Venerdì, 29 Luglio 2016 00:00

CACCIARE I TETRAONIDI ALPINI

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Articolo pubblicato su DIANA 1/2016
testo e foto di Alessandro Bassignana
 
Il nome gli deriva dal greco “tetra” che significa quattro, come il numero degli artigli che ne caratterizzano le zampe, piumate sino alle dita a ricoprire i tarsi. 
Sono i tetraonidi, altresì definiti tetraoni, robusti uccelli della famiglia dei galliformi fasianidi, stanziali e che non migrano.
Normalmente abitano le zone temperate e subartiche dell’emisfero boreale, trovando rifugio in boschi e foreste, oppure spingendosi molto in alto, in aree montagnose e talvolta ben oltre il limite stesso della vegetazione.
E mentre in nord Europa (Russia, Scandinavia, Scozia, Bielorussia, Repubbliche Baltiche) vivono anche a quote basse, o addirittura in pianura, In Italia li si trova solo sulle Alpi, quasi fossero un relitto glaciale, trovando nel nostro Paese uno dei limiti meridionali al loro areale di diffusione.
Le specie presenti in Italia sono quattro: gallo cedrone (Tetrao urogallus), francolino di monte (Tetrastes bonasia), fagiano di monte (Lyrurus tetrix) e la pernice bianca (Lagopus mutus), e di tutte queste solo le ultime due sono cacciabili, seppure con fortissime limitazioni.
I primi due invece, definiti anche tetraonidi…forestali, furono cacciati anche in Italia sino ad una trentina d’anni, principalmente sulle Alpi Orientali dove erano ancora presenti ma in forte calo, mentre risultavano del tutto assenti dall’arco alpino occidentale; il cedrone in particolare era preda ambita per cacciatori di montagna, e un tempo veniva anche insidiato al canto, in primavera, senza l’ausilio del cane.
Si credeva fossero a rischio sopravvivenza, e dunque fu ritenuto prudente proteggerli escludendoli dal prelievo venatorio; in realtà da quando fu chiusa la caccia a questi due magnifici uccelli di loro s’è persa ogni cognizione di presenza e consistenza, e così diventa difficile sapere quale, effettivamente, sia lo stato attuale di quelle popolazioni.
Ma veniamo ora alle due specie cacciabili, il forcello e la pernice bianca.
Insieme alla coturnice alpina (Alectoris graeca), altro galliforme che vive sulle nostre Alpi, e la lepre variabile (Lepus timidus) costituiscono la così detta “tipica fauna alpina”, croce e delizia di ogni cacciatore di montagna.
“Delizia”, facile a dirsi, perché trattasi di autentica selvaggina, forse l’ultima insieme a beccaccia e beccaccino ancora praticabile per i veri cultori del cane da ferma; “croce” perché ogni anno che passa aumentano le pressioni perché questa straordinaria forma di caccia venga chiusa, e questo quasi sempre sulla base di emotività ed istanze animal-ambientalista che poco o nulla hanno di scientifico.
Cacciare la tipica fauna di montagna, e i tetraonidi in particolar modo, è certamente un privilegio, una fortuna per quegli appassionati che ancora tengono alle loro tradizioni venatorie, o che vogliono vedere i loro ausiliari cimentarsi su selvatici straordinari, difficilissimi da incarnierare anche per l’ambiente nel quale vivono. 
I cacciatori lo sanno bene, e quindi loro stessi si sono imposti regole severissime (nei comitati di gestione dei comprensori alpini vi sono anche loro, insieme ad agricoltori, ambientalisti ed enti locali) che hanno sempre rispettato, come i censimenti primaverili al canto ed estivi con il cane da ferma, il contingentamento dei prelievi e la limitazione giornaliera dei carnieri, le chiusure anticipate
Partiamo dal fagiano di montagna, il gallo forcello, quel diavolo nero che si palesa quando meno te l’aspetti, frullando via molto spesso da posti che rendono estremamente difficoltosa la fucilata, a volte senza nemmeno concederti la possibilità di doppiare il colpo.
Detto che si caccia il solo maschio, e che la femmina è protetta da moltissimi anni, va precisato come non sia molto difficile distinguere il sesso dell’uccello che s’è involato, favoriti da un dimorfismo sessuale che regala al gallo un piumaggio nero-bluastro, ma con ampie porzioni d’un bianco molto evidente sotto le ali e sulla coda, mentre la gallina lo ha bruno-marrone, piuttosto mimetico quand’è a terra e abbastanza simile a quello della fagiana comune.
Cacciare il forcello significa esplorare ripidi versanti, principalmente quelli esposti a nord, nord-est o nord-ovest, più bui e freddi e dove nel mese di ottobre lui è ancora ritirato; significa battere con attenzione ogni macchia possa celarlo al nostro cane, sia questa formata da cespugli di rododendro, ginepro o mirtillo, piuttosto che una selva intricata di ontano verde oppure abetaie e lariceti che s’estendono a perdita d’occhio, e dove il gallo potrebbe essersi “imbroccato” su una pianta per involarsi al primo allarme.
Il cane diventa essenziale in questa difficilissima ricerca, ma lo è a condizione che si tratti d’un soggetto davvero esperto, dotato di cerca avida ma anche di prudenza, d’olfatto portentoso e, specialmente, d’una ferma solidissima, a prova di bomba!
Guai infatti se il cane una volta “agganciato” il gallo rompesse la ferma, o s’avvicinasse troppo al selvatico prima dell’arrivo del padrone, perché il fagiano…decollerebbe come un caccia da combattimento dal ponte della portaerei, vanificando così tutta l’azione di cerca.
Per questa difficile forma caccia si prediligono i cani d’Oltremanica, con una netta preferenza per il setter inglese, seguito a moltissima distanza dal pointer, ma non sono comunque pochi quelli che usano i continentali come kurzhaar e drahthaar, epagneul breton o girffone korthals e pure i nostri antichi soggetti italici: lo spinone e il bracco.
C’è anzi da ricordare come nell’Ottocento si fossero diffusi bracchi più piccoli e leggeri di quelli che cacciavano nelle pianure o nelle marcite piemontesi e lombarde, per l’appunto definiti da montagna; generalmente si trattava di soggetti bianchi di mantello e con poche macchie arancio, definiti “Aschieri” probabilmente dal cognome del loro allevatore piemontese che li selezionò.
La legge 157/92 stabilisce s’inizi la stagione di caccia alla tipica, e quindi pure quella ai tetraonidi, per il primo giorno utile d’ottobre, quando ormai i giovani hanno una certa dimensione e il piumaggio ha assunto le caratteristiche e colorazioni dell’adulto, consentendo così al cacciatore di distinguerli anche in volo, evitando di sparare alle femmine.
La consistenza delle covate, così come l’indice riproduttivo, garantiscono di un buono stato di salute della popolazione di forcelli, ma sono fortemente condizionati dal clima estivo, quando le uova sono ormai schiuse e i pulli potrebbero patire un’eccesiva piovosità o un’ondata improvvisa di neve o gelo, eventi tutt’altro che infrequenti sulle nostre Alpi. Esiste poi il problema delle predazioni, e da qualche anno sulle montagne s’è diffuso un implacabile nemico delle covate, che distrugge divorando le uova di dev’essersi scoperto ghiotto: il cinghiale. In Piemonte si fece un esperimento, con uova di gallina ovviamente e non certo di fagiana di monte; ebbene su dieci false covate nascoste tra i rododendri ben nove sparirono tra le fauci del goloso suide.
Quest’anno comunque è andata molto bene, con un luglio ed un agosto caratterizzati da un tempo molto stabile, caldo, asciutto, e dunque i giovani nati in giugno hanno potuto svilupparsi e crescere bene, regalando ai cacciatori alpini una stagione come da anni non si vedeva.
Come già scritto si spara ai soli maschi che una volta abbattuti debbono essere fascettati e portati al centro di controllo del CA (Comprensorio Alpino) per verifiche e misurazioni biometriche; in quell’occasione uno degli aspetti più rilevanti è verificare se si tratti d’un adulto o di un giovane dell’anno, perché questo dato fornisce elementi importanti per stabilire se l’azione di gestione è stata efficace, e dunque si sono abbattuti vecchi e giovani in un rapporto corretto, tale da non mettere a rischio la sopravvivenza della popolazione. 
A me questa stagione è toccato d’andarci due volte, e sempre con soggetti dell’anno.
Il forcello è un uccello molto robusto, con un piumaggio folto che lo difende dal freddo intenso delle alte quote, e dove spesso in inverno la colonnina di mercurio scende di venti e oltre gradi sotto lo zero; dunque è capace di reggere molto bene le fucilate, favorito anche dall’alta velocità del suo volo che ne fa bersaglio ostico anche per il miglior tiratore. Può infatti capitare che qualche pallino lo colpisca, ma che lui faccia ancora centinaia di metri di volo ferito, prima di crollare morto, magari dopo aver attraversato l’intera valle; non recuperarlo diventa non solo un peccato ma pure una grave perdita.
Questa è un’altra ragione per cui bisogna cacciarlo sempre con arma e munizioni adeguate: cal. 12 o al massimo 20, mentre gli appassionati dei piccoli calibri non trovano qui la mia comprensione o simpatia.
Altrettanto importante scegliere la giusta numerazione di pallini: io sono solito mettere in prima canna un 6 o più avanti nella stagione anche un 5, borra feltro, mentre in seconda metto sempre un 4 con contenitore.
In zona Alpi la 157/92 vieta l’uso dei tre colpi, ma non quello del semiautomatico con apposito riduttore; ad ogni buon conto il cacciatore alpino per la tipica predilige quasi sempre sovrapposto o doppietta, più classici.
I galli da noi si cacciano a quote che vanno dai 1.500 mt sino ai 2.200/2.300 e mai oltre se non molto raramente, anche perché gli ultimi larici o cirmoli si trovano a quelle altezze, mentre superandole si entra nel regno dell’altro tetraonide oggetto di prelievo venatorio: la pernice bianca. E veniamo a lei.
La pernice è…bianca, ma lo diventa solo con l’inizio dell’autunno, perché prima ha un piumaggio grigiastro, che, come quell’altro la cela perfettamente tra le nevi invernali, questo mimetizza perfettamente gli uccelli tra pietre e sassi dove nascono le covate e gli adulti campano per i mesi caldi, in genere scegliendo i versanti più freschi.
La natura a tutto pensa e provvede, e così questa meravigliosa “regina dei ghiacci” cambia di vestito a seconda di stagione e clima, e di quello che sarà il colore di fondo del terreno.
È un uccello straordinario, capace di vivere in un ambiente ostile, e dove pochi altri animali avrebbero la possibilità di farcela, sottraendosi con il suo mimetismo perfetto a predatori che la insidiano senza sosta, come i mustelidi, i rapaci, o la stessa marmotta che vive sino a quelle altezze, e pure lei trova gustose le sue uova.
La pernice bianca è uccello gregario, vivendo in gruppi che a volte si riuniscono in gran numero, formando voli che possono lasciare davvero senza fiato anche il cacciatore più esperto o preparato, e non è infrequente si senta raccontare di trenta, quaranta o anche più pernici, tutte assieme come uno stormo, quasi fossero piccioni di cascina.
Cacciarle non è mai esperienza banale, non foss’altro che per i posti dove bisogna cercarle, quegli immensi sfasciumi di granito, taglienti come lame, ove procedere è grande fatica per cani e cacciatori, oppure quelle pareti dove sono incrodate a cantare e che piombano giù, verticali e talvolta levigate come specchi, pericolose perché lì, con in più l’insidia di neve o gelo, un passo falso può costare anche la vita.
I cani le cercano avidamente captando effluvi che l’aria indirizza alle loro potenti narici, rendendoli euforici quando l’odore testimonia della loro vicinanza. Inizia allora la guidata, che può protrarsi anche per decine di metri, perché la pernice bianca è capace di pedonare molto a lungo, risalendo il pendio prima di buttarsi verso il basso, oppure traversando immense conche glaciali con quel suo volo regolare, sfarfallante, che fa di lei un bersaglio nemmeno troppo difficile per il buon cacciatore.
Ma la nostra regina è un selvatico…umorale, come altri per la verità, e così capita che un giorno, magari con il sole ottobrino a intiepidire l’aria, sia facilmente avvicinabile, facendosi fermare anche da cani privi d’esperienza e rimettendosi quando levata lì vicino; mentre altre volte diventa intrattabile, involandosi a decine di metri da cani e cacciatori, e sparendo alla loro vista o spostandosi in siti irraggiungibili. Questo ad esempio succede quando sta cambiando il tempo, e loro diventano nervose, intrattabili.
Ad inizio stagione le pernici sono nel pieno della muta, e così il loro piumaggio presenta tanto le caratteristiche di quello invernale, con ampie porzioni di bianco sul grigio, che di quello primaverile-estivo; bisognerà aspettare sin verso fine ottobre perché diventino completamente candide, ma non sempre chi le caccia avrà la possibilità d’incarnierarle di quel colore così caratteristico, perché pochi sono i soggetti prelevabili ogni stagione, e una o due giornate di caccia in genere sono sufficienti a raggiungere il piano concesso dal comprensorio; raramente si arriva al mese di novembre.
Per quanto concerne l’ausiliare anche qui come per il forcello la scelta dei più cade sul setter inglese, cane superlativo e che riesce a cacciare in quegli ambienti estremi senza patire eccessivamente il freddo, favorito da un pelo lungo e folto che lo protegge piuttosto bene, e nemmeno il terreno, avendo quello allenato al monte generalmente un piede robusto.
Il cane dovrà essere intraprendente e coraggioso dovendo esplorare canalini ripidi come trampolini da salto, insinuarsi tra rocce e sassi, affacciarsi al di sopra di precipizi da brivido, effettuare passaggi al limite della follia; lassù un passo falso può essere fatale anche per loro, e molti sono i cacciatori alpini che sono tornati a valle senza il loro compagno, svanito in qualche burrone dopo essere scivolato sul ghiaccio o seppellito in loco dopo essersi sfracellato per una caduta da un salto roccioso. 
Arrivare sull’ausiliare fermo a qualche centinaio di metri su un volo di bianche costa immensa fatica, e bisogna arrivarci con la necessaria lucidità al fine di non vanificare con un errore banale il lavoro del cane.
Il tiro non è particolarmente difficile, anche perché a differenza di quanto avviene con il forcello non vi è mai vegetazione che possa ostacolarlo; il loro volo poi è abbastanza regolare e dunque offre la possibilità di piazzare bene la botta, evitando i tiri di stoccata, necessari quando l’uccello frulla via in fitto bosco come capita per il forcello.
Anche qui calibri e munizioni debbono essere adeguati al pregio del selvatico, al fine d’evitare inutili ferimenti: sempre calibro 12 o 20 e cartucce con piombo 8 o 7 in prima canna e 6 in seconda; borra feltro in prima canna per tiri più ravvicinati e con contenitore per l’altra.
 
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