Giovedì, 09 Aprile 2015 00:00

AKU, SCRIVENDO E CACCIANDO, IO

Scritto da  Claudio Zanini

C’è una stagione per tutte le cose e tutte le cose hanno una stagione, ma una scarpa buona è buona sempre. Intendo dire che ci sono validi motivi per andare in montagna (dall’estiva voglia di svago e frescura all’autunnale uscita di caccia al camoscio, dall’invernale ciaspolata alla primaverile ricerca di funghi prugnoli) ma che per farlo come si deve, cioè con soddisfazione e in sicurezza, bisogna avere ai piedi una calzatura adeguata.

No, non sono un produttore di scarpe da montagna. E neanche un venditore di medesime. E neppure un esperto, un tecnico di materiali o che. Ma un grande fruitore, questo sì. E, molto semplicemente, quando con un mio racconto di narrativa mi son trovato a vincere un bel paio di scarponi AKU Forcell GTX nuovi fiammanti m’è venuto spontaneo primo ringraziare e secondo dire la mia a proposito d’un prodotto italiano che già stimavo molto. Attenzione: le due cose sono unite ma anche distinte. Nel senso che grazie, grazie mille, ad AKU e al Concorso letterario Scrivendo & Cacciando, però a prescindere vorrei poter dire qualcosa. Non si tratta quindi di captatio benevolentiae, per dirla alla latina, ossia d’essere in qualche modo compiacente con uno sponsor, anche perché non è proprio nel mio stile. Oggi parlo, o meglio scrivo, di scarpe da trekking et similia perché da montanaro DOC ne ho portate davvero tante ai miei piedi. Ecco, i piedi: anche loro hanno diritto di dire la loro e non soltanto la testa. Citando il regista Nanni Moretti: “ogni scarpa una camminata, ogni camminata una diversa concezione del mondo”. Che vorrebbe dire: attenzione, i piedi non sono soltanto le propaggini corporee più distanti dal cervello, ma anche punto di contatto con la superficie della terra, ancoraggio, direzione, misura. Bene lo sanno gli orientali, che della riflessologia hanno fatto una scienza. Le mie gambe mi hanno portato, e mi portano, in giro per valli e boschi, però credo siano qualcosa di più di un semplice mezzo di locomozione. Preservarne le peculiarità passa anche attraverso il paio di scarpe che come un timbro marca il cammino. Anzi, scarponi. Scarponi! Questa è la parola giusta. Perché, in fin dei conti, di questo si tratta quando si va in montagna: la scarpetta da ginnastica usiamola sul parquet d’una palestra.
E quale sarebbe lo scarpone giusto?
Beh, non è poi così difficile rispondere.
Uno: comodo, confortevole, che lo puoi portare anche un’intera giornata.
Due: deve lasciar fuori l’acqua, ché se ti vuoi rovinare salute e umore non c’è niente di meglio che avere i piedi bagnati.
Tre: non deve scivolare, perché farsi del male in montagna è un attimo.
Quattro: sembra accessorio, ma non lo è… deve anche piacere, dal punto di vista estetico!

Ecco, io da ben più di vent’anni uso, anzi stra-uso, AKU e mi sento di dire che dal primo modello (era un Alpen e mi stava come una pantofola) all’ultimo (Jager Low Top) mai questo marchio mi ha deluso: raid alpinistici, vie ferrate, a caccia in zone impervie, neve, pioggia, fango, freddo becco, caldo torrido. Insomma, credo di essere un tester valido, per dirla in maniera moderna. Anzi, quasi un testimonial, dato che son almeno vent’anni che appunto calzo AKU durante le mie escursioni, dalla più semplice a quella più avventurosa e impegnativa.Quindi usate e strausate, forse anche maltrattate in montagna, però mai, poi, a casa: farle asciugare lontano dalla stufa o dal termosifone, spazzolarle di tanto in tanto, ingrassare la pelle quando mostra eccessiva secchezza, facendo penetrare l’unguento con calma, quasi fosse una carezza. Trattateli bene, i vostri scarponi, e vi appagheranno, anche con gli interessi. Trattateli onestamente, anche per questioni di rispetto: le pelli, prima, sono state una bestia viva e comunque produrli è costato in termini ambientali. Sì, forse esagero nel mio animismo primordiale alla Dersu Uzala, la religione in cui faccio meno fatica a credere, ma non posso farci niente: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Mitici scarponi AKU, che battete tempo e ritmo dei miei passi e dei miei pensieri in giro per le foreste, su e giù per i canaloni, assaporando albe e tramonti e anche tutto quello che c’è in mezzo! Con voi non ho paura di niente. Anche in questo principio di primavera mi rendete un buon servizio, assecondando la selvatichezza che mi porto di dentro, alla ricerca d’un rinnovo stagionale dopo le corte giornate dell’inverno. Periodo che ben s’accorda a quello dei miei amati cervi che depongono le armi vecchie per ricostruire le nuove.

 

Che cosa intendo dire? Lo spiego, molto umilmente, per i meno familiarizzati con certi miracoli che opera la Natura.
Quando parlo di armi intendo il palco che il cervo porta in testa, quelle che qualcuno, fraintendendo, chiama corna. Un passo indietro: la distinzione è nel tessuto che le costituisce. È corretto parlare di corna ad esempio per il camoscio, perché proprio di sostanza cornea (cheratina) si tratta. Non lo è per il cervo, perché invece soltanto di osso vero sono formate le due stanghe ramificate. Dunque corretto dire palco. E già che ci siamo, proviamo ad approfondire e completare il discorso. Tornando all’esempio del camoscio: appartiene alla famiglia dei bovidi, le corna le portano tanto i maschi quanto le femmine e gli rimangono attaccate in testa per tutta la vita. Il cervo: famiglia dei cervidi, il trofeo lo porta soltanto il maschio e per di più tutti gli anni cade e poi di nuovo si riforma. Questo per l’azione, antagonista, di due ormoni: somatotropina e testosterone. Il primo fa crescere le stanghe, il secondo ossificare in previsione della stagione degli amori e quindi dei combattimenti. Per questo parlo di deposizione delle armi, quando il palco verso la fine dell’inverno viene (si dice proprio così) gettato. Perché prima il cervo lo usa proprio per minacciare i rivali in amore, abbinando l’ostentazione esagerata del medesimo a quel verso intimidatorio particolare che in settembre rimbomba per le valli alpine: il bramito. E se infine non c’è modo, tra maschi di pari imponenza, di appianare le controversie… beh, appunto c’è sempre il combattimento vero e proprio: testa bassa e palco contro palco. Diceva il grande etologo Konrad Lorenz, elogiando gli stratagemmi che Madre Natura mette in campo per ridurre al minimo i rischi, che comunque è un po’ come se due contadini bavaresi duellassero con dei larghi rastrelli da fieno: in pratica è difficile che riescano a farsi del male sul serio con le punte. Eppure talvolta capita lo stesso: è dato il caso di maschi di cervo che rimangono gravemente feriti o, peggio, che restano incastrati sino allo sfinimento. Ma tornando a noi, alla deposizione delle armi: in quanto tempo, poi, il cervo riesce a ricostruire tutto l’armamentario? Quattro mesi circa. Funziona così: il palco nuovo comincia a “spuntare” praticamente da subito ed è accompagnato nel suo graduale sviluppo dal velluto di pelo che per intero lo ricopre e irrorato dai vasi sanguigni sottostanti che portano il nutrimento al tessuto osseo in formazione. Una volta che il palco è completato il velluto comincia a morire perché non serve più e quindi tende a sfaldarsi, scoprendo finalmente il nuovo trofeo. Che all’inizio è chiaro. Inizia a scurire nel momento in cui il cervo comincia a sfregarlo contro le piante per liberarlo dal velluto: i tannini e tutti gli altri pigmenti vegetali sono i responsabili del diverso gradiente di colorazione. Per finire la grande ancorché legittima domanda: a che pro tutto questo? non farebbe prima, il cervo, a tenersi il trofeo in testa vita natural durante? 
Prima risposta: un palco a crescita continua, e pure dagli apici, prima o poi diventerebbe improponibile in termini di gestione, intendo per le dimensioni… già così talora causa problemi con reti, recinzioni varie, rampicanti in selva e via andare, figurarsi se si sviluppasse all’infinito o quasi! Seconda risposta: le punte spesso si scheggiano e si rompono durante i combattimenti. Per non dire di quand’è ancora “tenero” perché si sta formando: in seguito a un qualche trauma si può danneggiare e il maschio in questione sarebbe così fuori per sempre dai giochi riproduttivi, data l’importanza che il palco appunto riveste quale carattere sessuale secondario… e invece no, perché l’handicap è recuperabile l’anno successivo. Queste, dunque, le spiegazioni più plausibili a detta degli evoluzionisti: Madre Natura, ancora una volta, s’è dimostrata previdente.

Ma adesso basta col cosiddetto “ciclo dei palchi” e con altre nozioni zoologiche, sennò rischio di passare per saccente e pure di annoiare. La cosa che per me conta, adesso, è di mollare la tastiera del pc e tornare il prima possibile in cima a una montagna. Ecco: un paio di panini imbottiti nello zaino, una mela, dell’acqua da bere, una giacca pesante se cambia l’aria. E, appunto, due buoni scarponi ai piedi e il bisogno fisico di andare. Basta poco per essere felici e sentirsi a posto, almeno per una giornata, perché le cose semplici alla fine sono le più gratificanti e se uno ci pensa forse non serve nemmeno postarle su Facebook.

Claudio Zanini
 

 

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