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CACCIA AL DAINO IN BATTUTA: “Un ospite inatteso!”

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Una volta in Maremma, nei bei tempi andati, durante le battute al cinghiale poteva accadere di trovare ed abbattere  anche daini e mufloni.
E’ anche vero che accade spessissimo anche ora di vedere altri ungulati durante le braccate, ma a “quei tempi” eravamo autorizzati a tirargli mentre ora ovviamente no!
Di solito questo accadeva nelle riserve, quando si svolgevano le grandi battute miste organizzate dalla vecchia nobiltà romana e/o da facoltosi imprenditori Capitolini nelle loro immense tenute private. Quelle, più che delle cacciate, erano dei veri e propri eventi mondani dove poter sfoggiare abiti e armi di gran lusso e per le cacciatrici (ce n’erano sempre in buon numero!), anche elaborate acconciature!
Tra quelle riserve, la più bella, la più esclusiva e la più vocata per la caccia a palla è sempre stata la Vacchereccia di Civitella Cesi (VT), la famosa Vacchereccia, quella vista e rivista in un gran numero di filmati sulla Rai, su Seasons e su Caccia & Pesca, molti dei quali con il sottoscritto come protagonista oppure come semplice comparsa!
Era una grande tenuta di quasi duemila ettari che si trovava a cavallo tra i monti che comprendono le province di Roma e di Viterbo bagnate del fiume Mignone. Più della metà territorio era terreno libero e incontaminato, mentre una buona parte era recintata da un’alta e robusta rete fatta costruire negli anni sessanta – settanta dall’allora proprietario, il principe Torlonia.
La riserva era talmente ricca di selvaggina ungulata, che di solito nell’arco dell’intera stagione venatoria si praticavano tre o quattro battute per cercare di contenerla ed anche, ovviamente, per fare divertire pochi, illustri cacciatori ospiti dei proprietari. Un paio di  battute si facevano in terreno libero, le altre nei recinti, ma le macchie erano ugualmente fittissime, quasi impenetrabili, fatte di lentischio, di corbezzolo, di cerro, di ornello, di crognolo, di leccio, di olivo selvatico ma anche di querce e sughere secolari, divenute, a ragione, un patrimonio culturale.
Quei boschi sono stati e sono tuttora il regno incontrastato del cinghiale Maremmano, ma anche dell’imponente daino da secoli e secoli.
Io alla Vacchereccia ho avuto l’onore, diciamo di lavorarci, come “Professional Hunter Maremmano” per oltre un ventennio alle dipendenze del grandissimo dottor Leonardo Chiri, che l’ha sapientemente gestita con competenza e tanta passione per quasi mezzo secolo. 
Chiri è stato un secondo padre per me, mi ha praticamente dato le chiavi del paradiso nel momento migliore della mia vita di cacciatore.
E’ all’interno della sua splendida riserva che ho imparato tutto quello che so sull’uso delle armi a canna rigata e sugli effetti delle munizioni metalliche contro gli ungulati nazionali.
Perché se vuoi veramente farti una cultura in materia, ci vogliono anni e anni di “prove sul campo”, con innumerevoli abbattimenti senza pregiudizi e con tanta, anzi tantissima passione.
Detto ciò mi sembra inutile sottolineare che ogni singola battuta svolta alla Vacchereccia, è sempre stato un evento eccezionale, come quando abbattei, quasi per caso, un bel palancone di daino! 
Era dicembre inoltrato e il Dott. Chiri aveva deciso di organizzare una battuta per avere l’occasione di scambiare gli auguri natalizi con gli amici e con le autorità locali. Data l’importanza dell’evento, l’appuntamento fu fissato abbastanza presto, verso le otto e mezza – nove, ma io, come al solito, alle sette ero già sul posto a bere il secondo caffè della giornata nella casa di caccia della Tenuta.
Ritrovarsi con amici vecchi e nuovi per scambiare esperienze e saluti è sicuramente una delle funzioni primarie di simili eventi, mentre si ammirano i meravigliosi monti che circondano il Castello di Rota, dove hanno girato lo sceneggiato Elisa di Rivombrosa! 
Mentre il piazzale si riempiva di cacciatori intenti a segnare il proprio nome sulla lista degli invitati e per fare colazione, si udiva discretamente parlare di ottiche e di armi, ma anche di lavoro, di problemi famigliari, di cani e soprattutto di caccia ai grossi e zannuti cinghiali.
A quei tempi ero il Capocaccia della Vacchereccia, quindi non potevo certo godermi tranquillo i momenti che precedono l’azione. Anzi, ero piuttosto preoccupato che tutto filasse liscio come l’olio senza problemi.
Mi sarei rilassato soltanto quando tutti  sarebbero ritornati a casa e dopo aver sotterrato, cosparsi di calce idrata, le interiora e le pelli dei capi che sarebbero stati abbattuti. Il dott. Leonardo mi sollecitò di chiamare i partecipanti per il sorteggio delle poste e per indottrinarli sulle poche, ma fondamentali regole da rispettare durante la battuta.
In quegli anni gli unici che indossavano gli indumenti ad alta visibilità erano gli stradini della provincia, gli addetti alla manutenzione delle strade! Quel giorno i cacciatori erano vestiti in loden, fustagno, “pelle di Diavolo” lana cotta, etc, mentre tutta la bracca ovviamente….in mimetica e cosciali pelosi in cavallino o pelle di capra.
Dopo aver messo dei bigliettini nel mio cappello maremmano diedi il via al sorteggio, io mi sarei preso l’ultima posta rimasta.
Come al solito qualcuno fu contento qualcun’altro no, ma questa è la ferrea legge decisa dal destino. Proprio per questo motivo cambiai subito la posta che m’era toccata (piuttosto buona), con quella di un notissimo ginecologo romano, che non era rimasto contento della sua.
Per me una valeva l’altra. In tantissimi anni di caccia al cinghiale ho sempre rispettato una piccola regola: quando caccio in qualche riserva tranquilla e magari cintata a rete,  uso sempre una delle mie Browning BAR calibro 30.06.
Quindi anche quel giorno avevo con me la mitica MK II in acciaio con sopra un validissimo cannocchiale da battuta, uno Smidth & Bender 1,25-4 x 24 con reticolo illuminato Circle Dot montato su attacchi a pivot dell’allora premiata ditta Poli Nicoletta ora Erredi dei fratelli Roberto e Daniela Poli.
Permettetemi di dirlo, nonostante l’attuale mercato offra una nutrita scelta di ottime semiauto, per me la Browning Automatic Rifle è la migliore e più famosa invenzione del grande genio mormone John Moses Browning!
Dopo aver piazzato tutte le poste raggiunsi la mia. Salii su un robusto palchetto costruito a ridosso di una quercia secolare, tolsi la carabina dal fodero, inserii il caricatore poi feci scorrere in canna una Ballistic Tip da 150 grani e controllai che tutto fosse in ordine.
Per la caccia a tutti gli ungulati italiani, indipendentemente che usi il 308 o il 30.06, raramente utilizzo munizioni con palla di peso superiore ai 150 grani! Qualche cacciatore, sicuramente più esperto di me, potrebbe aver da ridire su questa scelta e magari ritenere quella granitura insufficiente per i grossi solenghi, ma se è convinto di questo, è sicuramente perché non ha avuto l’occasione di provare le 150 veramente a fondo.
Controllai chi fossero i miei vicini di posta. Alla mia sinistra trovai con piacere una vecchia conoscenza, un caro amico di lunga data con Signora al seguito e alla mia sinistra un cacciatore che non conoscevo, ma che mi sembrò a posto da come maneggiava la sua arma.
Definimmo insieme i nostri rispettivi angoli di tiro e poi ci scambiammo un “in bocca”come saluto augurale. Dare il via alla battuta spettava a me, così dopo aver consultato per radio i bracchieri ed aver avuto il via libera dal dott. Chiri, suonai il mio bel corno in ottone comperato diversi anni addietro in Francia!
Data l’ampiezza della zona di caccia, ipotizzai che le numerose mute di cani tardassero un poco a trovare le piste giuste, ma non fu così perché non feci neanche in tempo a prepararmi che qualcuno già stava sparando. Che il cinghiale sia un animale prettamente notturno non si discute, ma dove è tranquillo senza nessun tipo di disturbo, non è raro avvistarlo a tutte le ore del giorno.
All’interno del grande recinto di oltre quattrocento ettari, i cinghiali di persone ne vedevano ben poche, mentre quel mattino dovevano aver avuto una gran brutta sorpresa. M’imposi di tirare solo ad uno o al massimo due cinghiali di grosse dimensioni, col duplice intento di risparmiare i giovani e di cercare di togliere qualche grosso e pericoloso (per i cani!) verro.
In corso c’erano delle meravigliose canizze, una vera sinfonia per gli amanti di quel genere di musica. La coppia alla mia sinistra la vedevo bene, mentre il signore alla mia destra un po’ meno.
Me lo immaginai ugualmente attento e con la carabina imbracciata perché i cani non erano lontani con i loro latrati.
Sulla nostra linea fu proprio lui a tirare per primo, tre colpi in rapida successione. Troppo rapidi secondo il mio parere. Infatti, dalla sua direzione sentii arrivare un paio di educatissime imprecazioni, invece che frasi di compiacimento.
Controllai che lo S. & B fosse al minimo degli ingrandimenti ed il reticolo acceso e stetti pronto. Poco dopo mi sembrò d’intravedere un fugace movimento “rossiccio” nel bosco ma niente più. L’importante per me era che tutti, almeno  speravo, si stessero divertendo.
Gli spari erano quelli giusti, così come le canizze, la battuta aveva preso il verso giusto. Se qualcuno dovesse chiedermi quali sono le cose che più mi appassionano di una battuta, gli risponderei in quest’ordine: la canizza, il lavoro dei bracchieri e dei battitori e il passo furtivo di un animale quando si avvicina alla posta.
Quel rumore inconfondibile, silenzioso ma non troppo, che ti fa saltare il cuore in gola quando lo riconosci. Figuriamoci poi quando a provocarlo è un grosso solengo! O almeno quello sembrava… Preparai la BAR e mi misi in attesa.
La macchia era molto spoglia in quel periodo dell’anno quindi la visibilità era ottima. Mi concentrai verso dove avevo sentito arrivare il famigliare rumore, convinto di vedere apparire da un momento all’altro un grosso cinghiale ed invece cosa vidi? Un imponente daino palancone!
Arrivava silenzioso come può esserlo un robusto selvatico di grossa mole che si muove nel bosco su un terreno ricoperto di foglie morte. Ammetto d’essere rimasto un po’sorpreso, ma mi riscossi subito.
Lo mirai sulla possente spalla mettendo a segno un colpo preciso che l’abbatté sul posto. Mi era già capitato di tirare a daini e mufloni abbastanza di frequente, ma mai un daino di quelle dimensioni.
M’immaginai la scena di quando, a fine battuta, avrei dovuto raccontare al dott. Chiri cosa avevo combinato, ma sapevo in anticipo già la risposta: “A Ma ti sei divertito? Allora ciccia al culo! Ci faremo le coppiette” Catturare  qualche capo simile rientrava, diciamo nel mio compenso.
Era un tacito accordo che andava avanti piuttosto bene da diversi anni. Sperai soltanto che qualche suo amico, magari intimo o importante, non mi chiedesse in regalo il trofeo.. In quel caso avrei dovuto darglielo. Alla Vacchereccia funzionava anche cosi.
Con il morale alle stelle, intravidi nel bosco arrivare anche un verrotto di una cinquantina di chili al quale non sparai perchè non bisogna mai essere ingordi nella vita. Lo abbatté invece il mio vicino ed io fui molto contento per lui perché fece anche un bel tiro.
Nelle ore  seguenti si susseguirono canizze e spari. Decisi che forse era ora di rientrare nel mio ruolo e iniziare una ipotetica conta dei capi abbattuti.
A Leonardo interessava che i suoi ospiti si divertissero e che fossero soddisfatti, ma senza strafare.
Consultati canai e battitori ipotizzando che il tableau doveva essere stato ricco abbastanza. Alla casa di caccia le cuoche si stavano dando da fare,  così decisi che potevo procedere con i tre suoni rituali del corno di fine battuta. Inutile negarlo, non vedevo l’ora di scendere dal palchetto per andare a vedere il mio bel palancone da vicino.
All’interno della prestigiosa riserva c’era una forte popolazione di daini e una pregiatissima colonia di mufloni di ceppo corsico, dai caratteristici trofei di colore scuro. Il dott. Leonardo Chiri mi aveva confidato che erano stati regalati, diversi anni addietro al principe Torlonia dall’allora presidente francese Giscard D’Estein. 
Quanto tempo è passato, non so più neanche cosa ci sia rimasto di quel meraviglioso, incalcolabile patrimonio faunistico.
Perché dopo che il dott. Chiri lasciò la gestione della riserva, divenne terra di nessuno, di conquista e fu soggetta per anni ad un bracconaggio feroce e indiscriminato. La voglia di scrivere questo articolo e di rispolverare dellea vecchie foto mi è venuta perché di recente mi sono rivisto in TV proprio in occasione di una battuta come quella appena raccontata. Sono riaffiorati tantissimi bei ricordi su quanto era bella e caratteristica la vita rurale nella Vacchereccia e schietto e luminoso il sorriso del suo storico, mitico direttore, a cui devo molto. Grazie ancora di tutto Leonardo!
 
                                                                                                          Marco Benecchi  
 
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