinare tutti i soggetti selvatici e domestici che presentano comportamenti anomali.
Cani e gatti sono a grande rischio e dovrebbero essere vaccinati, ma, mentre per i cani ci sono disposizioni sanitarie che impongono la loro vaccinazione, i gatti in genere non sono inclusi in queste disposizioni.
Ricordiamoci che nei primi 5 mesi del 2010 in Italia sono stati individuati 8 gatti colpiti da rabbia e che in ambienti rurali la possibilità di contatto tra gatto e volpe non è poi così rara e trovarsi un gatto rabido in casa non è poi così improbabile, come anche l’infezione in cavalli, asini e vacche.
Immagine5Il micio domestico può essere a grande rischio di esposizione nelle aree rurali. I gatti che vivono in ambiente rurale dovrebbero essere vaccinati al pari dei cani.
 
Nei vari opuscoli informativi che enti vari hanno prodotto campeggia spesso in copertina una volpe, ma questa informazione rischia di rivelarsi fuorviante perché, oltre a tutti mammiferi selvatici, il rischio principale per l’uomo è spesso rappresentato dagli animali domestici.
L’opuscolo del Ministero della Salute riporta infatti in copertina oltre ad una volpe, anche un gatto, un cane e un agnello, proprio con l’intento di comunicare che tutti i mammiferi, domestici o selvatici che siano, possono rappresentare un rischio per l’uomo. 
La rabbia silvestre è molto difficile da eliminare da un’area perché richiede sforzi costanti e costi elevati per la vaccinazione delle volpi presenti sul territorio che esige un grande spirito di collaborazione  tre enti gestionali e autorità sanitaria.
Nonostante questo le esperienze maturate in 30 anni di pratica vaccinale hanno permesso di eradicare la rabbia in praticamente tutta l’Europa occidentale e Centrale, mentre in molti stati dell’Europa orientale le risorse limitate non hanno ancora consentito di raggiungere questo obiettivo. 
La distribuzione delle esche vaccinali deve avvenire secondo un ben determinato protocollo con la distribuzione di 20-30 esche/Kmq e deve essere accompagnata da una campagna informativa per evitare che le persone possano inavvertitamente maneggiarle senza precauzioni e rischiare di infettarsi. Queste perché le esche vaccinali contengono il virus vivo anche se di ceppo attenuato, per cui ogni contato accidentale con il vaccino, contenuto nel blister presente al centro dell’esca, deve venire trattato, ne parleremo tra poco, come un contatto con un soggetto rabido.
Come già detto la rabbia è una malattia virale, e viene trasmessa attraverso il contatto con la saliva infetta: morso superficiale o profondo, contatto con la saliva infetta e le mucose (bocca, naso, occhio), per via inalatoria nella caverne dove sono presenti pipistrelli sai  vampiri, che insettivori o frugivori.
Ricordiamoci che anche il graffio può rappresentare una via di trasmissione del virus della rabbia. Una volta entrato nel corpo il virus si nasconde all’interno delle cellule muscolari (miociti) in modo tale da sfuggire al sistema immunitario.
Dopo un periodo di incubazione inizia a migrare in senso centripeto lungo le giunzioni muscolo-nervose ed entra nel sistema nervoso dove è completamente protetto ed isolato dal sistema immunitario. Una volta raggiunto il sistema nervoso centrale inizia una massiva moltiplicazione del virus che, a questo punto, migra in senso centrifugo lungo i nervi attraverso cui raggiunge in breve tempo le ghiandole salivari e le tonsille. 
La presenza del virus all’interno del sistema nervoso centrale provoca alterazioni in alcuni parti del cervello che portano al cambiamento del carattere dell’animale.
Dall’inizio dei danni al cervello, ovvero dalla manifestazione del cambiamento del carattere, aggressività, apatia ecc., l’animale e l’uomo hanno i giorni di vita contatti,  generalmente non oltre dieci giorni. Per questo motivo il periodo di osservazione degli animali morsicatori è stato fissato in 10 giorni. Ricordiamoci che la diagnosi certa si può fare solo in laboratorio e che quindi le carcasse dei soggetti sospetti vanno segnalate ai servizi veterinari competenti o inviate alle sezioni locali dell’IZS.
Non va però dimenticato che nei carnivori è stata documentata la presenza del virus nella saliva fino a due settimane prima della comparsa della sintomatologia della malattia, quindi ogni animale morsicatore in zona endemica dovrebbe essere considerato sospetto.
Per quanto riguarda i sintomi, si riconoscono la rabbia furiosa in cui l’animale è molto aggressivo, e la rabbia muta dove l’animale è invece apatico, sta in disparte e cerca di evitare persone e animali.
Il sospetto di rabbia sorge dunque quando un mammifero presenta un cambiamento del carattere, di abitudini per cui può manifestare aggressività o perdere la paura dall’uomo e avvicinarsi alle abitazioni o stazionare sulle strade di giorno vagabondando senza meta. 
Ogni comportamento anomalo di un mammifero selvatico o domestico deve quindi far sospettare la rabbia, soprattutto nelle aree in cui è segnalata o in quelle ad esse confinanti. Non va però dimenticato che casi di rabbia possono verificarsi anche in aree lontanissime da quelle endemiche per lo spostamento, senza il rispetto delle normative, di animali.
Emblematici sono i casi dovuti all’introduzione clandestina in Francia di cani da parte di persone che erano state intenerite in nord Africa da un  cucciolo o un cane abbandonato, o di cani che viaggiavano in aree endemiche con vaccinazioni “non ben eseguite”. 
Guardando la cartina si può notare come, sebbene il primo caso in Italia sia stato segnalato nell’Ottobre 2008 in Friuli, dove la rabbia è ancora presente (in totale 58 casi), la maggior parte dei casi  è stato rinvenuto in provincia di Belluno dove, da Novembre 2009 a Maggio 2010, i capi con rabbia sono stati oltre 200. In effetti, se il trend osservato  in Friuli negli ultimi 2 anni indica una diffusione “contenuta”  dell’infezione e le campagne vaccinali hanno dimezzato la prevalenza osservata, a Belluno i dati ufficiali indicano come la rabbia sia, con oltre il 10% dei soggetti testati positivi, letteralmente esplosa, contraddicendo molte delle conoscenze che erano state acquisite in anni di ricerche. 
Interessante è poi osservare come il primo caso in provincia di Belluno sia stato segnalato a causa di un cane morsicatore, mentre di solito, visto che i casi nei selvatici sono molto più numerosi di quelli dei domestici, il primo caso riguarda di solito un selvatico e non una specie domestica. Altrettanto interessante è che anche in questo caso la prima segnalazione non sia stata il risultato della sorveglianza epidemiologica, quanto un caso conclamato in un cane che ha portato alla morsicatura di un uomo.
Un altro aspetto curioso è poi legato al fatto che l’area italiana teoricamente più a rischio, quella confinante con il sud-ovest della Slovenia (dove è segnalata la maggior parte dei casi di rabbia silvestre sloveni), è quella meno interessata dal fenomeno. Infatti dal 2008 nessun caso è stato segnalato a Gorizia e solo un caso in prossimità del confine sloveno in provincia di Trieste. 
Se nelle passate puntate avevo sempre stressato l’importanza di un corretto monitoraggio epidemiologico dello stato sanitario della fauna, questa volta sorvolerò sull’argomento. Credo che l’analisi di quanto si è verificato ed è attualmente in atto, sia la migliore testimonianza di quanto sia importante attivare protocolli di monitoraggio della fauna.
Immagine4Non dimentichiamoci che tutti i mammiferi, inclusi gli ungulati selvatici soggetti a prelievo venatorio, sono soggetti suscettibili e vanno trattati con le cautele del caso. A maggior ragione se presentano comportamenti anomali.
 
Molti amici cacciatori hanno manifestato la necessità di avere informazioni sull’argomento e, anche in questo caso, la comunicazione si è rivelata uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione per contrastare l’infezione e salvaguardare la salute umana. Tuttavia, e chi vive nell’area interessata ha ben presente il problema, la rabbia ha evidenziato alcune pecche nel nostro sistema di sorveglianza e la mancanza di un tavolo di discussione sulle malattie della fauna a cui possano partecipare  tutte le figure, gli enti e le persone realmente competenti.
Non dimentichiamoci poi che quando ci muoviamo verso paesi dell’area orientale il rischio di rabbia è sempre presente (consultate la pagina http://www.who-rabies-bulletin.org/  per avere dettagli dei vari paesi), soprattutto se ci muoviamo con il cane, per cui la vaccinazione dei cani da caccia (almeno 21 giorni prima) è uno dei migliori strumenti che abbiamo a disposizione per tutelare la loro e la nostra salute.
Detto questo credo sia opportuno ricordare alcune regole basilari che, oltre alla già citata vaccinazione degli animali domestici, bisogna rispettare per proteggere la propria salute. 
Tutti coloro che appartengono a categorie a rischio, veterinari, forestali, agenti di vigilanza ambientale, cacciatori, operatori di canili, speleologi dovrebbero provvedere a vaccinarsi (tre somministrazioni in un mese) ogni due anni e verificare regolarmente il livello di anticorpi al fine di garantirsi una adeguata protezione immunitaria. 
Nel caso si venisse morsi da soggetto sospetto la prima cosa da fare è l’accurato lavaggio della ferita sotto acqua corrente e sapone per un minimo di 15 minuti, in modo da ridurre la carica virale che viene introdotta nel corpo. 
Subito dopo il lavaggio accurato bisogna recarsi al più presto al pronto soccorso dove i sanitari valuteranno quali azioni intraprendere. 
Il protocollo terapeutico per le persone che sono state morse o comunque venute a contatto (graffio o abrasione minore, morsicatura leggera o leccatura di cute non perfettamente integra) e che non sono state precedentemente vaccinate  contro la rabbia, prevede la somministrazione di un vaccino passivo (siero con anticorpi)  e di 5 vaccini attivi. Il vaccino passivo e uno attivo vengono somministrati subito al pronto soccorso, mentre le altre dosi verranno somministrati nei giorni 3, 7, 14 e 28. Coloro che invece sono già stati vaccinati in precedenza contro la rabbia non ricevono il vaccino passivo e vengono sottoposti a sole due inoculazioni di vaccino attivo (giorni 0 e 3).
Non va dimenticato che anche per le persone in precedenza vaccinate è di massima importanza sia il lavaggio accurato della ferita che l’inizio della terapia profilattica. Il fatto di essere stato vaccinato  non esime quindi dal lavaggio accurato della ferita e dal recarsi al più presto al pronto soccorso."
 
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