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Martedì, 19 Settembre 2017 00:00

Che rogna!

Scritto da  Prof. Ezio Ferroglio. Università degli Studi di Torino
Gira e rigira alla fine i nodi vengono al pettine, e se, invece di nodi, son croste alla fine è lo stesso.
Era inevitabile dover prima o poi parlare di rogna, ma, sinceramente, ho ritardato il più possibile questo argomento perché so quanto scalpore susciti negli “addetti ai lavori”, ho ben presente quanto ciascuno ritenga di avere la risposta giusta per affrontare e risolvere questo problema. Nessuna patologia dei selvatici ha suscitato tanto interesse nel mondo venatorio (forse nemmeno la rabbia che ha però ben diverse ripercussioni sulla salute pubblica).

Cinghiale abbattuto a caccia con evidenti lesioni da rogna estese su tutto il corpo. Essendo una malattia cronica la rogna finisce spesso per “consumare” gli animali colpiti. Si noti in questo soggetto il dimagrimento molto evidente a livello del posteriore che appare scarno.

Credo che si tratti forse dell’unico esempio in cui il mondo venatorio ha sostenuto con forza, anche economicamente, studi su questo problema sanitario. Ovviamente quando si parla di rogna si pensa subito ai bovidi alpini, al camoscio e allo stambecco.
Ci si dimentica che anche altri ungulati, soprattutto il cinghiale, ed i carnivori, soprattutto la volpe, sono colpiti dall’acaro e le loro popolazioni sono spesso colpite da epidemie.  
Per un cacciatore è sicuramente più facile imbattersi nella rogna quando ha a che fare con volpi e cinghiali, perché in queste due specie la rogna è presente in moltissime aree della penisola, mentre per il camoscio è un problema limitato a parte delle Alpi orientali. 
Iniziamo quindi con il dire che la rogna è sostenuta da un acaro, Sarcoptes scabiei ,e che, sebbene gli studi siano in corso, possiamo ritenere che ogni specie è colpita da una varietà di Sarcoptes propria.  
Per cui la rogna sarcoptica del cinghiale si trasmette al cinghiale o al maiale domestico, quella della volpe al cane, quella del camoscio allo stambecco e alle capre.  
Questo dato è estremamente importante perché ci permette di escludere che  i camosci possano infestarsi attraverso il contatto con volpi o cinghiali infetti.  Ho parlato di contatto con soggetti infetti, proprio perché la rogna, sopravvivendo pochi giorni l’acaro nell’ambiente, si trasmette fondamentalmente attraverso il contatto tra soggetti infestati e soggetti sani. 
Siamo portati a pensare che c’è l’acaro quando vediamo dei casi clinici di animali con lesioni evidenti, e in questo la rogna attira molto di più l’attenzione rispetto ad altri patogeni,  e a  ritenere che non esista se non ci sono animali con le ben conosciute lesioni crostose.  
In realtà l’acaro è presente anche quando non ci sono ancora capi ammalati. Questo è stato dimostrato per il camoscio in cui gli studi condotti hanno dimostrato come spesso l’acaro sia presente mesi (fino ad un anno) prima che compaiano capi con lesioni o si trovino soggetti morti di rogna.
Ovviamente bisogna dire che l’effetto della comparsa della rogna è diverso a seconda della specie con mortalità elevatissime fin oltre l’80% nel camoscio e nelle volpi quando colpisce popolazioni che non erano venute in precedenza in contatto con  l’acaro, mentre la mortalità è decisamente inferiore quando sono colpite popolazioni che già in passato avevano “patito” l’infestazione. 
La spiegazione di questo è probabilmente riconducibile alla selezione  nel tempo di soggetti resistenti che presentano un  fattore genetico che viene favorito  dalla presenza dell’acaro, e che fa sì che i soggetti resistenti sopravvivendo trasmettano questa loro caratteristica alla prole. Infatti la rogna ha un tipico andamento epidemico con molti soggetti colpiti e una forte mortalità a cui seguono negli anni casi isolati. Questo accade sia nei bovidi alpini che nella  volpe, mentre nel cinghiale assistiamo ad un andamento diverso. In questa specie, infatti, raramente si assiste ad epidemie che colpiscono molti soggetti e che portano a mortalità elevate. Nel cinghiale in genere si osservano casi sporadici di capi con lesioni che in passato sono spesso stati “giustificati” con l’immissione di soggetti allevati in cattività e infettatisi da maiali. Il rinvenire pochi cinghiali con rogna pareva infatti sostenere l’ipotesi che la rogna non si mantenesse nelle popolazioni di cinghiale e che quindi l’ovvia  conseguenza era l’infezione di questi capi in cattività  tramite il contatto con maiali infetti e la conseguente malattia una volta che questi capi venivano rilasciati.
In realtà diversi studi condotti successivamente hanno permesso di evidenziare  come in molte popolazioni di cinghiale della penisola la rogna sia invece endemica. Infatti si è visto che una percentuale  variabile di capi (dall’1 al 5%) alberga l’acaro pur in assenza di lesioni visibili. Probabilmente il rapporto tra Sarcoptes e cinghiale è meno “traumatico” di quanto non avvenga invece nel camoscio e nella volpe (o per scarso adattamento dell’acaro a questa specie o per maggiore resistenza del cinghiale al parassita).
Questo permette all’acaro di mantenersi in una popolazione senza dare segni visibili, tranne magari qualche caso sporadico dovuto a un cinghiale che non riesce a contenere l’acaro e finisce quindi con l’ammalarsi. Dopo i focolai di alcuni decenni fa, anche nelle volpi la rogna si è ormai “stabilizzata” e non ha più l’andamento epidemico con decine di soggetti colpiti in un’area. Negli ultimi anni poi il numero di volpi con lesioni segnalate è veramente stato molto basso e sono ormai scarsi i casi di volpi rognose che, soprattutto a fine inverno, si avvicinano alle abitazioni in cerca di cibo. Capita poi che queste volpi venissero attaccate dai cani che a volte finivano per contrarre, a seguito del contatto con la volpe, la rogna. 
Un caso tutt’altro che infrequente da vedere, soprattutto in passato. Una volpe con rogna estesa su tutto il corpo con croste e zone alopeciche.
 
La rogna rappresenta un esempio di come le malattie possano influire sulle popolazioni colpite, ma anche su altre specie presenti nell’area.
I lavori condotti in Scandinavia negli anni ’80 hanno mostrato infatti come la diffusione della rogna nelle popolazioni di volpe dell’area, che portò a massicce morie in questa specie, determinò negli anni seguenti un incremento delle specie usualmente predate, tra cui la lepre.  
Tolti volpe e cinghiale la rogna rappresenta però un problema soprattutto nei bovidi alpini e in particolare nel camoscio. In questa specie la rogna sarcoptica è presente nelle Alpi orientali  da oltre un secolo e  si manifesta con epidemie che, come già detto, nelle popolazioni di camoscio e stambecco “vergini” arrivano a tassi di mortalità dell’ 80-95%. In genere il picco della mortalità si manifesta a fine inverno-inizio primavera, ma gli acari, che penetrano nella pelle dell’ospite scavando delle gallerie e provocando un’estesa e diffusa infiammazione, possono già essere rilevati  un anno prima dall’avvistamento di soggetti con lesioni. Usualmente si trasmette per contatto diretto, e, più raramente, se animali sani frequentano gli stessi luoghi di animali malati.
I soggetti affetti presentano lesioni crostose non sempre visibili a distanza, caratterizzate da un forte prurito che li porta a sfregarsi contro oggetti, rami o rocce, presenti nell’ambiente. 
E’ tale la fobia della rogna che ogni lesione cutanea nel camoscio viene guardata con sospetto e viene prontamente portata al veterinario per escludere che si tratti proprio di rogna. Ricerche condotte su capi rinvenuti morti hanno però mostrato come circa un quarto di questi camosci avesse lesioni crostose che erano localizzate in aree, sotto l’addome, interno delle cosce, ascelle, che non ne permettevano l’individuazione a distanza.
E’ chiaro che è difficile, visto questi aspetti, pensare di riuscire a limitare la circolazione dell’acaro abbattendo i soggetti con lesioni. In passato, ma questo vale ancora oggi, ci si è spesso divisi in “interventisti” (coloro che ritengono di poter controllare la rogna con l’abbattimento) e “attendisti” (quelli che invece sostengono che occorre lasciare che l’epidemia segua il suo decorso naturale).
Sinceramente non mi appassionano gli estremi (e ancor meno gli estremisti).
Ho sempre sostenuto che se qualcuno avesse in mano la soluzione avrebbe avuto numerose  occasioni per stupirci con effetti speciali.
Lesioni da rogna di animali in una persona venuta a contatto con un animale rognoso.  Le piccole papule rossastre sono pruriginose, ma l’acaro tende a morire dopo poco tempo e la malattia  si estingue senza dare croste.
 
Se il problema continua ad esistere è perchè così evidentemente non è, nessuno ha la verità in mano e i risultati ottenuti sono spesso frutto della naturale evoluzione della diffusione dei patogeni più che dell’intervento dell’uomo. Quello che è certo è che la rogna è uno splendido modello didattico di gestione sanitaria della fauna, dove la componente scientifica ha dovuto confrontarsi con gli aspetti sociali e politici.
Si tratta di un caso evidente in cui è importante non solo raccogliere dati e informazioni scientifiche, ma occorre anche informare le persone direttamente coinvolte (i cacciatori) e quelle che non hanno un apparente diretto interesse (il resto delle persone).
Occorre spiegare che in assenza di verità rivelate occorre spesso procedere per prove, agire in modo diverso in zone diverse per vedere quale tipo di intervento  porta a migliori risultati.
Grazie al fatto che in alcune zone colpite si sia deciso di intervenire con l’abbattimento dei capi, mentre in altre  questo non è accaduto, possiamo oggi dire che il risultato finale è simile.
La rogna si ferma quando la popolazione raggiunge densità basse, poco superiori ad un camoscio per 100 ettari.  
Appare evidente che l’intervenire o meno è quindi legato anche a fattori socio-culturali e che solo persone bene informate possono comprendere le motivazioni che consigliano di agire in modi diversi a seconda del contesto. Come ho scritto in altro mio intervento, per gestire le malattie della fauna occorre sapere gestire anche il fattore umano e le attività umane.
L’esposizione mediatica che ebbe qualche anno fa in pieno agosto il focolaio di rogna nello stambecco fece si che si provasse a catturarli e trattarli  con farmaci per risolvere il problema. Non era difficile immaginare  che il risultato sarebbe stato negativo, ma si è trattato comunque di un esperimento interessante perché ci ha mostrato, già l’anno successivo,  che il trattamento non è uno strumento efficiente nelle popolazioni a vita libera. Non si è trattato di un fallimento, ma di un esperimento che ha fornito un risultato utile per la gestione. Il fallimento, semmai, è che ci sia stato chi ha voluto, per motivi mediatici e per “cura della propria immagine”, vendere questa prova come “la mamma di tutte le soluzioni”. Purtroppo qui entriamo nel campo, sempre poco  chiaro e edificante nel nostro paese, della politica.  
Spacciare tentativi per soluzioni è il peggior errore che possa fare uno scienziato, ma è la tentazione quotidiana per i politici (o i loro funzionari che spesso hanno effetti ancor più nefasti) che non cercano soluzioni, ma solo consensi (soprattutto vicino alle scadenze elettorali).
Oggi sappiamo molte più cose sulla rogna rispetto a 15 anni fa e gran parte di questo merito va al mondo venatorio che ha saputo sostenere, anche finanziariamente, le ricerche condotte, ma siamo ovviamente lontani dalla soluzione ideale.
Ritengo opportuna  una ulteriore considerazione riguardante la rogna nello stambecco. Ci troviamo di fronte a un chiaro esempio di come spostare una specie in un’area, dove esiste un patogeno per cui è sensibile e nei cui confronti non è “immunizzata”, la espone agli effetti devastanti di una futura epidemia.
E’ evidente come lo stambecco, che non aveva mai conosciuto la rogna sarcoptica,  introdotto in aree dove la rogna era presente (tarvisiano) o “vicina” (alpi orientali in genere), è stato esposto ad un nuovo pericolo.
Possiamo dire che le popolazioni friulane di stambecco hanno comunque superato tale scoglio e stanno convivendo con l’acaro, dimostrando che, se le popolazioni sono sufficientemente numerose, l’effetto dei patogeni viene spesso stemperato nel tempo. 
L’ultimo punto riguarda il rischio per la salute umana. La rogna colpisce anche l’uomo, ma va subito precisato che la rogna umana si trasmette da uomo a uomo, mentre in caso di contatto con animali colpiti l’uomo può avere forme lievi autolimitanti che si estinguono da sole nell’arco di pochi giorni anche se sono pruriginose.
In molte aree della penisola è più facile però che l’uomo, o anche i cani,  vengano colpiti da un altro acaro, Trombicula autumnalis, che dà piccole papule rossastre estremamente pruriginose. In questo caso, però, l’uomo si infesta “raccogliendo” gli acari presenti sulla vegetazione. Si tratta della malattia conosciuta in centro  Italia come “selvaggiume”,  e che si trova soprattutto in autunno nelle zone più secche.
Anche Trombicula è una parassitosi autolimitante nell’uomo, perché il parassita, dopo essersi nutrito per qualche giorno, lascia poi l’ospite, ma il prurito che provoca “resta vivo” nella memoria più a lungo.
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