Martedì, 06 Marzo 2018 00:00

UNA BATTUTA DI CACCIA AL CINGHIALE MEMORABILE

Scritto da  Marco Benecchi
Non credo che nel “Triangolo d’oro”  composto dalle tre regioni Lazio, Toscana e Umbria, esista un appassionato di caccia al cinghiale che non abbia mai sentito parlare dei fratelli Paolo e Gianluca Cavallaro di Pescia Romana.
Il perché della loro notorietà va ricercato nella passione che loro hanno sempre avuto per la Maremma, per i cavalli, per l’allevamento di bovidi e ovini e per la caccia al cinghiale in battuta. Il connubio perfetto tra queste passioni, ha portato i fratelli Cavallaro a possedere una delle più belle tenute agro faunistiche venatorie che si trova a cavallo (scusate il gioco di parole!) tra le province di Viterbo e quella di Grosseto, sui splendidi monti di Castro.
La Tenuta “Dei Cavallaro” perché a Paolo e Gianluca si sono anche aggiunti nella gestione dell’Azienda anche i tre figli di Paolo Filippo, Lorenzo e Alessio è una splendida zona boschiva collinare di circa 1600 ettari che spazia tra le fertili pianure di Vulci e di Montalto di Castro ai monti di Manciano.
Di quell’immenso territorio, pochissimo è adatto alla semina e alle culture, mentre tutto il resto è  pura Macchia Mediterranea, quella caratteristica fatta di lentischio, di corbezzolo, di cerro, di ornello, di corniolo, di leccio, di olivo selvatico ma anche di querce e  sughere secolari, divenute, a ragione, un patrimonio culturale.
Il famoso Forteto, il regno incontrastato del cinghiale Maremmano e di molta altra selvaggina pregiata. All’interno della Tenuta la caccia è consentita, nel rispetto del vigente calendario venatorio, a tutte le specie selvatiche presenti sul territorio, cosi Gianluca Paolo & Figli, due, massimo tre volte l’anno, organizzano delle grandi e folcloristiche battute al cinghiale.
Stiamo parlando di braccate in zone dove il cinghiale vive per buona parte dell’anno completamente indisturbato, dove può proliferare tranquillo grazie a quello che trova nelle ricche pianure circostanti e al costante approvvigionamento di acqua garantita dal fiume Fiora, in condizioni ideali per far crescere bene i piccoli striati come per fare invecchiare i vecchi solenghi.
Queste battute, oltre ad allietare amici e clienti del team Cavallaro, servono anche per contenere gli immensi branchi di cinghiali che popolano la tenuta; Tableau di quaranta – cinquanta capi non sono affatto rari, ma all’ultima al quale ho partecipato, credo che siano stati battuti tutti i record.  L’ultima braccata della stagione, è ovviamente la più importante, quindi molti cacciatori italiani (perché ne ho visti provenienti dall’Emilia Romagna, dall’alta Toscana ed anche dalla Campania!), fanno di tutto per potervi partecipare. Immaginate voi cosa ho risposto quando mio cugino Romano mi ha chiamato per dirmi che eravamo stati invitati da Paolo per la battuta che si sarebbe tenuta il sabato successivo.
Di solito non porto mai più di venti – venticinque cartucce dietro, ma alla vigilia della braccata fui quasi tentato di metterne nello zaino delle altre! Alle otto del mattino del giorno prefissato eravamo già sul posto. Come al solito incontrai dei vecchi amici che salutai con piacere mentre ammiravamo i meravigliosi monti circostanti ricchi di cinghiali, dove ottimi cani e appassionati cacciatori “Maremmani” doc, da lì a poco avrebbero danno  il meglio per la buona riuscita dell’evento.
Mentre il piazzale antistante la casetta di caccia si riempiva di cacciatori intenti a segnare il proprio nome sulla lista degli invitati e per fare colazione, sentii chiamare il mio nome e quello di mio cugino. Era Gianluca, che ci ordinava di prendere le nostre cose e di seguirlo in silenzio. Strano ma vero, era la prima volta che cacciavo nel cuore di quella meravigliosa Azienda, così non ne conoscevo le caratteristiche venatorie.
Non sapevo quali fossero i movimenti giornalieri dei cinghiali e/o quali fossero le poste migliori. Dato che ci fidavamo ciecamente di Gianluca, lo seguimmo senza neanche chiedergli dove dovessimo andare.
Camminammo lungo una cessa tagliafuoco per circa mezzora, finché non giungemmo in prossimità di un bivio. Gianluca divise le numerose poste in due gruppi poi ne fece inoltrare uno nel sentiero di destra e l’altro in quello di sinistra. A me, non so perché, venne spontaneo andare verso destra, ma un secco “Marco! Dove vai? Torna indietro e segui sempre me!”, pronunciato dall’esperto Capocaccia, mi fece ritornare veloce sui miei passi come uno scolaretto.
In fila indiana c’incamminammo lungo il sentiero di sinistra, nel fitto del Forteto e capii subito che le poste sarebbero state buone, anche se scomode per la pendenza e che avremmo dovuto tirare molto a corto.
A circa metà dello schieramento Gianluca sussurrò: “Romano, fermati quà, e tu Marco subito dopo”.
Ci salutammo con un “in bocca”, poi cominciammo i soliti preparativi. Praticamente avrei dovuto presidiare un buco nero a circa quattro metri di distanza. Se non fossi stato così eccitato, mi sarei permesso una battuta: che se avessi avuto con me un laccio di acciaio, lo avrei potuto mettere in prossimità di quel buco senza neanche avere il bisogno di caricare la carabina! Ma sono un veterano di quella caccia, così cercai di migliorare le condizioni di tiro quanto fosse stato possibile.
Con le cesoie e con un seghetto pieghevole riuscii a rendere “più presentabile” la mia posta. In particolare allungai ed ampliai il “buco nero” quel tanto che mi permettesse una buona visuale all’interno di quel bosco intricatissimo.
Dopo aver scelto con cura il punto esatto dove piazzarmi, sistemai lo sgabellino a treppiede, caricai la mia Browning BAR Eclipse Gold LH Mancina calibro 30.06, corredata di puntatore elettronico Docter Sight III montato su attacchi Ultralow Silver della Contessa & C. e di micidiali munizioni Original Brenneke con palla TIG da 150 grani e poi mi sedetti in attesa.
Non mi feci troppe illusioni perché purtroppo non eravamo proprio a vento buono e i cinghiali, una volta giunti nelle vicinanze, avrebbero potuto fiutarci agevolmente. 
Però è anche vero che non essere propriamente a vento buono, con la brezza che non ti soffia direttamente sul viso, ma soltanto di traverso, a volte può essere più un vantaggio che uno svantaggio e ve ne spiego il motivo. Con il vento a favore i cinghiali, non fiutandoci, vengono spediti e di gran carriera, mentre se invece avvertono qualcosa, ma non sono completamente certi dove sia il pericolo, allora avanzano piano, furtivi, facendo molte soste per annusare il vento. 
Fu proprio quel che accadde alla posta sopra Romano. Lo sentimmo sparare e sparare ancora, quando da tutt’intorno a noi regnava il silenzio più assoluto. Caspita! Pensai, i cinghiali dovevano essere già in movimento. 
Controllai se la posta alla mia sinistra fosse all’erta e vidi con piacere che era concentrata con la carabina imbracciata. Gli sorrisi ed ammiccai, ricevendo un ampio sorriso come risposta. Poi fu la volta di mio cugino Romano a tirare con la sua Short Trac 308 W, due colpi in rapida successione che fermarono un giovane cinghiale di una trentina di chili.
Ricontrollai per l’ennesima volta che il mio Docter III fosse acceso e stetti pronto.
Se qualcuno mi chiedesse quali sono le cose che più mi appassionano di una battuta, gli risponderei: la canizza, il lavoro dei bracchieri e dei battitori e il passo furtivo di un cinghiale quando si avvicina alla posta.
Quel rumore inconfondibile, silenzioso ma non troppo, che ti fa saltare il cuore in gola quando lo riconosci. L’avevo appena percepito, così preparai la BAR e come intravidi nel bosco un verrotto di una cinquantina di chili lo abbattei facilmente con un preciso colpo al collo. Finalmente ero riuscito a sparare un colpo anch’io! La battuta era iniziata da appena pochi minuti e già stavamo sparando in tanti. Se è vero il proverbio che  dice “Il buongiorno si vede dal mattino”, allora non potevamo certo lamentarci.
Nei venti – trenta minuti che seguirono, fu tutta una cacofonia di canizze e spari, quando ad un tratto risentii il tanto desiderato, inequivocabile rumore avvicinarsi. Puntai la 30.06 verso la direzione da dove proveniva ed alcuni secondi dopo un altro bel cinghiale andò a far compagnia al primo.
E due! Poco dopo anche Romano riuscì ad abbattere un altro cinghialotto, mentre il mio vicino di sinistra credo che dovesse avere dei problemi con la sua semiauto “americana”, perché udii distintamente un paio di “click” a vuoto seguiti da altrettante, poco simpatiche imprecazioni! Poi accadde una cosa che mi confermò che Dio esiste, perché se non fosse stato per Lui ora forse non andrei più a caccia e sarei stato “congedato con disonore” da amici e conoscenti!
Nel sottobosco ero tutto un brulicare di selvatici. Ai numerosi cinghiali in movimento si erano aggiunti anche volpi e caprioli. Tutta la fila delle poste era sempre concentratissima con le armi impugnate, nonostante il grosso delle canizze fosse molto lontano.
Nel mio buco nero nel bosco intravidi un porcastro e subito dopo sentii un rumore di rami smossi a pochi metri da me. Convinto che fosse lui che tentava di saltare la cessa, puntai la Browning in quella direzione con il dito già in presa sul grilletto aspettandomi di veder apparire una testa irsuta quando invece…. fece capolino un cane! Sicuramente un cucciolo che doveva essersi perso spaventato dalla confusione! Lo giuro! Non so chi sia stato a fermarmi la mano, perché fu un vero miracolo che non strinsi di più il grilletto.
Lassù qualcuno doveva amarmi davvero. Fui preso da un tremito incontrollabile che mi costrinse a sedermi per alcuni minuti. Sono certo che se avessi ucciso un cane in battuta non sarei mai più riuscito nè a guardarmi nello specchio, né tanto meno a continuare a cacciare in battuta.
Dopo oltre quarant’anni di battute quella volta c’ero andato davvero vicino. Un pesante galoppo mi fece ritornare alla realtà, appena in tempo per vedere arrivare di corsa una grossa scrofa. Ero ancora talmente fuori fase e deconcentrato che il primo tiro la colpii male, ma un secondo fu fortunatamente risolutivo. Non eravamo neanche a metà mattinata che già avevo incernierato tre bei cinghiali.
Contando i due di mio cugino Romano, in due ne avevano in carniere già cinque. Era davvero una bellissima giornata! Ma il destino aveva in riserbo ancora una grossissima sorpresa per me. Forse “Quel Qualcuno” aveva voluto premiarmi per aver evitato una piccola tragedia. 
C’erano sempre tante canizze in corso, la battuta era al culmine ed io ero felice come può esserlo soltanto chi ha fatto una splendida tripletta in poco più di un’ora, ma ecco che nella penombra del sottobosco mi sembrò di vedere qualcosa d’insolito. Delle ombre scure stavano avanzando verso di me silenziose e compatte come una nuvola portatrice di pioggia. Maledettissimo forteto maremmano!
Ci sarebbe voluto un faro alogeno per poterci vedere meglio in quell’intricato ammasso di rami. Dopo lo spiacevole episodio di prima volevo avere ben chiara la situazione. L’avvicinarsi di una muta famelica di segugi accellerò gli eventi. Un branco di cinque – sei cinghiali s’avventò verso di me come un’onda in piena.
Con un colpo ben piazzato atterrai la prima scrofa, poi scaricai il caricatore contro quella moltitudine di sagome irsute. Vidi due grossi esemplari attraversare incolumi la cessa, ma ne contai tre che tiravano gli ultimi calci frenetici alla vita. Velocissimo tolsi il caricatore vuoto e lo sostituii con un pieno, poi mi avvicinai ai cinghiali in terra per vedere se a qualcuno occorresse il colpo di grazia.
Lo diedi solo ad un solengo gigantesco, che poi a fine battuta risultò essere il più grosso e bello dell’intero tableau!  Per deformazione professionale pensai alle meravigliose fotografie che avrei potuto fare e quanti soggetti avrei avuto a disposizione per verificare gli effetti balistico-terminali delle mie cariche preferite. Aspettai impaziente il suono liberatore del corno di fine battuta per andare a vedere da vicino le prede abbattute, ma soprattutto per cercare di recuperarle in quell’inferno vegetale.
Alcuni anni addietro mi ero esibito in una “settimina”, catturando ben sette cinghiali contemporaneamente, ma anche quel giorno sarebbe stato ben difficile da dimenticare. C’era anche da considerare la compagnia e il contributo di Romano divenuto, a ragione,  il mio compagno inseparabile e insostituibile di molte recenti avventure.
A quella memorabile battuta, di cacciatori ce n’erano davvero parecchi e ai fratelli Cavallaro è sempre interessato cercare di far divertire tutti.
Così diedero la stretta finale e giusto per l’ora di pranzo, Gianluca suonò il corno di fine cacciata. Inutile dire che ero fuori di me dalla felicità, per il notevole numero delle prede abbattute, ma anche per il grosso solengo che era arrivato alla mia posta come la ciliegina sulla torta.
Non so con precisione quanto potesse aver pesato, ma posso soltanto dirvi che per smacchiarlo ci vollero quattro persone e che fu il più grande cinghiale abbattuto in un totale di oltre settanta capi. Di quel giorno ricorderò l’errore che stavo per fare se avessi sparato prima di essermi accertato perfettamente della natura del bersaglio, e la grandissima competenza di tutte le poste schierate. Nessuno sparò né lungo la cessa tagliafuoco né dietro, tutti si comportarono molto correttamente.
Mi sento in dovere di ringraziare la splendida famiglia Cavallaro, composta da Paolo, Gianluca, Filippo, Lorenzo e Alessio per avermi concesso di vivere una così bella, quanto indimenticabile avventura. 
Grazie ancora a tutti Voi, alla vostra bellissima Azienda, alla vostra passione ed anche a tutta la vostra meravigliosa mitica bracca!
 
 
                                                            
 
 
 
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