Lunedì, 24 Ottobre 2016 00:00

A colloquio con Silvano Toso

Scritto da  Luca Gironi
L’anno è iniziato con molte novità e una gran confusione. La legge sul controllo degli ungulati approvata dalla regione Toscana sta portando uno scompiglio incomprensibile, con veglie funebri per i cinghiali e mobilitazione di vip.
Siamo andati a porre alcune domande ad un indiscusso esperto di gestione faunistica: il Dott. Silvano Toso ex direttore dell’INFS, oggi ISPRA. Sentiamo la sua opinione su alcuni argomenti di forte interesse per il popolo dei cacciatori.
 
 
1) Cominciamo con un argomento di attualità: Il cinghiale. Secondo lei, com’è possibile che permanga costantemente questo stato di emergenza nella gestione di questo animale? Quali azioni concrete dovrebbero essere intraprese e quali comportamenti modificati nei confronti di questo ungulato?
 
La scorsa estate, prendendo lo spunto da un episodio di attacco ad una persona con esiti funesti, sulle cui modalità peraltro non è ancora stata fatta piena chiarezza, i mezzi d’informazione hanno diffusamente parlato di un’emergenza cinghiale come se si trattasse di un fenomeno nuovo. In realtà l’”emergenza cinghiale” intesa come impatto economico-sociale causato da questa specie dura da almeno 20 anni e, contrariamente a quanto l’opinione pubblica ha potuto percepire sulla base di un’informazione giornalistica assai poco interessata a verifiche oggettive, di fatto negli ultimi dieci anni l’areale italiano del cinghiale si è ampliato in maniera assai modesta e non vi sono evidenze di un incremento demografico significativo  a livello nazionale, pur considerando le ampie fluttuazioni inter-annuali che sono una caratteristica di questa specie.
I fattori limitanti per il miglioramento della gestione del cinghiale, che, è bene ricordarlo, pone attualmente seri problemi in gran parte dei paesi europei, non sono di natura biologica e tecnica ma culturale, sociale e politica. Ferma restando l’utilità della ricerca applicata per migliorare la gestione,  in particolare sui temi di uso dello spazio da parte del cinghiale nei diversi contesti ambientali e dei metodi innovativi di stima quantitativa delle sue popolazioni, l’”emergenza cinghiale” potrebbe essere affrontata e risolta sulla base di quanto già oggi sappiamo. 
Cominciamo col cinghiale.
Le caratteristiche ecologiche e comportamentali della specie non consentono di ottenere buone stime di consistenza attraverso i metodi di conteggio utilizzati per gli altri Ungulati.
L’approccio da applicare è concettualmente semplice e consiste nel mantenere densità obiettivo compatibili con l’uso del suolo in ciascuna unità territoriale di gestione attraverso la mediazione dei diversi interessi, applicando in maniera sinergica prevenzione dei danni, ristorno delle perdite per gli agricoltori (anche con i proventi di una filiera economica della carne degli animali abbattuti) e un prelievo  venatorio commisurato agli incrementi annuali della popolazione. Per ottenere questo risultato deve essere messo in campo un monitoraggio standardizzato,  diffuso, costante e georeferenziato delle popolazioni di cinghiale ma anche degli impatti economici da esse provocati. Una banca dati di questo tipo è inesistente a livello nazionale e solo poche realtà locali ne sono dotate. Certamente le caratteristiche ecologiche e comportamentali della specie non consentono di ottenere buone stime di consistenza attraverso i metodi di conteggio utilizzati per gli altri Ungulati, tuttavia  metodi indiretti basati sugli indici cinegetici e sulla valutazione della struttura demografica dei carnieri, qualora applicati in modo rigoroso possono orientare in  modo appropriato i piani di prelievo. 
Per migliorare l’efficienza complessiva del prelievo venatorio le tecniche di caccia dovrebbero essere opportunamente diversificate, utilizzando non solo la braccata ma anche la girata e l’abbattimento selettivo, in modo che rispondano alle esigenze e alle caratteristiche di ciascun territorio e consentano di intervenire anche al di fuori del periodo autunno-invernale. Purtroppo le modalità di caccia diverse dalla braccata sono state previste ed opportunamente disciplinate solo da poche regioni ed anche in queste spesso sono sistematicamente boicottate dalle squadre di caccia. 
Nel 2003 l’INFS (successivamente confluito in ISPRA) ha prodotto, in accordo con il Ministero delle politiche agricole, il documento “Linee guida per la gestione del cinghiale” che è stato ampiamente diffuso presso le pubbliche amministrazioni responsabili della gestione faunistico-venatoria. Il documento è il frutto di un’analisi della bibliografia internazionale, dei contatti avuti con ricercatori e tecnici faunistici di diversi paesi europei e, soprattutto, di un lavoro sul campo condotto dall’INFS in un’area di studio dell’Appennino bolognese che è durato quattro anni ed ha visto il supporto finanziario e logistico di diversi enti: Regione Emilia-Romagna, Provincia di Bologna ed i due ATC che interessano la parte collinare e montana della Provincia. Questo lavoro ha ricevuto un assai positivo apprezzamento in diversi contesti internazionali, ad esempio in occasione dei convegni dell’International Union of Game Biologists. Le linee guida trattano tutte le problematiche attuali, già emergenti quando vennero pubblicate, e propongono non solo una strategia di gestione organica e dettagliata applicabile all’intero contesto italiano ma anche una descrizione esaustiva delle tecniche e delle soluzioni pratiche in grado di perseguire concretamente l’approccio che ho sopra delineato. A più di un decennio di distanza possiamo constatare comequeste linee guida siano state  sostanzialmente ignorate dagli enti gestori. Di fatto, se si escludono rare eccezioni, il mondo venatorio legato alla caccia al cinghiale tende a mantenere densità della specie che consentano comunque la massimizzazione dei prelievi attraverso una serie di pratiche ben note (“riservini”, foraggiamento artificiale, immissioni, ecc.) ed esercita pressioni sulle amministrazioni affinché questo stato di cose perduri nel tempo. L’azione politica, che dovrebbe comporre interessi diversi, convincere, mediare e quando è il caso imporre sulla base di un disegno organico di lungo periodo, ha sinora dimostrato di non svolge questo compito.
Si è spesso attribuito alla presenza delle aree protette, che funzionerebbero come “serbatoi di cinghiali”,  il fallimento delle politiche di gestione. Tenendo conto dei risultati delle ricerche riguardanti l’uso dello spazio da parte del cinghiale, il fenomeno dello spostamento degli animali dalle aree protette al territorio cacciabile può essere importante nel caso in cui le prime siano di piccole dimensioni e distribuite a macchia di leopardo, mentre risulterebbe assai meno rilevante nel caso di aree protette di grande estensione, come la generalità dei parchi nazionali e regionali. A questo proposito spiace constatare come le recenti modifiche normative riguardanti la gestione del cinghiale contenute nel cosiddetto Collegato Ambientale non abbiano  preso in considerazione il suggerimento, da tempo avanzato da ISPRA, di consentire il prelievo venatorio di questa specie nelle aree a divieto di caccia istituite dalla legge 157/92, vale a dire le zone di ripopolamento e cattura, le oasi di protezione ed i centri di riproduzione della fauna selvatica, che sono i principali responsabili del cosiddetto “effetto spugna” e nelle quali inoltre la predazione effettuata dal cinghiale costituisce un importante fattore limitante per la produttività della piccola selvaggina stanziale.  
Sempre rimanendo ai contenuti dell’art. 7 del Collegato Ambientale, non si può non osservare come vengano previste deroghe criticabili ai pur condivisibili divieti di immissione e di foraggiamento dei cinghiali. La deroga al divieto di immissione che riguarda le aree recintate continuerà infatti ad alimentare l'allevamento, mantenendo un inevitabile circolo vizioso; d’altra parte è facile constatare che già oggi la grande maggioranza delle immissioni avviene in maniera clandestina. Sulla caccia al cinghiale (ed agli Ungulati in generale) nei recinti si potrebbe aprire un'ampia discussione. Personalmente ho una posizione molto critica per svariate ragioni biologiche, tecniche e culturali, pur riconoscendo che nel concreto non è possibile paragonare un recinto di poche decine di ettari ad un’area recintata di molte centinaia se non migliaia di ettari, una condizione peraltro molto rara in Italia. La deroga al divieto di foraggiamento limitata alle operazioni di controllo impedisce di fatto sostanzialmente la caccia di selezione a questa specie. Meglio sarebbe stato porre limiti di luogo, tempo e quantità di alimento, in grado di consentire il foraggiamento attrattivo funzionale agli abbattimenti in regime di caccia di selezione (non di controllo sensu art. 19 della legge 157/92) e nel contempo di impedire il foraggiamento massiccio che altera in maniera sostanziale l'offerta trofica e quindi la dinamica delle popolazioni locali di cinghiale. 
Prevedibilmente nei prossimi dieci anni, quando per evidenti ragioni demografiche abbandoneranno la pratica venatoria coloro che hanno determinato l’impetuosa crescita delle licenze degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, la flessione del numero dei cacciatori subirà un’accelerazione ben più marcata di quella attuale. Ciò non mi preoccupa affatto di per se, anzi penso che il nuovo scenario che si andrà formando risulterà salutare affinché si possa instaurare un rapporto quantitativo tra fruitori e territorio disponibile più favorevole, una premessa indispensabile per un prelievo venatorio sostenibile a carico delle popolazioni di piccola selvaggina, prescindendo finalmente dai ripopolamenti.  Tuttavia nel caso della gestione degli Ungulati e del cinghiale in particolare una forte contrazione del numero dei cacciatori potrà determinare sensibili effetti negativi. La risposta potrebbe essere la nascita e la crescita di una caccia professionale che si affianchi ed in parte sostituisca quella ludica, ma per questo sono necessari mutamenti profondi sul piano normativo, organizzativo e culturale. Siamo in grado di programmare ed attuare concretamente e per tempo questa evoluzione?
Ciò che mi preoccupa soprattutto è la scarsa percezione del fenomeno da parte della politica e l’ignavia generalmente mostrata dal mondo venatorio che non si preoccupa di migliorare la qualità media (per cultura, rispetto delle regole e capacità di confrontarsi con il resto della società) dei cacciatori i quali se saranno pochi dovranno necessariamente essere ottimi. 
Confrontiamo i sistemi di gestione.
Il cacciatore italiano oggi può esercitare la sua attività spaziando mediamente su 70.000 ettari: un territorio oltre venti volte più ampio della media europea, che è di soli 3.000 ettari.
 
2) Il modello di gestione degli ATC, a parte qualche eccezione, non è mai decollato. Secondo lei cosa non funziona in questo tipo di istituti?
 
Spesso il mancato decollo degli ATC o la loro cattiva gestione viene attribuito ad errori e carenze della legge quadro. Non credo sia utile una critica alla legge nazionale fatta per slogan ed approssimazioni, quando invece molte responsabilità derivano da inadeguatezze e ritardi di coloro che quella legge dovevano applicare. Esorterei ad un’attenta lettura dell’art. 14, comma 11, ove è previsto che negli ambiti territoriali di caccia l’organismo di gestione promuova ed organizzi le attività di ricognizione delle risorse ambientali e della consistenza faunistica, programmi gli interventi per il miglioramento degli habitat, provveda all’attribuzione di incentivi economici ai conduttori dei fondi rustici per la ricostituzione di una presenza faunistica ottimale per il territorio, le coltivazioni per l’alimentazione naturale dei mammiferi e degli uccelli, il ripristino di zone umide e di fossati, la differenziazione delle colture, la coltivazione di siepi, cespugli, alberi adatti alla nidificazione,  la tutela dei nidi e dei nuovi nati di fauna selvatica nonché dei riproduttori.
Nella maggior parte dei casi, le regioni per la parte regolamentare, le provincie per la funzione di controllo e gli ATC per quella direttamente gestionale non sono stati in grado, o non hanno voluto, applicare le parti condivisibili di una legge nazionale che pure presenta alcuni aspetti criticabili e migliorabili. Per rendersi conto di ciò basterebbe esaminare le relazioni consuntive ed i bilanci della generalità degli ATC e verificare quanto impegno e quante risorse sono destinate alle attività sopra evidenziate. Al netto della rifusione dei danni agli agricoltori, il ripopolamento artificiale con selvaggina allevata o importata costituisce la principale voce di spesa, mentre per tutto il resto ci sono le briciole. A questo stato di cose non è certo estraneo il fallimento di un modello di compartecipazione alle decisioni che dovrebbe vedere la presenza attiva nei comitati di gestione dei cacciatori, degli agricoltori e degli ambientalisti. Questa sinergia nella composizione di interessi diversi ma con un unico fine virtuoso nella maggioranza dei casi non  si è prodotta, vuoi per una sostanziale defezione del mondo ambientalista, vuoi perché il mondo agricolo si è spesso fatto rappresentare da agricoltori cacciatori che hanno privilegiato questa loro seconda appartenenza, vuoi perché la partecipazione della base dei cacciatori ai momenti di definizione degli obiettivi e di valutazione dell’operato dell’ATC è stata generalmente assai scarsa ed è stata surrogata da una sostanziale delega in bianco alle associazioni venatorie. Queste ultime, quando non hanno più o meno apertamente osteggiato la riforma dalla legge 157, di cui la caccia programmata esercitabile negli ATC è il nucleo sostanziale, hanno stentato a comprenderne sino in fondo il significato e sono venute meno al compito fondamentale di far crescere una nuova cultura nel mondo venatorio, una cultura indispensabile perché la caccia trovi ancora un ruolo a fronte di condizioni ambientali, faunistiche, economiche e sociali che negli ultimi decenni sono profondamente cambiate. 
 
3) Visto il ruolo che ha ricoperto per molti anni, conosce molto bene i modi e i metodi di gestione di tutta la penisola e anche quelli in uso al di fuori dei nostri confini. Qual è il miglior modello di gestione della pratica venatoria in cui si è imbattuto nella sua lunga carriera? 
 
Sinceramente non saprei indicare un unico modello gestionale di riferimento. La gestione faunistico-venatoria è una parte della gestione faunistica che, a sua volta, deve rispondere ai principi di conservazione della biodiversità e delle risorse naturali, anche attraverso un loro uso sostenibile. Ho visto applicati modelli gestionali tendenzialmente virtuosi e sostanzialmente rispettosi di questo principio in contesti geografici e ambientali  diversi e caratterizzati da differenti regimi giuridici per quanto concerne il diritto di caccia. Quest’ultimo aspetto risente forzatamente delle condizioni storiche e culturali di ciascun paese, ma ovunque la buona gestione si basa sulla conoscenza della risorsa faunistica, la definizione di limiti di prelievo commisurati alla dinamica delle popolazioni cacciate e l’applicazione di una prassi che consente di rispettare questi limiti. Un importante valore aggiunto si concretizza quando la gestione venatoria interviene sull’ambiente con modalità che hanno lo scopo di favorire la le specie oggetto di caccia ma nel contempo sono in grado di aumentare la diversità biologica nel suo complesso, con benefici che possono essere apprezzati anche dalla componente non venatoria della società. 
Ho potuto verificare esempi di buona gestione che hanno saputo concretizzare questo approccio in diverse parti d’Europa, dalle tenute nobiliari delle Highlands scozzesi, dove vige il diritto esclusivo di caccia per i proprietari, alle riserve comunali slovene, dove la proprietà della selvaggina era dello stato ed il diritto di caccia concesso ad organizzazioni locali di cacciatori. L’originario modello “dell’Est” (proprietà pubblica della fauna, con diritto di caccia nel comune di residenza) si avvicina molto al sistema riservistico italiano delle Province Autonome di Trento e Bolzano. 
Il modello applicato nella generalità del territorio italiano, dove la legge quadro 157/92 ha introdotto con gli ATC limiti abbastanza blandi a una mobilità che era pressoché totale, risulta un’eccezione nel quadro europeo. Il cacciatore italiano oggi può esercitare la sua attività spaziando mediamente su 70.000 ettari: un territorio oltre venti volte più ampio della media europea, che è di soli 3.000 ettari. La condizione di gran lunga più frequente in Europa, indipendentemente dal regime giuridico che regola il diritto di caccia, è una mobilità assai ridotta del cacciatore, che, nella pratica, esercita la propria attività in territori estesi da alcune centinaia a poche migliaia di ettari.  Una eventuale mobilità più ampia non è un diritto, ma è legata alle disponibilità economiche o alle relazioni sociali e rappresenta un fenomeno limitato.
Un altro aspetto che differenzia sostanzialmente la  gestione faunistico-venatoria del nostro Paese e quella praticata nel resto d’Europa è la grave carenza delle figure tecniche  impiegate nel settore. Negli altri paesi generalmente ogni unità territoriale di gestione impiega almeno un guardiacaccia professionista, preparato attraverso specifici percorsi formativi, che svolge non solo compiti di vigilanza ma anche quelli di stima delle risorse faunistiche, di organizzazione del prelievo, di messa in opera dei miglioramenti ambientali e dei mezzi di difesa delle colture, di costruzione e mantenimento delle infrastrutture utilizzate per la caccia. I costi derivanti dall’impiego di questi professionisti sono a carico dei cacciatori e rappresentano una delle principali voci di spesa nel bilancio di ogni riserva. Se si escludono alcune aziende faunistico-venatorie e le già citate riserve comunali alpine della Provincia di Bolzano, è questa una condizione sconosciuta in Italia.
 
 
BIOGRAFIA
 
 
Silvano Toso, nato a Milano nel 1948, fin da ragazzo si interessa di zoologia degli Uccelli e dei Mammiferi, con particolare attenzione agli aspetti di auto e sinecologia ed ai problemi di conservazione e gestione. Dopo gli studi classici, si laurea in Scienze Biologiche presso l’Università degli Studi di Milano e collabora con l’Istituto di zoologia della stessa Università per circa dieci anni, anche come professore a contratto insegnando Zoologia dei vertebrati, Ecologia e Conservazione della natura. Nello stesso periodo compie soggiorni di studio presso il Laboratory of Ornithology della Cornell University (Ithaca, USA), il Departement of Zoology dell'Università di Oxford (Regno Unito), la Estacion Biologica de Donana ed il Centro de Acclimatacion Sahariana di Almeria (Spagna). Come vincitore di pubblico concorso, viene assunto, nel 1982, dall’allora Istituto Nazionale di Biologia della Selvaggina [dal 1992 Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica, oggi confluito nell’Istituto Superiore per la Protezione e la ricerca Ambientale (ISPRA)] ed inizia la sua carriera in questo Ente percorrendone tutte le tappe sino a ricoprire, dal 1995, il ruolo di dirigente di ricerca con la responsabilità scientifica e quella di coordinamento dell’area di ricerca “Eco-etologia della fauna stanziale” e del Servizio di Consulenza. Nel maggio 2005 è stato nominato direttore Generale dell’INFS, carica che ha ricoperto sino all’ottobre 2007. Dal 2008 al maggio 2014, data del pensionamento, ha assunto le funzioni di responsabile del Servizio di Consulenza dell’ISPRA.
Si è dedicato in particolare allo studio della biologia degli Uccelli e dei Mammiferi finalizzato ad accrescere le basi conoscitive per la conservazione delle diverse specie o gruppi di specie. In tale contesto generale si è interessato di distribuzione geografica ed ecologica (reale e potenziale) e fenologia, sia a livello di comunità sia di singole specie o popolazioni, di struttura e dinamica di popolazione, con particolare attenzione all'influenza dei fattori limitanti   legati alle caratteristiche ambientali, ai rapporti interspecifici ed all’interferenza delle attività   antropiche, di sistematica, in particolare quella sub-specifica e di popolazione. I gruppi ai quali ha maggiormente rivolto il proprio interesse sono gli Ungulati, i Lagomorfi, i Galliformi ed i Falconiformi. E’ autore di 132 pubblicazioni scientifiche e di numerosi articoli divulgativi.
Come responsabile della consulenza svolta dall‘INFS-ISPRA, ha affrontato i temi generali di conservazione e gestione della fauna con un approccio olistico e con attenzione alle interconnessioni tra le diverse discipline specialistiche ed al quadro normativo nazionale e comunitario. Nell'espletamento di quest’attività ha avuto contatti con analoghe strutture operanti in altri paesi europei e curato assiduamente i contatti con il Ministero dell'Ambiente e della Tutela del territorio e del Mare, il Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, le Amministrazioni Regionali e Provinciali.  In rappresentanza dell’INFS ha partecipato a oltre 180 convegni a carattere scientifico o tecnico-gestionale portando propri contributi originali ed ha svolto un’intensa attività didattica nell’ambito di master universitari e corsi specialistici di vario livello.
Silvano Toso è anche cacciatore, con esperienze dirette di falconeria, prelievo selettivo degli ungulati, caccia col cane alla piccola selvaggina stanziale e caccia d’appostamento agli uccelli acquatici.
 
 
 
Pubblicato su DIANA 04/16
 
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