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Alessandro Bassignana

Alessandro Bassignana

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Il cane e la nascita della cinofilia venatoria- prima parte

È il migliore amico dell’uomo, questo è quanto ci viene insegnato sul cane sin da quando siamo piccoli, spiegando la magia di quel rapporto che ci lega al più affezionato degli animali domestici.
Volendo risalire al giorno in cui l’uomo e il cane si allearono per cacciare insieme si torna indietro di almeno dieci o dodicimila anni fa, anche se resti datati con il carbonio-14 sposterebbero a ritroso le lancette di altri ventimila anni, e comunque sempre molto prima della fondazione di Roma o della costruzione della Sfinge e delle piramidi di Giza.
Era il Canis Familiaris Palustris (cane delle torbiere) e lo si vede ancora raffigurato in graffiti rupestri, utilizzato per la caccia; in quelle antichissime pitture è stilizzata la sua sagoma mentre spinge un cervo verso il cacciatore. 
cane preistoriaUtilizzato nelle lande del Nord Europa, fu in seguito diffuso in Russia, Asia, Medio oriente, Spagna ed Africa dove (4.000 a.C.) venne poi incrociato con esemplari addomesticati dagli Egizi.
Un po’ ovunque appaiono i segni dell’addomesticamento del cane, e di certo ce ne raccontano greci e romani: si pensi solo ad Argo, cane che seppe riconoscere Ulisse, il padrone con cui cacciava, dopo molti anni d’assenza. 
CinegeticoL’atenese Senofonte in un piccolo trattato, il Cinegetico, ne scrisse abbondantemente, e specialmente dei cani da caccia. 
La cattura della selvaggina con l’aiuto dei cani è d’istituzione divina...”: questo è l’incipit del Cinegetico di Senofonte, autentico manuale sulla caccia scritto tra il V° ed il IV° secolo avanti Cristo.
L’opera è notissima per l’importanza è si può definire il primo testo nella storia della cinofilia venatoria.
Va precisato come a quell’epoca l’attività cinofilo-venatoria fosse quasi esclusivamente rivolta alla lepre con l’utilizzo di segugi. Ma l’emozione che suscita un testo di 25 secoli orsono merita ogni attenzione perchè a tutti gli effetti quella è la radice culturale della nostra passione. 
Scrisse di cani anche lo stesso filosofo Aristotele, 384-322 a.C, indicando sette razze, mentre il latino Varrone nel suo De Rustica ne indica solo quattro. 
È poi il sommo Virgilio, nelle Georgiche, a raccontarci di come i Romani tagliassero coda e orecchie ai cani per renderli meno vulnerabili nei combattimenti di questi contro animali selvatici come lupi e volpi.
I cani furono raffigurati in mosaici e dipinti, mummificati come nella più autentica tradizione egizia, scolpiti in statue di vari materiali, e tutto questo a testimoniare l’antico legame che sempre ha legato l’uomo a questo amico quattro zampe.
Anche nel Medio Evo assunsero una grande importanza, utilizzati come furono per caccia, guardia, combattimento o compagnia. 
Vennero introdotte norme che punivano sia l'uccisione che il furto di cani da caccia, prevedendo sanzioni salatissime per l’epoca, sei soldi, per chi avesse ucciso un capo-muta, quello che era il prezzo di una mucca. 
Curioso ciò che capitò in Borgogna dove una legge puniva il ladro del cane da caccia obbligandolo a baciargli…il posteriore avanti a tutto il popolo!
Per tutti i secoli seguenti Fido ebbe sempre un posto di rilievo nella società umana, che si trattasse di tener compagnia a dame e nobildonne, difendere la proprietà o armenti, cacciare cervi, orsi e lupi per vassalli, principi o re.
 Cominciarono anche ad essere selezionati cani sempre più specializzati, come fecero i monaci dell'abbazia di Sant'Uberto capaci di creare cani di grossa taglia, con lunghe orecchie pendule, molto bravi nella corsa. Di questi cani, ottimi per la caccia alla grande selvaggina, ogni anno donavano una muta di sei soggetti al re. 
Le livreNel 1387 Gaston Phoebus, nel famoso “Livre de la chasse”, scriveva riferendosi al cane: “credo che sia l'animale più nobile, più intelligente, più ragionevole che Dio abbia mai fatto ...” 
Nei secoli seguenti il cane da caccia divenne oggetto di sempre più accurata selezione e, specialmente in Francia, i re spesero somme elevatissime per mantenere le loro mute.
Nel 1600 il re Sole promulgò una legge sulla caccia, mentre uno dei suoi più famosi tecnici scriveva che è vero cacciatore solo chi sa “addestrare bene i suoi cani, tanto quelli da ferma che da seguita”
In questo periodo cominciarono a diversificarsi i vari tipi di cani: alcuni utilizzati come soggetti da seguita, altri, per la caccia agli uccelli, in special modo quaglie e pernici. 
Sono moltissime le raffigurazioni artistiche in cui vengono ritratti cani in atteggiamento venatorio, soggetti simili a bracchi o epagnuel, altri a grossi segugi o limieri utilizzati per la caccia alla grossa selvaggina.
Ma è l’Ottocento il secolo durante il quale si sviluppò davvero la cinofilia, e molte delle razze attuali verranno fissate con quei caratteri che ancor oggi le distinguono.
Accadde in Gran Bretagna, dove Lord e ricchi borghesi si impegnarono nel fissare i caratteri di razze da ferma come fece William Arkwright con il pointer, oppure Sir Edward Lawerack che lavorò per uniformare le diverse razze di setter presenti nella nazione, o del Duca di Gordon che invece fu il padre del suo cugino nerofocato.  Francia e Germania non furono da meno, e pure lì ci fu un grande fermento intorno alla cinofilia, tanto che moltissimi di quei cani che ancora ammiriamo per le strade o in esposizione nacquero in quelle nazioni proprio in quel periodo. 
In Italia all’inizio dell’Ottocento la caccia era ancora appannaggio di pochi, e quelli  che potevano permetterselo usavano quelle razze che s’erano già sviluppate nei secoli precedenti, come bracchi e spinoni; tutto cambiò con l’Unità, perché il Paese si ammodernò, industrializzandosi e incrementando i contatti con le altre nazioni europee, i commerci furono non si limitarono più solo alle merci tradizionali e si cominciarono ad importare cani dall’estero, specialmente dall’Inghilterra, tanto che si ricorda di come Vittorio Emanuele II gradisse cacciare accompagnandosi a splendidi setter gordon. Questo nuovo clima creò le condizioni per la nascita della moderna cinofilia.
L'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana (ENCI), riconosciuto dallo Stato, venne fondato nel 1882e da allora la cinofilia tricolore è cresciuta così tanto da assurgere ai vertici continentali e mondiali.
ENCIFu in quell’anno che alcuni influenti personaggi dell’epoca, nobili e ricchi borghesi come capitava a quei tempi, si riunirono per dare vita ad una “Società per il miglioramento delle razze canine in Italia” 
Tra questi gentiluomini dell’Ottocento vi erano il Conte Carlo Borromeo, il Principe Emilio Belgioioso d'Este, il Cav. Ferdinando Delor, Carlo Biffi e Luigi Radice, è così nacque il Kennel Club Italiano, inizialmente composto da 31 soci.
Sul Libro delle Orgini (LOI), quello dal quale si trae il famoso “pedigree”, venne iscritto il primo cane, che fu un esemplare da caccia, un bracco italiano di nome Falco nato nel 1875.
 
Fine della prima parte.
 

Le magie della beccaccia

Sulla beccaccia s’è scritto più che su qualunque altro selvatico cacciabile, e l’hanno fatto in molti, non solo cacciatori o appassionati di quella specialità venatoria perché su di lei spesero pagine anche coloro che della scrittura hanno fatto un mestiere; infatti di quel fuggevole e splendido uccello s’è innamorato ogni cacciatore che abbia avuto la ventura d’incontrarla o d’incarnierarla anche poche volte.
Lemon e la ReginaPerché l’abbiano fatto è un mistero, uno dei tanti che, e qui mai un termine risultò più adatto, aleggiano intorno alla sua figura.
La beccaccia s’è meritata molti appellativi che ne fanno uccello mitico, prediletto, quasi magico: regina, maliarda, dama dei boschi, fuggiasca, arciera e chi più ne ha più ne metta.
Sarà per il suo colore, quello delle foglie autunnali che la rende mimetica nel bosco, sarà per il suo rapido volo sfarfallante che la fa apparire e sparire come un folletto tra rami e foglie, o per le sue ali, che la rendono più grande di quanto essa sia realmente, ma resta il fatto che quando la rusticola fa la sua comparsa da noi i cacciatori con cane da ferma sembrano impazzire di gioia, e a lei dedicano le massime attenzioni abbandonando tutto il resto fino a quel giorno cacciato!
IMG 2770bisScolopax rusticola, così ebbe a definirla Linneo, al secolo Carl Nilsonn Linnaeus, medico, botanico e naturalista svedese del Settecento, colui che viene a ragione definito il padre della classificazione scientifica di tutti gli organismi viventi.
Chi però ne parlò per primo sembra essere stato il filosofo greco Aristotele, ben…avanti Cristo, che la definì “Askalōpas” derivandolo forse dal verbo “skallo” che significa scavare, frugare, ma fu il suo allievo, Teofrasto a ribattezzarla “Scolopax” (da “skolops”, palo appuntito) nella sua opera “De signis tempestatum”.
Ne scrisse successivamente Mauro Aurelio Olimpio Nemesiano, poeta latino, “Cum nemus omne suo viridi spoliatur honore, ...praeda est facilis, et amoena scolopax”, a significare, quasi letteralmente, che “quando il bosco si spoglia di ogni verde ornamento…giunge la beccaccia, preda facile e piacevole”. Linneo vi aggiunse il termine “rustĭcŭla” che stava ad indicare il beccaccino (Plinio).  
La si crede astuta, e questo forse ha contribuito ad aumentarne il mito, ma resta il fatto che quest’uccello regala emozioni venatorie come pochi altri, di certo autentica selvaggina in un’epoca di caccia…pret a porter, buona per tutti, con animali da voliera o da allevamento rilasciati solo qualche giorno, se non minuti, prima d’essere abbattuti!
Cacciata in buona parte dell’Europa e non solo (in molti si recano a cercarla anche in Iran e ne esiste pure una varietà americana, più piccola di quella di ceppo euro-asiatico), la beccaccia viene insidiata per molti mesi all’anno, quasi inseguita da chi la va a cercare dove lei si sposta durante la sua incredibile rotta migratoria, oggetto di studio ormai da molti anni.
Le regine vengono catturate ed inanellate, e talvolta anche dotate di dispositivi gps, per essere seguite od abbattute a migliaia di chilometri di distanza, tracciando percorsi che si ripetono quasi eguali da secoli.
Chi la trova in un angolo di bosco lì va a cercarla le stagioni seguenti, con buone possibilità di successo, credendo sia la stessa, quella che si portò via la fucilata dell’ultimo giorno di caccia, o che da anni lo fa impazzire. 
Allo stesso modo s’è creato un mito intorno a quelle definite “impaesate”, uccelli che vivono quasi stabilmente in un posto conoscendolo alla perfezione, e così sfuggendo a cacciatori e cani prima che quest’ultimi riescano a bloccarla e i primi a spararle.
Negli ultimi decenni è un po’ in diminuzione, seppur ne vengano uccise ancora moltissime, e si stima che siano tre o quattro milioni all’anno i soggetti abbattuti ogni anno in Europa, con francesi e italiani a farla da padroni in questa graduatoria dei carnieri, seguiti a breve distanza da greci e spagnoli.
Da noi un tempo la si cacciava anche durante il ripasso primaverile, ma ormai è ricordo di pochi mentre in tanti ci raccontano di quella tradizione che vedeva nel “giorno dei Morti”, il 2 novembre, l’inizio vero e proprio della stagione. In realtà le beccacce appaiono ben prima, talvolta già in settembre, inizialmente in montagna per poi abbassarsi di quota, mano a mano che fanno la loro comparsa neve e gelo, e le piogge autunnali hanno ammorbidito il terreno dove lei infilerà il lungo becco alla ricerca dei lombrichi di cui è ghiotta.
Ora molto è cambiato, con temperature medie in forte aumento e che consentono loro una presenza ad alte quote, in alcuni casi io le ho abbattute sino ai 2.300 mt, anche oltre ottobre, e comunque permanendo in bassa o media montagna (1.000/1500 mt.) sino alla fine della stagione venatoria che per me, cacciatore piemontese, si chiude il 31 dicembre.
Anche l’ambiente è mutato, e così là dove un tempo la beccaccia trovava rifugio prediletto, e terreno a lei adatto, con pascoli e coltivi, prati irrigui, i boschi puliti dall’uomo che le offrivano la possibilità di muoversi agevolmente alla ricerca del cibo, tutto è cambiato, ed ora molto è un intricato incolto dove cespugli e gerbidi hanno coperto ogni spazio libero e le foreste si sono riappropriate di monti e colline abbandonati negli ultimi decenni.IMG 2726bis
Le regine ne hanno preso atto, e così vanno ad infilarsi in grovigli ed intrichi dove riesce loro facile sfuggire al cacciatore, frullando via tra ramaglie che disperdono lo sciame di pallini loro indirizzato.  
A tutto ciò si somma quella che sopra abbiamo definita…astuzia, la scaltrezza che fa della beccaccia l’uccello dei sogni di molti nembrottini con il cane; qualcuno la definisce intelligenza, e bisogna allora intenderci su cosa voglia dire ciò.
Ho fatto una rapida consultazione di vocabolari e lessici universali, navigando anche sul web per trovarne una adatta a questa situazione e alla fine l’ho trovata: …l'intelligenza, in un'ottica evoluzionistica, intesa come strumento che migliora l'adattamento all'ambiente, è in primo luogo la capacità di risolvere nuovi problemi, oppure di risolvere vecchi problemi in maniera innovativa.
Ecco, se questa è l’intelligenza allora possiamo affermare che anche la nostra regina ne sia dotata, e in abbondanza.
Infatti l’arcera s’adatta molto bene all’ambiente, mutando comportamenti ed atteggiamenti a seconda di quale esso sia; egualmente di fronte a situazioni difficili sa risolverle diversamente da come aveva precedentemente fatto, cacciata com’è ormai quasi tutto l’anno, ad ogni latitudine e con strumenti sempre più innovativi e perfezionati. Per insidiarla dal campano s’è passati al primo rudimentale beeper, evoluto via via in nuovi modelli sempre più performanti, per giungere ora a quelli silenziosi, che vibrano o ai collari gps, che possono regalare al cacciatore la possibilità di cercarla nel silenzio più assoluto, e con cani che così possono allargare moltissimo il loro raggio d’azione.
I suoi comportamenti stupiscono sempre, regalando emozioni ed ammirazione per un uccello che una volta pare facile e banale da cacciare ed incarnierare, quasi fosse una quaglia gabbiarola, un’altra invece diventa indemoniato ed è in grado di mettere sotto scacco anche il più scaltro dei setter, degli epagneuls, dei griffoni o dei bracchi, insomma di quelle straordinarie razze da ferma che mostrano passione ed attitudine per lei.
La beccaccia elettrizza i sensibilissimi recettori olfattivi dei cani, che insistono nella sua ricerca frugando e dettagliando nei posti ove lei ha pasturato durante la notte, trapanando il morbido ed umido terreno alla ricerca dei lombrichi e della microfauna che prospera in mezzo a foglie in decomposizione, escrementi di bovini ed equini, marcite.
Boschi dunque, meglio se misti a caducifoglie, con prevalenza di betulle, frassini, carpini, robinie, ontani, querce, castagni, faggi, oppure anche conifere come larici, abeti e pini, ma spesso la beccaccia si rifugia in noccioleti e pioppeti, vicino ad un corso d’acqua. L’importante è che possa avere una via di fuga, e quindi mai nelle erbe alte, per potersi sottrarre di pedina all’inseguitore prima dell’involo, quando magica appare la sua inconfondibile figura.
IMG 2740E veniamo alle sue magie, i trucchi o, se volete, l’astuzia che l’ha resa proverbiale.
La prima, una di quelle di cui s’è scritto a profusione è quella del “salto del rospo”, un voletto effettuato quando il cane l’ha ormai bloccata a distanza, o sta per farlo, sufficiente a farla sparire quasi sotto gli occhi del cacciatore che ormai s’aspetta il frullo. Personalmente non l’ho mai visto, e così fosse significherebbe che la regina al contrario è piuttosto sciocca, regalando una facile fucilata al cacciatore o una facile rimessa all’ausiliare, ma di certo qualcosa di simile lei lo fa, perché anche i cani esperti segnalano la sua presenza certa. Starà al cacciatore rendersene conto, non indulgendo troppo in quel punto ed invitando l’ausiliare ad allargare l’azione di cerca, per reperirne nuovamente l’usta. Ma l’abbiamo scritto: la regina è astuta, ed a me è capitato che lei si spostasse in direzione opposta a quella attesa, addirittura venendomi incontro ingannando i cani, ed involandosi così alle mie spalle quando imprudentemente stavo avanzando senza curarmi di quanto stava accadendo.
A volte si ha ancora il tempo di mollarle una schioppettata, ovviamente inutile come quei falli commessi dal difensore che subisce una veronica dell’avversario; insomma una reazione stizzita dettata dallo stress.
Egualmente il suo comportamento lascia stupefatti quando sparandole la vedi piombare, ali chiuse, al suolo, colpita dallo sciame dei pallini. Subito ti compiaci con te stesso e complimenti i cani e poi…e poi la cerchi dov’è caduta e lei non c’è più, avendo fatto fesso te e il tuo amico.
O peggio ancora, come capitò ad un collega accanito beccacciaio (a proposito, la regina s’è meritata pur lei un neologismo a battezzare i suoi appassionati, come perniciaio, lepraiolo o camosciaro) il quale, avvicinatosi all’uccello che pareva morto, se l’è visto decollare come un aereo a reazione quando le sue dite la stavano quasi sfiorando, lasciandolo con un palmo di naso e impedendogli d’accarezzarne lo splendido piumaggio.
Inutile dire che quelle beccacce non riesci a mai a ribatterle, nessuno lo fa, anche perché sembra che in quell’occasione lei davvero sparisca, diventi quella “fuggiasca”, l’uccello da leggenda, che si racconta.
 
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Fagiani d'apertura

Se esiste un selvatico d’apertura, intendendo con questa definizione la così detta “apertura generale della caccia” stabilita dalla l.157/92 per la terza domenica di settembre, questi è certamente il fagiano.
IMG 0755Per carità, vi sono molti altri selvatici cacciabili in quel periodo, ma quello che forse incarna maggiormente l’appuntamento così tanto atteso dai nembrottini italiani è proprio l’affascinante uccello colchico, troppo spesso disprezzato per il solo fatto d’essere oggetto di selvagge immissioni…pronta caccia sul territorio poco prima dell’inizio della stagione, e talvolta anche durante.
In realtà il vituperato colorato galliforme è un pennuto molto inflazionato tutto l’anno, perché riserve ed aziende faunistiche lo annoverano quasi sempre tra i selvatici messi a disposizione della loro clientela, e laddove sono presenti campi addestramento “C” il fagiano viene anche molto apprezzato da coloro che vogliono allenare i propri cani.
Tutto ciò è certo dovuto alle sue dimensioni che lo rendono importante al cospetto della piccola quaglia, alla bellezza del piumaggio, ad un tiro che offre molte soddisfazioni e sembrerebbe essere abbastanza facile, ma anche alla bontà delle sue carni e alle difficoltà di cacciarlo in alcune situazioni specifiche.
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Si faceva prima cenno al fatto che il fagiano sia spesso sottovalutato come selvatico, talvolta ingenerosamente definito un…pollo colorato, ma quelli che lo conoscono bene per averlo cacciato sanno come esso sia, al pari di starne o pernici, a buon titolo uccello in grado di regalarci soddisfazioni a raffica.
Prima di tutto bisogna precisare come la caccia classica a questo pennuto sia una di quelle che richiedono l’ausilio del cane, sia esso da ferma piuttosto che da cerca, perché quelli che lo insidiano privi del quattro zampe al seguito, magari cercando di rapina di sfruttare gli animali mossi da altri cacciatori, sono davvero un’esiguità. E meno male!
Il fagiano, a dispetto di quello che molti credono, è un discreto volatore, ed una volta lanciato raggiunge velocità davvero importanti rendendo difficoltoso il tiro a chiunque, richiedendo precisione e forti anticipi per abbatterlo in maniera pulita. 
Corre anche, moltissimo, ed è per questo che talvolta si dice che possa “rovinare” i cani giovani, non reggendo a lungo la ferma e pedinandogli davanti, costringendo così setter, bracchi, ed altre razze da ferma,  a dettagliare furiosamente, naso a terra, quasi fossero segugi.
Riesce a sottrarsi anche al più astuto degli inseguitori infilandosi in fossi che delimitano campi arati o medicai per lunghissime fughe, attraversando canalini di passaggio da un prativo all’altro, per poi involarsi, se proprio non può più farne a meno, molto lontano ed ormai fuori tiro. 
Altre volte i pennuti si piantano all’interno di roveti così fitti che t’aspetteresti di trovarvi dentro un cinghiale o una volpe, e non certo un mongolia o un tenebroso, e dove forse uno scatenato springer è più adatto al compito di farli frullare a tiro del conduttore rispetto ad un massiccio e corpulento spinone, o ad un più delicato e veloce pointer.
Il fagiano d’apertura non è quello scaltro che può capitare d’incontrare a novembre, sopravvissuto a due mesi di inseguimenti e schioppettate, e dunque potrebbe farsi fermare facilmente e decollare fragoroso pochi metri avanti a cane e cacciatore. Ciò non deve però indurre a sottovalutarlo, perché…la padella è sempre in agguato!
A settembre il caldo può ancor far la differenza ed essere torrido come in agosto; ciò mette a dura prova la resistenza dei cani, ma anche dell’uomo che sarà costretto, fradicio di sudore, ad attraversare campi bollenti e invasi d’insetti alla ricerca di quegli angoli più umidi e freschi dov’è più probabile abbia trovato rifugio il selvatico.
Il problema semmai è che in molte zone in quel periodo il mais è ancora in piedi, molto alto, ricoprendo con un autentico mare di barbe giallastre aree immense ed estese a perdita d’occhio, e dove la probabilità di veder il cane fermare uno di quegli uccelli è pari a quella di incontrare…un panda sui monti della Cina!
E parlando di cani bisogna dire come molti di questi dopo la fine delle precedente stagione saranno rimasti a riposare parcheggiati in box e canili, e quindi dovranno ancora rodarsi a sufficienza, mentre altri, più fortunati di certo, avranno già potuto allenarsi già dalla primavera in aree apposite, per poi essere portati nelle settimane immediatamente precedenti all’apertura sul territorio a cercare i selvatici appositamente immessi.
Tutti i cani da ferma sono buoni per il fagiano, o lo possono diventare se portati su quel selvatico, ma certo ve ne sono che l’hanno nelle narici in maniera particolare, e lo cacciano con una foga che spesso diventa autentica cattiveria. Si pensi ad esempio al piccolo epagneul breton, il folletto francese capace di trasformarsi in autentica macchina da guerra quando percepisce l’effluvio del selvatico.20130908 100412
Ne ho avuti un paio, e di questi uno davvero formidabile che oltre ad essere un fermatore sicuro e potente aveva nel recupero e riporto le sue doti migliori. Con lui cacciai quasi sempre in montagna, ma qualche uscita in pianura ci scappava ad ogni stagione, ed allora non v’era fagiano che potesse sottrarvisi, vivo o morto, ma anche ferito, perché il quel caso lui era in grado di seguirne l’usta per centinaia di metri, e recuperarlo quasi fosse un bavarese o un annoveriano con caprioli o cinghiali.
In ogni caso il cane abile, e che caccia proficuamente il fagiano, riesce a sempre a coglierne bene i movimenti, e quando s’accorge che gli si sta sottraendo di pedina non induce mai troppo nella ferma, ma, naso al vento, cerca d’intercettarne le traiettorie, anticipandolo e chiudendogli ogni spazio di fuga, facendo in modo che esso debba involarsi verso il cacciatore pronto allo sparo.
I fagiani settembrini sceglieranno aree di pastura aperte, scendendo alle prime luci dell’alba dalle piante su cui si erano imbroccati per la notte, e preferendo campetti e coltivi, vigne piuttosto che prativi artificiali o naturali.
Una volta scovati dal cane, e costretti al frullo, gli uccelli tenderanno a dirigersi verso aree boscate o coperte, dov’è più facile far perdere le proprie tracce. Di tutto questo dovrà tener conto il cacciatore nella sua ricerca, ad evitare di trovarsi in posizione non favorevole nel momento del tiro.
In ogni caso quando, cane fermo e statuario, s’ode il classico “kokokoko” del maschio che parte tra erbe e frasche il cuore sobbalza in petto ad ogni cacciatore che si rispetti, perché, seppur allevato in voliera e rilasciato per fini venatori, il fagiano resta un selvatico magnifico. 
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Mario e Franco Giachino, i Signori della Cinofilia- seconda parte.

Segue da prima parte...
 
Siamo ormai alla fine degli anni sessanta, e Franco cresciuto a fianco di un padre simile ne ha appreso tutti i segreti, copiandone lo stile fatto di garbo, serietà e molto lavoro, caratteristiche queste che, mi piace ricordarlo, sono piuttosto… torinesi, ma certamente anche figlie di un tempo nel quale la gente viveva più serena e disponibile, senza troppi grilli per la testa.
Or 1
Franco Giachino con Or del Cecina e i suoi figli
 
Anche lui è diventato dresseur, e conduce i cani in gara, ma è anche un cacciatore, forse è specialmente questo, e dopo aver seguito il padre sui campi di gara si dedica alla sua autentica passione: la caccia di montagna. 
Anche qui c’entrano i cani, pointer e setter inglesi ovviamente, perché lassù tra praterie alpine che s’aprono sino a perdersi in pendii da brivido, o pericolosi salti di rocce, vivono le coturnici, le “gaie” come le chiamano Franco Giachino e tutti i cacciatori alpini del Piemonte, selvatici che sanno regalare emozioni a raffica.
Appena può Franco sale lassù, in Val Pellice o in Val Germanasca, in Cialancia, con il fucile o senza poco importa perché quello che serve sono venti chilogrammi di muscoli scattanti, rivestiti di pelo corto o pelofrangiati, ma con un motore potente sotto e un naso buono per cogliere effluvi che muovono nell’aria, ora da monte a valle e subito dopo in senso contrario; capaci di bloccare un cotorno o una pernice bianca a distanze iperboliche, piuttosto che inchiodare un vecchio gallo tra rododendri e ontani intricati come serpi.
In montagna servono cani eccezionali e ben educati, corretti, e Franco quelli li ha, li conosce perfettamente e sa tirare fuori il meglio delle loro qualità naturali.
Come già il padre anni prima, pure lui gareggia in Grande Cerca, e come lui è quotidianamente impegnato a regalare soddisfazioni ai suoi clienti, quelli che se vogliono avere un buon cane da caccia lo portano in Strada Rebaude a Moncalieri, perché sanno che lì te lo addestrano davvero, lo prendono che ancora deve capire cosa sia un selvatico e te lo riconsegnano quando ormai ha….imparato a leggere e scrivere di caccia pure lui.
La cinofilia è un’arte, bene si sappia, e non è alla portata di tutti; ora poi è stata “mercificata” da un commercio senza senso, con allevatori improvvisati e campioni nati su Facebook più che sui campi di gara, ma a quei tempi era molto diverso, e i gentleman come Franco facevano la differenza..
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Franco con Flay allo sgancio (Coppa Europa 1983)
 
Con la sua inseparabile squadra, Franco Sirombo, detto “Franchino” proprio per distinguerlo da lui, e il fedele Bruno Contatto, oltre naturalmente al figlio Roberto, Franco continua a gestire il canile aperto dal padre e addestra i cani da ferma; non solo gli inglesi che erano nel suo cuore da sempre, ma pure i continentali, e tra questi in particolare i korthals, grifoni francesi che a pochi chilometri da lì hanno nel cinofilo e allevatore Enrico Faja uno dei massimo esponenti di razza, nonché il vero e proprio trait d’union tra Italia e Francia.
Duro lavoro e serietà, due ingredienti essenziali per ottenere il successo e quelli ai Giachino non mancano di certo.
Innumerevoli sono le sue vittorie sui campi di gara, e lui stesso le ricordò in un’intervista d’una ventina d’anni fa: Settevene, Cipollara, Mezzano, Cigliano e Borgo d’Ale in Piemonte solo per restare all’Italia; all’estero, in Belgio, a Waterloo, nelle stesse campagne Napoleone Bonaparte fu definitivamente sconfitto dal Duca di Wellington.
A tutto questo s’aggiunge l’affermazione in prestigiose manifestazioni internazionali quali il Championnat français centrale canine, e la Boulomme, già vinta dal padre; ma partecipò anche a due edizioni di Coppa Europa, selezionato per la squadra italiana.
Scrivevamo prima della montagna, e della sua…passionaccia per la caccia alpina, ed è proprio a quella che Franco dedicò l’ultima parte della sua straordinaria vita di dresseur-conduttore-cacciatore.
Giachino 1Due sono i successi al Trofeo Saladini Pilastri, la prova voluta dal conte Romano Saladini Pilastri per valorizzare ed esaltare le doti dei cani inglesi su selvaggina d’alta montagna, coturnici in primis.
Franco le coturnici le conosce bene, cacciate in memorabili giornate sulle aspre montagne della Val Pellice, in posti dove il cane dev’essere davvero fornito da Madre Natura di doti superiori, a partire da un fondo inesauribile e dalla potenza di naso, ma senza dimenticare la saldezza nella ferma, dovendo spesso andare a servire il cane magari lontano solo cento o duecento metri, ma tutti di salita, e con un terreno infido e aspro.
In realtà il Saladini, nato sulle coturnici d’Abruzzo, presto si trasferì sulle Alpi, e selvaggina d’elezione per queste straordinarie prove divennero i forcelli, altro selvatico che Franco conosceva benissimo e cacciava con profitto.
E se poi la Grande Cerca è l’esaltazione di galoppo e stile, potenza e velocità, le prove di montagna richiedono cani che sappiano davvero cos’è la caccia, esplorino ogni anfratto o avvallamento del terreno, non trascurino quell’ultimo rododendro dove potrebbe nascondersi il gallo, o quella pietraia arroventata dal sole ove si celano i cotorni.
Franco vinse il Saladini con Magia del Tirso, una straordinaria femmina pointer di proprietà di Cristiana Barbero, ma anche con Asso, formidabile setter inglese maschio appartenente al sig. Vaglio di Courmayeur.
Con questo fortissimo cane s’aggiudicò anche la vittoria al Campionato Europeo su Selvaggina d’Alta Montagna nel 1994.
Magia invece era sorella dell’altro campione Mack del Tirso, figlia di Tip della Cisa (proprietà Germano Ricciardone) e Linda, tutti cani condotti da Franco Giachino.
Impossibile ricordare tutti gli altri, perché tra le mani di questo grandissimo signore della cinofilia italiana passarono alcuni tra i migliori cani dell’ultimo trentennio del secolo passato; alcuni però ci vengono subito in mente come il pointer Clastidium Mirco, o i setter inglesi Aris, Orazio del Lago Girondo, Reno, Sainz, Ambo del Varo, Zaro del Baldin e infine Flay, dei fratelli Casiraghi, che fu selezionata due volte per Coppa Europa.
Uno però merita una menzione particolare, ed è Kroll, anche lui setter inglese, ma che rimase nel cuore di Franco per sempre, essendo l’ultimo cane con cui Franco cacciò in alta montagna.
Setter inglesi e pointer dunque, ausiliari che forniscono grandissime emozioni con le loro morbide filate o con staccate rabbiose e prese  di punto da brivido, ma certamente più setter anche perché, volere o volare, rispetto al cugino a pelo raso quest’ultimo ha indubbi vantaggi in quei climi che spesso diventano gelidi nel volgere di poche ore, e dove nulla va mai lasciato al caso.
Franco come il padre fu sempre corretto e benvoluto da tutti, non era geloso o invidioso degli altri, e non negò mai a nessuno un suo prezioso consiglio; insomma un uomo d’altri tempi, garbato nei modi e felpato nei movimenti.
 
Quell’intervista promessa nel settembre 2017 non ci fu più, perché il 3 febbraio 2018 Franco Giachino si è spento serenamente tra l’affetto dei suoi, all’età di 83 anni compiuti.
Roberto, gran signore come nello stile della famiglia, però non s’era dimenticato di quella nostra amichevole chiacchierata sui monti, ed acconsentì a raccontarmi qualcosa in più di quanto avevo già letto del padre e del nonno, invitandomi a casa sua, sulle colline di Moncalieri.
Lui ha continuato l’attività di famiglia, e chiaramente s’occupa di cani, anche se a differenza loro non dressa e nemmeno conduce in gara; come suo papà Franco però ha l’immensa passione per la caccia alpina, per galli, pernici bianche e, ovviamente, le…gaie!
F.Giachino
Franco e Roberto Giachino, a galli in Val Germanasca
 
Ad accogliermi quel tardo pomeriggio di fine febbraio c’erano anche la mamma Franca Nosenzo, una gentilissima signora che, ne sono certo, è stata un’assoluta colonna portante di quella bella famiglia, e “Franchino”, per Roberto un fratello. 
Lì, in quella elegante ma semplice casa che sovrasta i box dove furono ospitati Or, Magia, Asso, Lut, Kroll e tanti altri straordinari campioni, ho davvero percepito l’ambiente sereno che già m’ero immaginato, ma in più ho colto molti degli aspetti che avevano reso la storia dei due Giachino una vera e propria leggenda nel mondo della grande cinofilia agonistico-venatoria italiana.
Avrei voluto conoscere Franco, parlargli, raccogliere la sua testimonianza di un tempo che non c’è più, o dei racconti del suo mitico papà; non ci sono riuscito ma sono comunque certo d’aver capitomolto di quei due grandi Signori della Cinofilia.
Prima di congedarmi, tra l’affettuoso e grato sorriso di mamma Franca, e il pudore molto torinese di Roberto, ho buttato un’ultima occhiata ad un quadro che fa bella mostra sopra il tavolo del soggiorno, dipinto con colori che ti restano impressi per sempre nella mente, perché sono il…bianco fegato di Or del Cecina pennellato per sempre sulla tela in una delle sue proverbiali ferme. Anche questo vale un CACIT!
Or
 
 
 

Mario e Franco Giachino, i Signori della Cinofilia- prima parte.

Il sentiero tagliava tutto il monte, quasi in piano, snodandosi appena un centinaio di metri sotto la cresta che correva parallela.
La quota era vicina ai 2300 metri, e dunque proprio laddove gli ultimi larici e ginepri lasciano ormai il posto ad arbusti e licheni, terreni dove coturnici e pernici bianche condividono quegli splendidi ambienti.
Sotto la mulattiera s’apriva un’ampia conca, tappezzata da sparsi sfasciumi di granito ricoperti di rododendro e conifere, habitat del mitico gallo forcello. Insomma il paradiso dei cacciatori con il cane da ferma.
E quel giorno io ero lì proprio per quello, con Lemon il mio setter bianco arancio portato in allenamento sulla tipica fauna alpina prima di inizio stagione.
Da sotto saliva un altro cacciatore, alto, con un cappellaccio calato in testa e un lungo bastone a sostenere e ritmare il suo passo sicuro; anche lui con un setter che allargava e rientrava, mirabilmente comandato da un cenno della testa o del braccio, o un secco colpo di fischietto.
Mi fermai ad aspettarlo, anche per far rifiatare Lemon, affaticato da quella canicola quasi estiva.
Lo riconobbi, ed anche se non ci eravamo mai parlati, entrambi sapevamo chi fosse l’altro.
Ciao”, gli dissi quasi contemporaneamente a lui, che aveva esordito allo stesso modo.
Tolse il cappello e si poggiò sul lungo bastone, mentre la sua cagna si accucciò obbediente al suo fianco.
Ci confrontammo sul risultato della mattinata, e poi parlammo dei nostri cani.
Ad un certo punto mi chiese: “ Senti Alessandro, ma tu scrivi sempre per Diana?
Sì Roberto, perché? Posso esserti utile?
In un certo senso sì, sai…” e quasi sembrò volersi scusare dell’ardire di una richiesta che si capiva gli stesse a cuore “…mi piacerebbe se Diana una volta scrivesse qualcosa di mio papà” e poi trasse un profondo respiro “ Tu forse sai chi è, ma ora è molto malato, e so che sarebbe contento di raccontarti qualcosa della sua vita.
Scherzi? Certo che so chi è, e per me sarebbe un onore parlargli. Sono anche convinto che la rivista gli darebbe il dovuto spazio.”
Bene” e concluse “ lasciami il tuo numero e appena starà meglio ti farò sapere.”
Poi rimise in testa il cappello e riprese la salita, alla ricerca delle bianche.
Roberto
 
Fu così che conobbi Roberto Giachino, esponente di una famiglia torinese che ha dato grandissimo lustro alla cinofilia torinese.
Nipote del cav. Mario, e figlio dell’altrettanto noto Franco, due dresseur che ogni amante del cane da ferma ha certo sentito nominare, e molti di quelli che oltre ad esserlo hanno pure i capelli grigi, dovrebbe avere scolpiti nella loro memoria.
Mario Giachino nacque a Cocconato d’Asti nel 1901, ma si trasferì presto a Torino quando, all’alba o quasi del nuovo secolo, la prima capitale d’Italia si stava modernizzando e industrializzando.
Nella città subalpina il giovane Mario lavorò in quello che ora si definirebbe il settore della ristorazione, occupandosi di un’attività di famiglia.
Arrivò la guerra e Torino ne fu investita in pieno, con i bombardieri inglesi e alleati, che scaricarono migliaia di bombe sulla città, colpendo non solo fabbriche e opifici, ma pure abitazioni civili e strutture pubbliche.
Morte e distruzione colpirono la popolazione civile, e chi potette cercò di mettersi in salvo fuggendo lontano.
Mario e famiglia sfollarono a Cocconato per salvarsi la vita, ma l’attività andò persa. 
Con la Liberazione dagli occupanti tedeschi tornò la voglia di fare, e ovunque fu un grande fermento di nuove attività, mentre i torinesi si riprendevano velocemente dai guasti della guerra.
Furono gli anni della speranza, della rinascita, con la Fiat che espande la sua produzione di auto, e il Grande Torino che vince cinque scudetti di fila, di Coppi e Bartali che rivaleggiano sui colli alpini del Giro d’Italia e del Tour de France. Anche la caccia, che durante il periodo bellico era divenuta più che altro attività di sostentamento per le famiglie affamate dai razionamenti, torna ad essere un’attività ludica, sempre più praticata.
In quegli anni per il nostro Mario Giachino cambia qualcosa, e non avendo più il ristorante di famiglia, apre quell’attività che renderà il suo nome famoso tra tutti i cacciatori e cinofili italiani: nel 1947, a Moncalieri, nello stesso posto dove esiste ancor oggi, inaugura il suo primo canile, dedicandosi anche all’addestramento e conduzione di cani da caccia.
canile I suoi primi clienti sono ricchi signori della buona borghesia subalpina, professionisti ma anche facoltosi industriali che s’affacciano all’attività venatoria per la prima volta. I nomi buoni della Torino che conta ci sono tutti, e in breve sono in molti a portare setter e pointer, ma anche bracchi o spinoni ed epagneul a…quel mago di Mario Giachino, capace di tirar fuori da quei soggetti il meglio delle loro qualità di razza, insegnando loro obbedienza e correttezza.
Le campagne sono ancora popolate e lavorate, ma l’agricoltura non è meccanizzata come sarà solo pochi decenni dopo; nemmeno è estensiva od intensiva, e così medicai e campi di granturco, prati e piccoli coltivi, boschetti o rive, pullulano di selvaggina, ma specialmente vi sono ancora le autentiche starne, preda ambita per ogni cacciatore con il cane da ferma.
Mario ama la caccia, e le familiari colline di Cocconato sono una delle sue mete privilegiate proprio per le numerose brigate di starne che vi albergano; ma lo è pure la montagna, e allora lui prende il treno da Porta Nuova e va in Val di Susa per cacciare forcelli e coturnici. Altri tempi, di un’Italia semplice ed ormai perduta, certo rimpianta, perché ora salire sul treno con cane e fucile equivarrebbe ad essere denunciati e finire sui giornali.
In quegli anni anche la cinofilia agonista riprende in pieno, e nascono prove che saranno destinate a lasciare il loro indelebile segno, come la Coppa Europa di Grande Cerca, dove si confrontano i migliori soggetti di razze inglesi dei principali paesi europei.
Sono gli anni delle prove di Bolgheri e dei “Trialer”, e nomi come quello di Giulio Colombo divengono famosi tra cacciatori e cinofili come quello di Boniperti o di Schiaffino tra i tifosi di calcio.
In quel contesto anche Mario Giachino si cimenta sui campi di gare conducendo i cani dei suoi clienti, e subito arrivano i primi successi. Tantissime sono le sue vittorie in prestigiose gare, e molti i cani che meriterebbe ricordare, ma il nome di Mario, al secolo il cavaliere Giachino, resta però indissolubilmente legato a quello di un cane mitico, da molti considerato il più grande di tutti tempi: un pointer bianco fegato che si chiamava…Or del Cecina.
Or del CecinaOr nacque a Cecina nel 1960, da Licinium Congo e Ara, presso l’allevamento del dr. Giuseppe Meucci e il suo proprietario, l’Ing. Aldo Grana, l’affidò alle cure di Mario Giachino senza certo sapere che sotto quella carrozzeria, forse un po’ anonima ma estremamente potente, si nascondeva il motore di un’autentica Ferrari.
Non era un bel pointer, ed anche il suo muso aveva ben poco di classico, ma quando Or del Cecina metteva in moto i suoi cavalli vapore diventava un’autentica belva capace di sopravanzare qualunque cane facesse il turno con lui; e lo faceva con la stessa facilità con cui Usain Bolt irrideva gli avversari sui cento metri, rallentando la corsa e alzando le mani ad esultare quando il traguardo ne distava ancora venti.
Il bianco fegato aveva un galoppo potente e impetuoso, rabbioso al limite del violento, da vero trailer e con un’impressionante carica nervosa, tanto da fermare di schianto, in maniera scultorea e quasi catalettica, nemmeno s’inchiodasse al terreno facendolo sollevare come capita quando si scivola sul tappeto di casa.
Or del Cecina divorava la strada con un portamento di testa regale e la canna nasale capace di raccogliere le emanazioni e trasmetterle al cervello, che in una frazione di secondo impartiva ai muscoli l’ordine finale. Era un punto!
È stato un grandissimo cane da starne, e chiunque l’abbia visto in azione racconta di prestazioni inarrivabili, e certo non comparabili con quelle di tutti i cani che gareggiavano con lui. Lui non correva, vinceva.
La storia di Or si vela di mistero, perché il 29 ottobre 1968 durante il rientro da una prova Jugoslava, ad Umago, ora Croazia, il furgone su cui viaggiavano i cani ebbe un incidente dalle parti di Brescia e i preziosi quadrupedi di dispersero per i campi.
Vennero recuperati tutti, ma non il grande campione, di cui non si seppe più nulla; Roberto m’ha raccontato che il nonno incaricò anche il famoso detective Tom Ponzi di trovarlo, ma senza successo.
Qualche anno dopo ricevette una lettera, di persona che diceva di sapere la verità. Mario lesse e poi, sempre secondo il racconto del nipote, strappò il tutto, non volendone più parlare, chiuso nel suo dolore.
Qualcuno disse che Or del Cecina venne rubato, o se preferite, rapito, e non certo per farne bella mostra semmai per usarlo in riproduzione; la verità forse non si saprà mai, anche perché all’epoca non esistevano ancora gli esami del DNA, ed è meglio che quell’insuperabile cane resti così com’è nella memoria di chi lo vide tagliare i campi alla velocità di un fulmine.
Or vinse molto, ed è giusto anche  ricordare il suo straordinario palmares composto da quindici CACIT, quattro riserve di Cacit, sei CAC con una riserva; ma fu pure sei volte titolare per la squadra italiana in Coppa Europa (di cui cinque consecutive) che vinse nel 1965 per giungere secondo l’anno dopo. 
Nel 1965 s’aggiudicò anche il Grand Prix Mairesse al Boullamme, e si impose nel Campionato Francese di Grande Cerca nel 1965, 1966, 1967, 1968 quando poi sparì; a condurlo ovviamente fu sempre Mario Giachino.
Or lasciò il suo ricordo in un altro immenso cane condotto dai grandi signori della cinofilia torinese e che fu Poilu de St. Niel, più volte convocato in Coppa Europa, trialer che rappresentò anche il passaggio del testimone tra padre e figlio, perché entrambi lo condussero in prova. 
In quegli anni la fama del cav. Giachino travalica i confini piemontesi, e si consolida con altri soggetti destinati a lasciare un segno nella storia della cinofilia agonistica, e dalla Toscana arriva un altro grande campione, sempre pointer: Lut della Steccaia, allevato da Attilio Pasquali e ceduto al dr. Vestrini. Naturalmente condotto da Giachino. 
Mario Giachino, il cavaliere, si spegnerà il 28 novembre del 1983.
 
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Mario Giachino con Or
Mario Giachino con Or del Cecina

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