Giovedì, 25 Agosto 2016 00:00

Sognando Bartali... tra fughe e padelle!

Scritto da  Federico Frigeri
Articolo pubblicato su DIANA n.9/2016
testo di Federico FRIGERI
 
 
SEDICI ANNI FA VENIVA A MANCARE IL CICLISTA PIÙ AMATO DI TUTTI I TEMPI. LA PASSIONE PER LA CACCIA, È STATA LA CIFRA DELLA SUA ESISTENZA, FINO A STEMPERARE LA MITICA RIVALITÀ CON FAUSTO COPPI. VIAGGIO IN BIANCO E NERO, SULLE ORME DI UN CAMPIONE IMMENSO: È IL NOSTRO OMAGGIO AL GIRO D'ITALIA. E ANCHE AI GIORNI NOSTRI, DA BAGGIO A CIPOLLINI, NON MANCANO GRANDI SPORTIVI CACCIATORI...
 
"Quel naso triste come una salita, quegli occhi allegri da italiano in gita", lo celebrava Paolo Conte e certo non si riferiva alle tante scarpinate - doppietta in spalla - tra i boschi dell'Appennino, né allo sguardo che si illuminava al frullo di una beccaccia. Eppure a Bartali l'acciaio della doppietta era caro come quello della bici con la quale ha fatto razzia di trofei in giro per il mondo (tra cui 3 Giri d'Italia, 2 Tour de France, 4 Milano-Sanremo) sino ad entrare nell'immaginario sportivo mondiale. "L'italiano più amato e popolare dopo il presidente Pertini", scriveva il compianto direttore della Gazzetta, Candido Cannavò. 
 
Così, se la famosa immagine della borraccia sulla vetta del monte Ventoux era tutta una montatura da dare in pasto ai giornalisti, certo non si può dire lo stesso delle tante foto scattate inseguendo lepri, acquatici e beccacce. Negli archivi dell'epoca si vede il faccione cupo di Bartali dischiudersi in un timido sorriso: la caccia per lui era distensione e relax,  giornate all'aria aperta per staccare da un mondo competitivo nel quale era divenuto assoluto protagonista. Un modo salutare di mantenersi in allenamento e alleggerire la rivalità con il nuovo rampollo del ciclismo italiano che mordeva alle calcagna: Fausto Coppi, e chi se no? 
Una volta scesi dal sellino e imbracciati gli schioppi, era però proprio quest'ultimo a dominare, mettendo il "fringuellaccio toscano" alle strette. Sin dalla prima battuta insieme, avvenuta al Mugello, in compagnia di Alfredo Martini, ex corridore e responsabile della Nazionale. «Dopo un'ora di cammino - racconta il giornalista e scrittore Franco Recanatesi - Gino aveva sparato sì e no due colpi, naturalmente a vuoto. Fausto una trentina e il suo carniere era quasi pieno di lepri e fagiani». Una sconfitta senza appello, tanto da far rimpiangere a Bartali le fatiche dello Stelvio. Andiamo poi al 1949, siamo nei dintorni di Lodi: una nuova sfida finisce a favore di Coppi (coadiuvato dall'ottimo setter Break) con punteggio più che tennistico: 14 beccacce a 3. Altri tempi, già!
In mezzo ci sono decine di uscite solitarie lontane dagli occhi indiscreti delle telecamere. C'è la vita di Bartali che scorre senza smarrire le radici rurali della ricchezza contadina, secondo gli insegnamenti appresi da papà Torello. C'è un'ineguagliabile carriera giunta ormai al culmine: dopo un ventennio sulla breccia, si chiuderà per far posto a quella di dirigente sportivo. Ma la caccia è il ponte che collega le fasi della vita: é così che arriviamo a dieci anni dopo, quando la presentazione ufficiale della squadra S. Pellegrino, che avrebbe riunito Coppi e Bartali (il primo come uomo di punta, il secondo come dirigente), viene «suggellata da una battuta di caccia in cui Fausto, che è un provetto cacciatore, supera Gino: 9 capi abbattuti contro 2», documentava il giornalista Paolo Costa in un paragrafo del suo bel libro (Gino Bartali: la vita, le imprese e le polemiche; Ediciclo editore, 2001). Quali capi, in questo caso, non ci è dato saperlo, anche perché i due amici spaziavano dalle lepri agli acquatici, passando per starne e beccacce, appunto. 
Se Coppi era un tiratore preciso, Bartali qualche padella la metteva sempre in conto: anche per questo risultava più umano, più simpatico del rivale. A caccia i due si comportavano esattamente come in pista: freddo e calcolatore, quasi robotico, Fausto; verace ed istintivo Gino. Poteva buttare giù un'anatra a distanza siderale, salvo poi sparare qualche comodo colpo a vuoto. Proprio come ogni cacciatore medio capace di alternare ottimi spari a clamorose cilecche: forse anche per questo era più facile identificarsi con la sua fallibilità piuttosto che con la perfezione dell'Airone. 
 
Gli anni di Bartali sono gli anni d'oro della caccia italiana (si sfiorano i due milioni di cacciatori), quelli del boom, del miracolo economico, del ciclismo come sport nazionalpopolare per eccellenza. Non a caso abbiamo scelto il titolo parafrasando il film di Gurinder Chadha del 2002, "Sognando Beckam": il celebre calciatore inglese sta a Bartali come un adolescente di oggi ad un giovane italiano del dopoguerra. E il contesto è essenziale per comprendere come i suoi trionfi abbiano sconfinato il seminato sportivo per entrare di diritto nella storia del Paese. Ad esempio quando a fine carriera vinse il Tour de France con una spettacolare rimonta, scappando come un furetto sulle Alpi per recuperare gli oltre venti minuti di svantaggio che lo separavano dal francese Louison Bobet, l'Italia era sull'orlo di una guerra civile dopo l'attentato in cui rimase vittima il leader socialista Palmiro Togliatti. E proprio l'impresa firmata da Gino, che conquistò la maglia gialla dieci anni dopo l'ultimo trionfo del '38, secondo alcuni aveva scongiurato il dramma sociale, andando a monopolizzare la stampa intera che non poteva fare a meno di incensare il suo trionfo ai danni del favorito atleta di casa (e qui ritorniamo al jazz di Conte: "i francesi ci rispettano, che le balle ancora gli girano"). 
 
Ancora dopo quell'impresa, a quasi 35 anni, Bartali tornò a rifugiarsi nella caccia, nelle battute al Fucecchio, nelle albe aspettando le anatre. Ha protetto sempre la sua vita privata, tanto da meritarsi il soprannome di Ginettaccio per il carattere tosto e spigoloso, ai limiti della baruffa. Ma era un finto burbero: appena poteva, toglieva la maglia gialla per indossare la tenuta verde da montagna ed uscire con gli amici. Lo faceva in punta di piedi, perché la caccia è stata la trasposizione fedele dei valori con i quali è cresciuto: il rispetto per il prossimo, l'amore per la natura, la generosità verso gli altri. Per questo la Federcaccia, durante una vecchia campagna di tesseramento, aveva puntato su un ritratto dei due ciclisti. Come dire, avversari su due ruote, ma amici veri nel bosco. Ed è uno scatto che trasuda di valori solidi, presenti, capace di varcare i confini stessi del tempo. 
Del resto i meriti extrasportivi di Bartali non si possono discutere. «Il bene si fa, ma non si dice», raccontava al figlio Andrea, riferendosi ai viaggi segreti per salvare i cittadini perseguitati durante la seconda guerra mondiale. Aveva fatto la spola una quarantina di volte tra Firenze ed Assisi (tra l’ottobre del 1943 e il giugno del ’44) per consegnare agli ebrei in clandestinità documenti falsi nascosti nella canna della sua bicicletta. Un'azione che gli è valsa il riconoscimento internazionale di Giusto tra le Nazioni. E poi ci fu un intervento per strappare alle mani del carnefice nazista 50 soldati inglesi rimasti intrappolati a Villa Selva (Firenze), quando si finse un milite fascista per liberarli.
L'ultima dedica, in ambito venatorio, è arrivata dalla Fidasc (con il progetto “Il pathos di un grande uomo e del suo mitico fucile italiano da caccia”), che nel 2014 ha portato in giro per l'Italia la sua vecchia compagna di avventure: la doppietta Franchi modello Imperiale Montecarlo. Bartali la acquistò nel 1949 per la cifra importante di 103.010 lire (oggi il costo di un’arma analoga si aggira attorno a € 100.000,00). È tornata al suo antico splendore grazie agli sforzi e alla passione dell’armiere-collezionista Giovanni Villa di Frosinone e di alcuni eccellenti maestri artigiani, che hanno lavorato sodo per permettere alla gente di ammirarla. 
 
Un vero gioiellino, insomma. Eppure Bartali ha scelto di appenderla al chiodo subito dopo la morte prematura di Coppi, avvenuta nel 1960. Guarda caso dopo un safari in Africa, in cui il Campionissimo aveva contratto la malaria. Gino ha continuato a vivere per quattro decenni, spegnendosi nel maggio del 2000, a 86 anni, ma ha custodito il ricordo di Fausto nella parte più intima del proprio essere. «Ci hanno imposto per anni la parte del cane e del gatto - disse Bartali, dopo la sua scomparsa - ma io e te ci si voleva bene e ti sei portato via venti anni di battaglie e quant'altro».  Ed anche in questo è facile rispecchiarsi: quanti sono gli uomini che dopo aver perso un figlio, un fratello o un caro amico hanno deciso di chiudere con la caccia? Troppi ricordi, troppi tramonti divisi insieme per proseguire il cammino da soli.  
Un grande ciclista del passato che invece non ha nessuna intenzione di smettere, è Francesco Moser, 65 anni, detentore del record di vittorie assolute (273). Appassionato di caccia grossa, appena può partecipa alle battute al cinghiale dove eccelle come tiratore.  Preferisce i volatili invece, il Re Leone, alias Mario Cipollini, che durante i Campionati del mondo in Africa si dilettava a cacciare le tortore, poi zelantemente cucinate dal suo meccanico con la passione per i fornelli.
 
 
      
Chiudiamo questa piccola carrellata con il calcio, dove sono tanti i campioni seguaci di Diana. Nevio Scala, Abel Balbo, Gabriel Omar Batistuta, Fabio Capello, Alessandro Altobelli, Zlatan Ibrahimovich, solo per citarne alcuni in ordine sparso. E poi, Roberto Baggio, forse il più grande di tutti. Su youtube si può trovare uno spezzone davvero divertente in cui Roberto Benigni ironizza sulla passione venatoria di quest'ultimo: «Siamo andati a caccia insieme diverse volte a cinghiali, io e Baggio siamo dei cacciatori micidiali, anche Totti però. Oh in maremma io, lui e Totti. Baggio non li piglia mai perché quando spara è come uno che tira in porta, lui se lo prende è come se avesse parato quindi spara sempre a lato. Totti mette il fucile all'insù e gli fa il cucchiaio, quindi l'unico che li piglia 'sti benedetti cinghiali sò io». 
Ovviamente né il comico toscano né il Pupone sono cacciatori, mentre il Divin Codino non ha mai nascosto le sue radici. «Riuscire a pensare come l'animale che stai inseguendo, anticiparne le mosse è un gioco alla pari: istinto contro istinto, esperienza contro esperienza. E siamo nel suo territorio, - affermava in una vecchia intervista rilasciata ad Ivan Zazzaroni - diverse volte ho provato a spiegare il mio rapporto con la caccia, senza riuscirci. Soltanto chi la vive con il mio stesso entusiasmo e rispetto può capire». Non è difficile immaginare che Gino lo avrebbe senz'altro fatto.
 
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