Sabato, 01 Ottobre 2016 00:00

AL LUPO, AL LUPO...

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Articolo pubblicato su DIANA n.05/16
Testo Alessandro Bassignana e foto di Batti Gai
 
 
Esopo, favoliere greco saggio quanto antico, era solito scrivere le sue brevi composizioni per trarne sempre una morale finale, dispensare consigli o impartire lezioni. 
Scrisse molte fiabe, e una di queste titolava “Lo scherzo del pastore”, la storia d’un pastorello che, annoiato com’era quando le sue pecore pascolavano, aveva preso l’abitudine di urlare: “al lupo, al lupo” allarmando tutte le persone del villaggio. Queste accorrevano sempre, ma il lupo non c’era mai, e così la volta che davvero arrivò nessuno si curò di lui che gridava, non credendogli più, e questo si pappò l’intero gregge! 
Il lupo già allora era visto come un acerrimo nemico dell’uomo, nemico cui difendersi.
 
 
La storia del rapporto uomo-lupo però è ben più vecchia di questa pur antichissima fiaba, a testimonianza di come il…bipede intelligente ed uno dei quattro zampe più scaltri ed astuti siano da sempre in competizione l’un l’altro. I due si sono sempre fronteggiati, in un conflitto che spesso è sfociato nel sangue, con il lupo, predatore…alfa, o superpredatore, costretto ad arrendersi di fronte a quello che in zoologia viene definito il “super predatore ultimo”: l’uomo!
Essere un predatore alfa significa essere in cima alla catena alimentare nel proprio ambiente, ovviamente carnivori e non temendo altri che un esemplare della propria specie, più forte o più grande. E tutto ciò avviene per il lupo, che si trova a temere solo l’uomo, capace di cacciarlo ed ucciderlo, oppure la tigre, laddove le due specie convivono, come nella regione dell’Amur tra Siberia e Manciuria e che i lupi li fa fuori, vuoi per cibarsene ma anche per eliminare un pericoloso concorrente per cervi o cinghiali.
Torniamo in casa nostra, e ripartiamo da Esopo e la sua favola.
 
Il lupo è stato sempre presente nella nostra storia, temuto e cacciato in tutta Europa perché poteva rappresentare un pericolo per gente che viveva di pastorizia, ma anche per l’incolumità di fanciulli, donne e anziani, insomma dei soggetti più deboli. Vi sono storie, leggende, oltre che fiabe, che ne raccontano a profusione, a testimonianza di come questo formidabile predatore turbasse i sonni di quelle antiche popolazioni.
Ma l’uomo, l’abbiamo scritto, è un predatore ancor più efficace ed efficiente del lupo, e così la battaglia la vinse lui, costringendo il formidabile animale a recedere, rifugiandosi in luoghi inaccessibili o addirittura estinguendosi in molte zone, come le isole britanniche da cui scomparve, cacciato per legge, tra il XV e il XVII secolo.
Anche in Italia subì un drastico ridimensionamento nel corso del XVIII e XIX secolo, scomparendo del tutto dalle Alpi (l’ultimo lupo pare fu ucciso nel 1921 nelle Alpi Marittime) e restando confinato nel solo Appennino, in Abruzzo e con qualche nucleo isolato sui monti della Calabria; in Europa sue popolazioni resistevano in Spagna, nei Balcani e nei paesi nordici, oltre che in Russia e qualche paese dell’ex-blocco sovietico. 
 
 
 
Il lupo in Italia continuò ad essere cacciato sino agli anni cinquanta quando esistevano ancora i “lupari”, cacciatori di lupi, che vivevano dei premi incassati e anche delle regalie delle popolazioni loro grate per averle liberate da quello che, in comunità povere come quelle, era considerato un flagello.
Qualcosa cambiò negli anni settanta del secolo passato, quando di lupo ormi esistevano poche decine d’esemplari, si dice un centinaio in tutt’Italia sebbene qualcuno ancor oggi dubiti sulla giustezza di quei numeri. Sotto la spinta della potente organizzazione WWF (World Wife Fund For Nature), e la collaborazione del Parco Nazionale d’Abruzzo, venne lanciata la famosa “Operazione San Francesco” per la conservazione del lupo. Fatto sta che il lupo cominciò ad essere tutelato: fu prima con la legge sulla caccia n. 968 e successivamente nella l.157/92, che l’inserì tra le specie “particolarmente protette”, ma la stessa Convenzione di Berna, elaborata nel 1979 e resa esecutiva in Italia dalla l. 503 del 05/0/81, l’incluse nell’Allegato II come specie faunistica “assolutamente protetta”. Infine, dal 1997, il lupo è nell’allegato D del CITES, come specie di interesse comunitario.
In pochi anni, grazie alla protezione totale, all’abbondanza di prede, e molti dicono anche l’aiuto dell’uomo, i lupi si diffusero e sono tornati a ripopolare vaste aree del nostro Paese, risalendo dall’Appenino.
Ezechiele ormai ha raggiunto anche le Alpi, superandole secondo i francesi che sostengono l’italianità delle loro popolazioni (a proposito, lì li cacciano, ma ne parleremo dopo), immesso dai cugini transalpini secondo voci o leggende locali, ovviamente mai confermate da Parigi e tanto meno dall’esame del DNA di soggetti recuperati. Ad ogni buon conto partendo da lì i lupi hanno completato o quasi l’intero arco alpino, visto che recenti avvistamenti raccontano di una vera e propria saldatura” tra i popolamenti appenninici e quelli dinarici come nel caso della Lessinia, nel veronese.
Com’è o come non è, sta di fatto che il lupo è tornato ad ululare prepotente sui contrafforti montagnosi di Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia e Triveneto; e allora parliamo un po’ di questo famoso…lupo alpino, o presunto tale.
 
I primi avvistamenti furono inizio anni novanta, in Francia, nel Parco del Mercantour al confine con il nostro Parco Alpi Marittime; lì c’era una robusta popolazione di mufloni che attendeva d’essere sfoltita e… così fu!
Un paio d’anni ed il lupo saltò fuori anche in provincia di Torino, in un paio di scatti fotografici e filmati realizzati nel Parco Naturale della Val Troncea e in quello del Gran Bosco, proprio dove trent’anni prima erano stati introdotti quei caprioli e cervi da cui s’era generato il primo nucleo stabile di ungulati delle Alpi Occidentali, e che aveva favorito lo straordinario ripopolamento di tutta la regione.
La cosa curiosa è come tutti questi primi avvistamenti siano sempre avvenuti all’interno di aree protette, piuttosto lontane dall’Abruzzo da cui sarebbe dovuta iniziare questa biblica migrazione di simpatici lupacchiotti capaci di raggiungere le Alpi saltando a piè pari un bel pezzo d’Italia, come la Liguria, dove avvistamenti e presenza stabile sono di molti anni dopo quelli franco-torinesi. Questo è un bel mistero, crediamo destinato a restare irrisolto anche se bisogna riconoscere come la scienza ci dimostri come soggetti in dispersione possono compiere tragitti di centinaia di chilometri per formare nuovi branchi.
Non era finito il millennio che del lupo…appenninico-alpino cominciarono a parlare in molti: erano in gran parte cacciatori che li vedevano fugaci palesarsi su creste o al margine dei boschi, malgari e pastori che l’incontravano in ben più spiacevoli occasioni, magari mentre pasteggiavano con qualche loro pecora o capra, escursionisti o cercatori di funghi.
Che Ezechiele non sia “vegano” non è novità, ma quanto mangi è cosa che sfugge ai più.
Si dice che un lupo abbisogni di un paio di chili di carne al giorno, forse anche più, e dunque risulta abbastanza facile da capire come ad un soggetto adulto necessiti quantomeno un piccolo ungulato a settimana e ad un branco, e questi solitamente sono composti da tre sino a cinque/sette soggetti, un animale predato di quelle dimensioni possa bastare al massimo per un paio di giorni. Fate dunque i conti voi del…consumo annuo!
 
 
I lupi poi regolano le loro fasi fertili o estrali a seconda del cibo disponibile, e comunque le femmine (solo la coppia dominante si riproduce) vanno in calore una sola volta l’anno, generalmente tra fine gennaio e marzo in modo da far nascere le cucciolate in primavera, quando l’abbondanza di prede consente ai genitori di disporre delle proteine sufficienti per cacciare e far crescere robusta la bella famigliola.
Il lupo affascina, questo è certo, ma ciò che colpisce di più è come esso negli ultimi anni abbia potuto far nascere sentimenti così fortemente contrapposti: da una parte fanatici che, ignorandone biologia e necessità, lo vorrebbero nel giardino di casa quasi fosse un tenero cucciolotto, e questi sono gli stessi ambientalisti...un po’ salottieri che da uffici cittadini, o confortevoli abitazioni, plaudono al suo ritorno e sognano di vederlo, sentirne l’ululato. Dall’altra ci sono quelli che del lupo temono le straordinarie doti predatorie, con lui ci hanno già fatto i conti e cui s’accappona la pelle solo a sentirne pronunciare il nome, figurarsi quando lo vedono, ne rinvengono tracce del passaggio. Queste sono le popolazioni rurali ed alpine, ritenute sempre più marginali in una società come quella italiana, capace di svendersi tali valori di fronte all’Europa in cambio di qualche concessione o deroga in qualche altro settore dell’economia.
Parlar di lupo qui da noi è diventato un vero e proprio tabù, con la politica che chiude a riccio non sapendo più quali pesci pigliare, pressata da un lato dalla lobby animal-ambientalista e dall’altro dalle esigenze di associazioni agricole, allevatori, pastori e, ultimo ma certo non meno importante, dei cacciatori che vedono svanire e disperdere un immenso patrimonio faunistico costruito in decenni di sana gestione.
 
Facciamo il caso del Piemonte, la regione dove…l’italico lupo alpino risulta avere la maggior presenza. Un dato per tutti: nel solo torinese il Servizio Tutela Flora e Fauna della Città Metropolitana (ex-provincia) ne ha recuperati morti una sessantina (investimenti, avvelenamenti e pure…piombo) solo negli ultimi quindici anni.
 
 
Confinante con la Francia, il Piemonte ha visto il numero dei predatori aumentare a dismisura, nonostante ciò le cifre fornite recentemente dagli studiosi del progetto Life WolfAlps cozzano con la percezione di chi sul territorio ci sta davvero, e con i continui avvistamenti di lupi laddove…loro…t’avevano detto non esserci alcuno. Life WolfAlps è cofinanziato dalla UE e lì sopra ci sono finiti sopra oltre sei milioni d’euro, una parte dei quali a carico dei contribuenti subalpini, che dovrebbero essere spesi per studi, interventi sul territorio, ma anche azioni di prevenzione danni come la fornitura di recinti elettrificati o cani da guardiania ai pastori; al progetto hanno partecipato studiosi di fama mondiale come il prof. Luigi Boitani, dell’università La Sapienza di Roma, e altri ancora.
Da anni esperti della materia raccolgono informazioni e notizie sui lupi, redigendo rapporti e relazioni che raccontano di una loro espansione costante, inesorabile: nel 2005 in Piemonte si registrava la presenza di 7 branchi stabili, 4 in provincia di Cuneo e 3 in quella di Torino, saliti a 14 nel 2010 e infine a 21 (14 Cuneo, 7 Torino) nel 2015, ad indicare come il numero dei lupi sia quantomeno triplicato in soli 10 anni!
Ma è proprio su questi numeri che s’appuntano le maggiori critiche e nascono polemiche, perché le associazioni agricole e quelle venatorie li contestano, segnalando come la presenza del predatore sia molto più diffusa, e non solo sulle Alpi, ma persino in pianura, a ridosso di paesi e città. È di nemmeno un anno fa la notizia di un lupo immortalato da una foto trappola notturna sulla collina torinese, in mezzo alle belle ville della borghesia piemontese; così come altri animali sono stati vittime di automobili in zone industriali della cintura cittadina, tra capannoni ed aziende.
E mentre aumenta il numero di lupi, CA ed ATC piemontesi segnalano una costante diminuzione dei popolamenti di ungulati quali capriolo e muflone, ma anche cinghiali, cervi e camosci. Basti pensare che laddove erano presenti centinaia di mufloni, come nell’Azienda Faunistica Albergian di Fenestrelle(TO), questi siano spariti del tutto o ridotti ai minimi termini, penalizzati certo dalla scarsa conoscenza che questi animali provenienti da Sardegna e Corsica hanno dell’atavico predatore, ma pure da lui mangiati.
Anche il capriolo ha subito la fortissima pressione del lupo, tanto da essere notevolmente ridotto in zone dove la sua presenza era davvero massiccia, come l’Alta Val Susa o la Val Chisone; un dato per tutti: Pragelato (TO), Alta Val Chisone, dove il piccolo cervide è passato dai 386 capi censiti nel 2002 ai poco più di 40 dell’ultima stagione, con l’inevitabile chiusura della caccia di selezione a quella specie.
I cacciatori poi segnalano mutamenti nel comportamento di selvatici che risentono della sua presenza, con caprioli ovunque sfuggenti e, scomparsi ormai all’alta montagna, sono concentrati intorno a case o strade; cinghiali, molto aggressivi con i cani, con femmine e piccoli che paiono fantasmi e i grossi verri barricati in folti impenetrabili dove possono vendere carissima la pelle. In quest’ultima stagione venatoria molte squadre hanno abbattuto poche femmine e giovani, ma quasi solo maschi, spesso superiori al quintale!
 
È comunque di questi giorni la presentazione di un importante e ambizioso progetto, inserito in un vasto piano di tutela dei grandi carnivori presenti in Europa, e più precisamente cinque specie: Orso bruno (Ursus arctos), Lince eurasiatica (Lynx lynx), Ghiottone (Gulo gulo), Lince pardina (Lynx pardinus) e Lupo (Canis lupus); il lavoro, intitolato “Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia”, redatto dall’Unione Zoologica Italiana, offre uno spaccato sulla situazione italiana, arricchito di informazioni sulla biologia della specie lupo, abitudini, distribuzione, tendenza demografiche, interazione con le attività umane, ibridazione, predazioni e così via.
Si legge di come l’Italia ospiterebbe, anche se qui il condizionale è d’obbligo e vedremo dopo il perché, un ragguardevole “patrimonio” di lupi, corrispondente al 9% d’Europa, Russia esclusa, e addirittura il 17-18% a livello UE; i lupi disporrebbero di un’areale di Km² 11.900 per le popolazioni alpine e km² 80.796,62 (min-max: 69.553,43- 89.690,81) per quelle appenniniche, divise idealmente dal Colle di Cadibona, in provincia di Savona e confine tra Appennino ed Alpi.
Ezechiele e famiglia trovano nel “Bel Paese” un vero e proprio…” Paese di Bengodi”, potendo disporre di cibo a volontà rappresentato da milioni di ovi-caprini e bovini e un patrimonio di ungulati selvatici stimato da ISPRA nel 2010 ad un 1,9 milioni di capi totali, tra cui almeno 1 milione di cinghiali e 456.000 caprioli: 20.000 tonnellate di biomassa utile per le zanne del formidabile predatore.
La grande disponibilità di cibo avrebbe dunque consentito al lupo la formidabile espansione degli ultimi anni, tanto da arrivare ormai a metterne in discussione lo stesso “status giuridico” di protezione assoluta prevista da leggi e accordi internazionali; questo in Italia lo chiedono a gran voce le associazioni di tutela del mondo agricolo, o quelle che s’occupano di montagna, ruralità; naturalmente anche il mondo venatorio solleva la questione, preoccupato com’è dalla crescita esponenziale del lupo, con il conseguente depauperamento di quello che sembrava essere uno dei più ricchi patrimoni di fauna europea. 
 
 
Da tempo si discute di prelievi, abbattimenti, caccia al lupo, scatenando polemiche a volontà nel mondo ambientalista, certo sempre pronto a sventolare bandiere ideologiche meno a trovare soluzioni idonee alla risoluzione dei problemi di chi davvero vive il territorio. Guardiamo all’estero, partendo dai numeri.
Detto dei 21 branchi piemontesi, che diventano 23 con quelli di Val d’Aosta e Lessinia più i soggetti in dispersione in Lombardia, Veneto e Friuli, in totale le Alpi ospiterebbero 150 lupi, con stima inferiore cautelativa di 100 capi; per l’Appennino il rapporto ci dice che i lupi…potrebbero essere, ed è allucinante questa forchetta, 1580 animali con i valori compresi tra 1.070 e 2.472! Cosa aggiungere a questi numeri, se non restare sbalorditi da stime così pressapochiste, specialmente se confrontate con quelle d’altre nazioni.
In Francia, popolazione contigua alla nostra alpina, li contano con precisione, tanto da sapere che il numero è sceso da quando li cacciano dai 301 capi censiti nel 2014 ai 282 del 2015 (fonte Office national de la chasse et de la faune sauvage); i transalpini hanno previsto un abbattimento di circa il 12% della popolazione lupina, 36 animali di cui 34 ad oggi sono stati abbattuti.
Gli svizzeri ne avrebbero, e pensate con quale grado di precisione ce lo dicono, 18 capi tra quelli di Canton Ticino, Grigioni e San Gallo, e hanno deciso di abbatterne almeno due. Ha aperto la caccia anche la Finlandia, a 46 soggetti sui 250 di cui si è accertata la presenza; provvedimenti analoghi per la Norvegia con 12 lupi da cacciare sui 25 presenti e la Svezia, dove la Corte Svedese ha dato il via libera all’abbattimento di 36 lupi grigi, circa il 10% del totale. Chiude questa panoramica la Spagna dove il lupo registra da sempre una notevole presenza, certamente comparabile a quella italiana, con oltre 2.000 lupi stimati e 200 cacciabili nella regione delle Asturie.
In Italia, lontani dal voler affrontare seriamente questo problema, siamo ancora nella favola esopiana ed urliamo: “al lupo, al lupo”, solo che a differenza di quanto successe al pastorello i lupi ci sono, numerosi, prolifici, affamati. Lo si capirà solo al primo serio incidente, nella speranza che questo non accada mai.
 
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