Alessandro Bassignana

Alessandro Bassignana

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Venerdì, 20 Aprile 2018 00:00

Nuovo "piano lupo" in Francia

Una commissione del Senato francese ha affrontato il "piano lupo 2018-23" portato avanti dal Ministro dell'Ambiente Nicolas Hulot, sollevando diverse criticità e chiedendo nuovi adeguamenti.
Nello specifico si afferma che il piano non tenga sufficientemente conto della " disperazione del mondo pastorale ".
 Il piano, pubblicato nel febbraio 2018,  include innegabili progressi per i territori, ma, così afferma la commissione per la pianificazione e lo sviluppo. e sviluppo sostenibile, in una relazione adottata il 17 aprile 2018 e pubblicata il giorno seguente, " rimarrebbe molto al di sotto delle sfide sociali, economiche, culturali e psicologiche che gli allevatori e le popolazioni affrontano."
 
"È un circolo vizioso" , ha commentato l'autore del rapporto Cyril Pellevat (LR, Haute-Savoie) " La situazione non è più sostenibile, né per i contadini, né per le popolazioni, né per le finanze pubbliche. È un circolo vizioso di sofferenze, spese e incomprensioni ", parlando specificamanete di  disperazione del mondo pastorale  di fronte a 12.000 pecore uccise nel 2017.
I senatori chiedono in particolare la soppressione di una delle misure più contestate del piano, che condiziona gli indennizzi degli allevatori alla predisposizione preliminare delle misure protezione di greggi e mandrie. 
La commissione chiede anche l'adozione  di " misure alternative " e gestione europea delle popolazioni di lupi.
Il nuovo piano, che non è riuscito a soddisfare né gli agricoltori né i protezionisti, prevede un tetto annuale di abbattimento basato su raccomandazioni scientifiche che stimano di non tagliare più del 10-12% della popolazione, e questo per garantire la vitalità delle specie. 
Nel 2018, anno di transizione, il tetto iniziale è fissato a 40 lupi, ma questo numero verrà aggiornato alla fine di aprile, una volta che si avranno cifre più esatte, come ha sostenuto  il 17 aprile il coordinatore prefetto del piano, Stéphane Bouillon.
 
Sabato, 07 Aprile 2018 00:00

L'Altopiano di Asiago dice no ai lupi

Scriviamo in merito stato di presenza del lupo (Canis lupus) sul territorio dell’Altopiano dei Sette Comuni (VI) e dei Comuni della Pedemontana Vicentina con territori geograficamente compresi o limitrofi allo stesso (Caltrano, Calvene, Lugo di Vicenza) - di seguito denominati complessivamente “Altopiano” -, dove dal 2015 (anno in cui sono stati avvistati i primi esemplari) ad oggi si è osservata un’evoluzione rapidissima della popolazione del predatore con una crescita consistente del numero di soggetti presenti sul territorio. Vogliamo esprimere la nostra sentita preoccupazione per le condizioni che si prospettano per le prossime stagioni di alpeggio, le quali rischiano di minare un intero sistema socio-economico unico nel suo genere. In particolare…”
 
Comincia così una durissima lettera che più di 2.000 persone dell’Altopiano di Asiago, malgari, associazioni, produttori lattiero-caseari e 1862 cittadini presentatisi spontaneamente, hanno scritto a Regione Veneto, ai sindaci dell’Altopiano e alla Comunità Montane oltre che al Senato della Repubblica e alla Camera dei Deputati, a Presidenza del Consiglio e agli organismi dell’Unione Europea.
Oggetto del contendere è la sempre più massiccia dei lupi nelle zone dell’Altopiano di Asiago, e la richiesta dei 2059 sottoscrittori è che vengano avviati piani di contenimento, misure di prevenzione più efficace e un monitoraggio che sia davvero in grado restituire dati credibili, contestando quelli forniti dagli esperti del Progetto Life WolfAlps.
Si chiede che per il lupo vengano individuate zone nelle quali la specie è vocata, e quindi se ne possa tollerare e gestire la presenza, ed altre ove invece sia considerata assolutamente incompatibile con le attività e presenze umane.
I malgari hanno anche minacciata la restituzione di tutti i sistemi di prevenzione forniti da Life Wlfalps con il finanziamento della UE, segnalandone l’assoluta inefficacia, oltre a puntare il dito verso i responsabili del progetto europeo accusati di non divulgare i dati di presenza, o quando ciò avviene farlo in ritardo e in maniera imprecisa.
Altri aspetti di netta criticità sono quelli del crollo della fauna selvatica ungulata, definita  importante risorsa biologica, turistica e paesaggistica, e delle negatività e pericoli concreti rappresentati dai cani da guardiania, rivelatisi poco efficaci per contenere il fenomeno delle predazioni.
Allegata lettera…
 
Lunedì, 19 Marzo 2018 00:00

Quando sul lupo...si danno i numeri!

Credevate fossero lupi?
E invece no, quelli che vagano sulle Alpi italiane, dalle Marittime alle Giulie, evidentemente debbono essere dei conigli, o come tali riescono a riprodursi.
Infatti sui lupi alpini ultimamente sono in molti…a dare i numeri, e questa volta il termine potrebbe essere quello più giusto, quantomeno per quello che ci è stato raccontato nelle ultime ore.
Oggi a Trento sono stati comunicati i dati relativi alla consistenza di questi formidabili predatori sull’arco alpino italiano, e sembra che tra Piemonte e Friuli siano presenti almeno 47 branchi, oltre a 6 coppie e certamente qualche soggetto isolato.
A comunicarlo sono stati i ricercatori del Progetto Life WolfAlps, munificamente cofinanziati dall’Unione Europea con quasi quattro milioni e mezzo d’euro dei più di sei che costa il tutto.
E così mentre Reinhold Messner, il famoso alpinista altoatesino, intervistato dal Corriere delle Sera sostiene che i lupi vanno controllati di numero perché animali pericolosi, proprio sui numeri bisogna aprire un discorso a parte, perché quelli…non tornano, non tornano affatto!
Nel 2016, a Cuneo, in casa dei principali beneficiari del ricco progetto europeo, e cioè il Parco Naturale delle Alpi Marittime, erano state comunicate stime numeriche molto diverse, e che noi subito contestammo.
Infatti, secondo gli stessi ricercatori presenti oggi a Trento, i lupi sulle Alpi nel biennio 2014-15 sarebbero stati un minimo di 157 soggetti, divisi in 23 branchi, di cui 21 in Piemonte (14 in provincia di Cuneo e 7 in quella di Torino) ed 1 a testa in Val d’Aosta e Lessinia (VR); a questi s’aggiungevano ben 9 coppie, ma di queste solo 4 sarebbero state riproduttive. E come facessero a saperlo quelli di WolfAlps resta  un mistero, nemmeno se le…lupe si fossero confessate da loro!
Per nulla convinti decidemmo di cominciare a raccogliere i dati, censendo avvistamenti e predazioni, ma specialmente tenendo il  conto degli esemplari recuperati morti in Piemonte, e dunque…sicuramente presenti sul territorio subalpini prima dell’improvviso decesso. 
Ebbene, in poco più di dodici mesi superammo di slancio “quota trenta”, la gran parte dei quali erano stati investiti, alcuni uccisi da consimili e qualcuno morto sicuramente per mano dell’uomo; sembrava quasi che automobilisti piemontesi o treni potessero portare all’estinzione un animale sopravvissuto a secoli e secoli di persecuzioni feroci, considerando anche come quel numero rappresentasse circa il 20% della popolazione stimata l’anno prima a Cuneo (133 soggetti).
Già quell’anno però dovette accadere qualcosa d’imprevisto, e ai lupi aumentò non solo...l’appetito di ungulati selvatici e animali domestici, ma pure quello sessuale, perché vi fu una vera e propria esplosione demografica. I nostri amici evidentemente erano tutti…allupati!
Questa volta a Torino, negli uffici di Regione Piemonte, si recitò lo stesso copione di Trento e Cuneo, con numeri snocciolati con sicurezza e tranquillità: i lupi erano cresciuti di molto in quell’anno, saliti a 31 branchi rispetto ai 23 dell’anno prima, e di questi 17 erano presenti in Provincia Granda (Cuneo), e 10 nel torinese; gli ultimi 4 sparsi…sul resto delle Alpi.
Anche qui un incremento di quasi il 40%, e in appena una dozzina di mesi.
Ora è passato un altro anno, e i lupi hanno pensato di farci un altro scherzo, incrementando ancora di oltre il 50% il loro già cospicuo numero,  passando da 31 a 47 branchi! 
Numerosi di questi sono ormai presenti tra Veneto, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, ma è ancora il Piemonte a registrare il record dei lupi vivi e di quelli trovati morti, tanto che la contabilità iniziata a gennaio 2016 ha ormai superato…"quota sessanta"!
Ad oggi, da inizio anno, in Piemonte siamo a 10 lupi trovati morti, di cui 1 nell’alessandrino, 3 nel cuneese, 4 nella Città Metropolitana di Torino (e tutti in Alta Val Susa), 1 in provincia di Vercelli e 1 in quella di Novara; in questi ultimi due casi si tratta del primo rinvenimento. 
Di questo passo non si capisce dove si potrà andare a finire, ma di certo un “raddoppio” in soli due anni, 23 nel 2016 e 47 nel 2018 quasi fossero conigli, ci dice che o erano sbagliati i numeri iniziali, o lo sono questi ultimi; il dubbio è che lo siano entrambi!
Infine ci si chiede se questa…accelerazione numerica sia davvero legata alla straordinaria capacità riproduttiva di Ezechiele, e non invece alla necessità di “riallineare” le stime in maniera più congrua, anche perché il Progetto Life WolfAlps è ormai in scadenza, e siamo certi che qualcuno sia già pronto a bussar nuovamente quattrini all’Europa e agli altri soggetti pubblici che contribuirono al finanziamento di questo incredibile e dispendioso studio sul grande predatore carnivoro che, a quanto si legge sul loro sito, avrebbe…l’obiettivo di realizzare azioni coordinate per la conservazione a lungo termine della popolazione alpina di lupo.
Nessun dubbio che i lupi si stiano conservando nel lungo termine, ma resta da vedere quanto reggeranno ancora le popolazioni che si trovano a contatto con questi straordinari e controversi animali. 
 
Della splendida pernice bianca, e di molte altre specie vietate alla caccia in Piemonte, ora si discuterà…a Roma!
La questione infatti è appena approdata sui banchi della Corte Costituzionale, a loro rimessa dal TAR Piemontese che nel novembre scorso aveva accolto un ricorso del mondo venatorio.
Per ora è l’Associazione Nazionale Libera Caccia, ANLC, ad aver presentato l’atto di costituzione in giudizio, ma è certo seguiranno presto altri.
L’Avv. Antonella Anselmo, del prestigioso Studio Lemmedi Roma, ha illustrato nel documento tutta una serie di controdeduzioni, con le quali convincere la Consulta della bontà delle osservazioni presentate e accolte dal TAR, rimarcando come i provvedimenti adottati da Regione Piemonte violino i principi sanciti dalla carta costituzionale, ribaditi negli anni da numerose sentenze.
Nello specifico si osserva come l’art. 39 della l.r. 26 del 2015, e l’art.1 della l.r. 27 dell’anno successivo, si pongano in contrasto con l’art.117 della Costituzione.
Pernice bianca, lepre variabile, allodola, fischione, canapiglia, mestolone, codone, marzaiola, folaga, porciglione, frullino, pavoncella, moretta, moriglione, combattente e…infine il merlo, sono tutte specie consentite dalla l.157/92 ma che Regione Piemonte ha vietato, non potendolo fare.
In sostanza si sostiene che sfugga alla Regione la competenza su tale materia, ricadendo sotto l’Ambiente ed essendo quindi riservata allo Stato.
La difesa della Regione, che si è costituita alcuni giorni fa, così come ha fatto la LAC (Lega Abolizione Caccia), attiene alla presunta delicatezza di tali specie, e alla necessità di proteggerle senza alcun supporto istruttorio tecnico-scientifico, così come invece dovrebbe essere.
L’Avv. Anselmo rimarca il fatto come tali specie godano di un buono stato conservazione, e non siano a rischio inoltre esistono normative sovranazionali, come la Direttiva Uccelli, che armonizzano le legislazioni nazionali, e ne consentono il prelievo di questi selvatici, in gran parte migratori regolamentano la materia in buona parte migratorie,
Il legale di Libera Caccia si sofferma poi sul ruolo della caccia, vista come “sfruttamento accettabile”, e certo non tale da mettere a repentaglio la biodiversità dell’ambiente, semmai di favorire la stabilizzazione qualitativa e quantitativa della popolazione faunistica, consentendo di monitorare le popolazioni di selvatici.
Un aspetto che viene poi rimarcato è quello della possibilità di intervenire sulle specie cacciabili attraverso un preciso iter tecnico-scientifico, ma solo con uno strumento amministrativo qual è il calendario venatorio, e non certo a mezzo di una legge, così come avvenuto ultimamente in Piemonte.
Viene infatti ricordato come, secondo l.157/92, per le Regioni incorra l’obbligo di presentare il calendario venatorio entro il 15 giugno, offrendo così la possibilità di impugnazione di fronte ai Tribunali Amministrativi Regionali in tempi rapidi, e certo prima dell’inizio della stagione venatoria.
Numerosi i riferimenti di legge, o le sentenze citate a supporto delle controdeduzioni, per cui ora non resta che attendere gli esiti dell’esame da parte della Corte Costituzionale.
I cacciatori piemontesi attendono fiduciosi, mentre l'assessore Ferrero trema, anche perché il suo DDL 182 che ribadisce tali divieti è approdato all'esame del Consiglio Regionale del Piemonte.
 
 
 
Martedì, 13 Febbraio 2018 00:00

4 marzo: dalla "cabina" alla..."gabina"

Canottiera e…”Gabina elettorale”, così come la chiamava lui, nel 1993 erano due degli elementi distintivi della Lega Nord di Umberto Bossi, il “Senatùr” che dal prato di Pontida cominciava ad arringare le piazze del Nord Italia alla ricerca del consenso politico.
L’ebbe, e il partito nato dall’unione di sei movimenti autonomisti dell’Italia settentrionale, l’anno successivo riuscì ad arrivare addirittura al Governo del Paese, insieme alla neonata Forza Italia e con Silvio Berlusconi leader, Roberto Maroni agli Interni e Irene Pivetti, giovanissima Presidente della Camera dei Deputati.
Era nata la “Seconda Repubblica”, e come andò a finire è noto a tutti, perché s’aprì una fase che ancora non s’è ultimata.
Da allora sono passati cinque lustri, nel frattempo il partito ha cambiato più volte nome, inserendo e togliendo riferimenti all’autonomia o alla “Padania”, passando da quasi il 10% del consenso elettorale a meno della metà, per arrivare ai giorni nostri, con il nome del partito che è diventato…Lega (e basta), ed una visione che abbraccia l’Italia anziché cercare di dividerla.
Anche Bossi è finito in soffitta, sostituito da un leader, Matteo Salvini, giovane e abilissimo utilizzatore di social e comunicazione, e che ambisce a governare l’Italia intera (non solo il Nord!) con il centrodestra, anche perché i sondaggi che vedono la sua coalizione in netto vantaggio sugli altri schieramenti (PD, Movimento 5 Stelle e LEU)  lo accreditano di quasi il 15% dei voti, vicino a superare, pensate un po’, proprio… Berlusconi, di nuovo a cavallo sebbene non sia più Cavaliere dopo le sentenze che l’hanno azzoppato alcuni anni fa.
E tra gli argomenti di questa virulenta campagna elettorale quest’anno s’è anche inserita l’attività venatoria, complice la feroce campagna animalista ed anti-caccia mossa dalla solita ed inutile Maria Vittoria Brambilla, imbarcata proprio da Berlusconi alla ricerca di qualche voterello in più sparso qua e là; e dagli adepti dell’ex-comico genovese Beppe Grillo, ora alle prese con la terribile rogna dei “falsi rimborsi”, ma sempre pronti a demonizzare e criminalizzare i cacciatori, chiedendone l’eradicazione completa dalla nostra Società.
A schierarsi apertamente a favore di caccia e cacciatori sono stati però i due più forti alleati di Berlusconi, e cioè Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia, ma specialmente lo stesso Matteo Salvini che è recentemente intervenuto a HIT Show 2018, la grande kermesse fieristica vicentina che da qualche anno s’è imposta come l’appuntamento principe italiano, ed uno dei più importanti a livello internazionale, per cacciatori ed appassionati d’armi, tiro e attività collegate a quelle discipline.
Salvini nella giornata di domenica 11 febbraio, a margine di un convegno sulla legittima difesa, ha incontrato i rappresentanti del mondo venatorio e di Assoarmieri, associazione che riunisce i produttori d’armi e munizioni italiane, un settore che fattura quasi 7,3 mld d’euro l’anno, regalandoci quasi mezzo punto di PIL e facendo lavorare 2334 con ben 87.000 lavoratori, in un comparto importantissimo per la nostra bilancia commerciale dato che armi e munizioni sono apprezzate ed esportate in tutto il mondo, che assorbe oltre il 90% della nostra produzione. 
La caccia è una parte essenziale di questo sistema, e chiede alla politica maggior interesse e rispetto, tanto che le sette Associazioni Venatorie riconosciute (ANLC, ANUUMigratoristi, ARCI Caccia, Enalcaccia, EPS, FIdC, Italcaccia), più CNCN (Comitato Nazionale Caccia e Natura), si sono recentemente unite in quella che è stata subito battezzata “Cabina di regia”, cercano di parlare con un’unica voce al mondo politico, e riaffermando il ruolo fondamentale dell’attività venatoria nella gestione dell’ambiente e di attività economiche ad esso collegato.
Le promesse da parte del leader leghista agli esponenti della “Cabina di regia” ci sono state, ed anche piuttosto consistenti, ma tutti noi sappiamo bene come quando si cercano i voti siano tutti propensi a farle, mentre il vero problema è poi quello di mantenerle a tempo debito.
Vedremo ora quale sarà la risposta di quell’altra cabina, o se preferite…”gabina”: quella elettorale! 
Il 4 marzo è dietro l’angolo.
 
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