Alessandro Bassignana

Alessandro Bassignana

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Martedì, 11 Settembre 2018 00:00

Fagiani d'apertura

Se esiste un selvatico d’apertura, intendendo con questa definizione la così detta “apertura generale della caccia” stabilita dalla l.157/92 per la terza domenica di settembre, questi è certamente il fagiano.
IMG 0755Per carità, vi sono molti altri selvatici cacciabili in quel periodo, ma quello che forse incarna maggiormente l’appuntamento così tanto atteso dai nembrottini italiani è proprio l’affascinante uccello colchico, troppo spesso disprezzato per il solo fatto d’essere oggetto di selvagge immissioni…pronta caccia sul territorio poco prima dell’inizio della stagione, e talvolta anche durante.
In realtà il vituperato colorato galliforme è un pennuto molto inflazionato tutto l’anno, perché riserve ed aziende faunistiche lo annoverano quasi sempre tra i selvatici messi a disposizione della loro clientela, e laddove sono presenti campi addestramento “C” il fagiano viene anche molto apprezzato da coloro che vogliono allenare i propri cani.
Tutto ciò è certo dovuto alle sue dimensioni che lo rendono importante al cospetto della piccola quaglia, alla bellezza del piumaggio, ad un tiro che offre molte soddisfazioni e sembrerebbe essere abbastanza facile, ma anche alla bontà delle sue carni e alle difficoltà di cacciarlo in alcune situazioni specifiche.
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Si faceva prima cenno al fatto che il fagiano sia spesso sottovalutato come selvatico, talvolta ingenerosamente definito un…pollo colorato, ma quelli che lo conoscono bene per averlo cacciato sanno come esso sia, al pari di starne o pernici, a buon titolo uccello in grado di regalarci soddisfazioni a raffica.
Prima di tutto bisogna precisare come la caccia classica a questo pennuto sia una di quelle che richiedono l’ausilio del cane, sia esso da ferma piuttosto che da cerca, perché quelli che lo insidiano privi del quattro zampe al seguito, magari cercando di rapina di sfruttare gli animali mossi da altri cacciatori, sono davvero un’esiguità. E meno male!
Il fagiano, a dispetto di quello che molti credono, è un discreto volatore, ed una volta lanciato raggiunge velocità davvero importanti rendendo difficoltoso il tiro a chiunque, richiedendo precisione e forti anticipi per abbatterlo in maniera pulita. 
Corre anche, moltissimo, ed è per questo che talvolta si dice che possa “rovinare” i cani giovani, non reggendo a lungo la ferma e pedinandogli davanti, costringendo così setter, bracchi, ed altre razze da ferma,  a dettagliare furiosamente, naso a terra, quasi fossero segugi.
Riesce a sottrarsi anche al più astuto degli inseguitori infilandosi in fossi che delimitano campi arati o medicai per lunghissime fughe, attraversando canalini di passaggio da un prativo all’altro, per poi involarsi, se proprio non può più farne a meno, molto lontano ed ormai fuori tiro. 
Altre volte i pennuti si piantano all’interno di roveti così fitti che t’aspetteresti di trovarvi dentro un cinghiale o una volpe, e non certo un mongolia o un tenebroso, e dove forse uno scatenato springer è più adatto al compito di farli frullare a tiro del conduttore rispetto ad un massiccio e corpulento spinone, o ad un più delicato e veloce pointer.
Il fagiano d’apertura non è quello scaltro che può capitare d’incontrare a novembre, sopravvissuto a due mesi di inseguimenti e schioppettate, e dunque potrebbe farsi fermare facilmente e decollare fragoroso pochi metri avanti a cane e cacciatore. Ciò non deve però indurre a sottovalutarlo, perché…la padella è sempre in agguato!
A settembre il caldo può ancor far la differenza ed essere torrido come in agosto; ciò mette a dura prova la resistenza dei cani, ma anche dell’uomo che sarà costretto, fradicio di sudore, ad attraversare campi bollenti e invasi d’insetti alla ricerca di quegli angoli più umidi e freschi dov’è più probabile abbia trovato rifugio il selvatico.
Il problema semmai è che in molte zone in quel periodo il mais è ancora in piedi, molto alto, ricoprendo con un autentico mare di barbe giallastre aree immense ed estese a perdita d’occhio, e dove la probabilità di veder il cane fermare uno di quegli uccelli è pari a quella di incontrare…un panda sui monti della Cina!
E parlando di cani bisogna dire come molti di questi dopo la fine delle precedente stagione saranno rimasti a riposare parcheggiati in box e canili, e quindi dovranno ancora rodarsi a sufficienza, mentre altri, più fortunati di certo, avranno già potuto allenarsi già dalla primavera in aree apposite, per poi essere portati nelle settimane immediatamente precedenti all’apertura sul territorio a cercare i selvatici appositamente immessi.
Tutti i cani da ferma sono buoni per il fagiano, o lo possono diventare se portati su quel selvatico, ma certo ve ne sono che l’hanno nelle narici in maniera particolare, e lo cacciano con una foga che spesso diventa autentica cattiveria. Si pensi ad esempio al piccolo epagneul breton, il folletto francese capace di trasformarsi in autentica macchina da guerra quando percepisce l’effluvio del selvatico.20130908 100412
Ne ho avuti un paio, e di questi uno davvero formidabile che oltre ad essere un fermatore sicuro e potente aveva nel recupero e riporto le sue doti migliori. Con lui cacciai quasi sempre in montagna, ma qualche uscita in pianura ci scappava ad ogni stagione, ed allora non v’era fagiano che potesse sottrarvisi, vivo o morto, ma anche ferito, perché il quel caso lui era in grado di seguirne l’usta per centinaia di metri, e recuperarlo quasi fosse un bavarese o un annoveriano con caprioli o cinghiali.
In ogni caso il cane abile, e che caccia proficuamente il fagiano, riesce a sempre a coglierne bene i movimenti, e quando s’accorge che gli si sta sottraendo di pedina non induce mai troppo nella ferma, ma, naso al vento, cerca d’intercettarne le traiettorie, anticipandolo e chiudendogli ogni spazio di fuga, facendo in modo che esso debba involarsi verso il cacciatore pronto allo sparo.
I fagiani settembrini sceglieranno aree di pastura aperte, scendendo alle prime luci dell’alba dalle piante su cui si erano imbroccati per la notte, e preferendo campetti e coltivi, vigne piuttosto che prativi artificiali o naturali.
Una volta scovati dal cane, e costretti al frullo, gli uccelli tenderanno a dirigersi verso aree boscate o coperte, dov’è più facile far perdere le proprie tracce. Di tutto questo dovrà tener conto il cacciatore nella sua ricerca, ad evitare di trovarsi in posizione non favorevole nel momento del tiro.
In ogni caso quando, cane fermo e statuario, s’ode il classico “kokokoko” del maschio che parte tra erbe e frasche il cuore sobbalza in petto ad ogni cacciatore che si rispetti, perché, seppur allevato in voliera e rilasciato per fini venatori, il fagiano resta un selvatico magnifico. 
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Segue da prima parte...
 
Siamo ormai alla fine degli anni sessanta, e Franco cresciuto a fianco di un padre simile ne ha appreso tutti i segreti, copiandone lo stile fatto di garbo, serietà e molto lavoro, caratteristiche queste che, mi piace ricordarlo, sono piuttosto… torinesi, ma certamente anche figlie di un tempo nel quale la gente viveva più serena e disponibile, senza troppi grilli per la testa.
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Franco Giachino con Or del Cecina e i suoi figli
 
Anche lui è diventato dresseur, e conduce i cani in gara, ma è anche un cacciatore, forse è specialmente questo, e dopo aver seguito il padre sui campi di gara si dedica alla sua autentica passione: la caccia di montagna. 
Anche qui c’entrano i cani, pointer e setter inglesi ovviamente, perché lassù tra praterie alpine che s’aprono sino a perdersi in pendii da brivido, o pericolosi salti di rocce, vivono le coturnici, le “gaie” come le chiamano Franco Giachino e tutti i cacciatori alpini del Piemonte, selvatici che sanno regalare emozioni a raffica.
Appena può Franco sale lassù, in Val Pellice o in Val Germanasca, in Cialancia, con il fucile o senza poco importa perché quello che serve sono venti chilogrammi di muscoli scattanti, rivestiti di pelo corto o pelofrangiati, ma con un motore potente sotto e un naso buono per cogliere effluvi che muovono nell’aria, ora da monte a valle e subito dopo in senso contrario; capaci di bloccare un cotorno o una pernice bianca a distanze iperboliche, piuttosto che inchiodare un vecchio gallo tra rododendri e ontani intricati come serpi.
In montagna servono cani eccezionali e ben educati, corretti, e Franco quelli li ha, li conosce perfettamente e sa tirare fuori il meglio delle loro qualità naturali.
Come già il padre anni prima, pure lui gareggia in Grande Cerca, e come lui è quotidianamente impegnato a regalare soddisfazioni ai suoi clienti, quelli che se vogliono avere un buon cane da caccia lo portano in Strada Rebaude a Moncalieri, perché sanno che lì te lo addestrano davvero, lo prendono che ancora deve capire cosa sia un selvatico e te lo riconsegnano quando ormai ha….imparato a leggere e scrivere di caccia pure lui.
La cinofilia è un’arte, bene si sappia, e non è alla portata di tutti; ora poi è stata “mercificata” da un commercio senza senso, con allevatori improvvisati e campioni nati su Facebook più che sui campi di gara, ma a quei tempi era molto diverso, e i gentleman come Franco facevano la differenza..
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Franco con Flay allo sgancio (Coppa Europa 1983)
 
Con la sua inseparabile squadra, Franco Sirombo, detto “Franchino” proprio per distinguerlo da lui, e il fedele Bruno Contatto, oltre naturalmente al figlio Roberto, Franco continua a gestire il canile aperto dal padre e addestra i cani da ferma; non solo gli inglesi che erano nel suo cuore da sempre, ma pure i continentali, e tra questi in particolare i korthals, grifoni francesi che a pochi chilometri da lì hanno nel cinofilo e allevatore Enrico Faja uno dei massimo esponenti di razza, nonché il vero e proprio trait d’union tra Italia e Francia.
Duro lavoro e serietà, due ingredienti essenziali per ottenere il successo e quelli ai Giachino non mancano di certo.
Innumerevoli sono le sue vittorie sui campi di gara, e lui stesso le ricordò in un’intervista d’una ventina d’anni fa: Settevene, Cipollara, Mezzano, Cigliano e Borgo d’Ale in Piemonte solo per restare all’Italia; all’estero, in Belgio, a Waterloo, nelle stesse campagne Napoleone Bonaparte fu definitivamente sconfitto dal Duca di Wellington.
A tutto questo s’aggiunge l’affermazione in prestigiose manifestazioni internazionali quali il Championnat français centrale canine, e la Boulomme, già vinta dal padre; ma partecipò anche a due edizioni di Coppa Europa, selezionato per la squadra italiana.
Scrivevamo prima della montagna, e della sua…passionaccia per la caccia alpina, ed è proprio a quella che Franco dedicò l’ultima parte della sua straordinaria vita di dresseur-conduttore-cacciatore.
Giachino 1Due sono i successi al Trofeo Saladini Pilastri, la prova voluta dal conte Romano Saladini Pilastri per valorizzare ed esaltare le doti dei cani inglesi su selvaggina d’alta montagna, coturnici in primis.
Franco le coturnici le conosce bene, cacciate in memorabili giornate sulle aspre montagne della Val Pellice, in posti dove il cane dev’essere davvero fornito da Madre Natura di doti superiori, a partire da un fondo inesauribile e dalla potenza di naso, ma senza dimenticare la saldezza nella ferma, dovendo spesso andare a servire il cane magari lontano solo cento o duecento metri, ma tutti di salita, e con un terreno infido e aspro.
In realtà il Saladini, nato sulle coturnici d’Abruzzo, presto si trasferì sulle Alpi, e selvaggina d’elezione per queste straordinarie prove divennero i forcelli, altro selvatico che Franco conosceva benissimo e cacciava con profitto.
E se poi la Grande Cerca è l’esaltazione di galoppo e stile, potenza e velocità, le prove di montagna richiedono cani che sappiano davvero cos’è la caccia, esplorino ogni anfratto o avvallamento del terreno, non trascurino quell’ultimo rododendro dove potrebbe nascondersi il gallo, o quella pietraia arroventata dal sole ove si celano i cotorni.
Franco vinse il Saladini con Magia del Tirso, una straordinaria femmina pointer di proprietà di Cristiana Barbero, ma anche con Asso, formidabile setter inglese maschio appartenente al sig. Vaglio di Courmayeur.
Con questo fortissimo cane s’aggiudicò anche la vittoria al Campionato Europeo su Selvaggina d’Alta Montagna nel 1994.
Magia invece era sorella dell’altro campione Mack del Tirso, figlia di Tip della Cisa (proprietà Germano Ricciardone) e Linda, tutti cani condotti da Franco Giachino.
Impossibile ricordare tutti gli altri, perché tra le mani di questo grandissimo signore della cinofilia italiana passarono alcuni tra i migliori cani dell’ultimo trentennio del secolo passato; alcuni però ci vengono subito in mente come il pointer Clastidium Mirco, o i setter inglesi Aris, Orazio del Lago Girondo, Reno, Sainz, Ambo del Varo, Zaro del Baldin e infine Flay, dei fratelli Casiraghi, che fu selezionata due volte per Coppa Europa.
Uno però merita una menzione particolare, ed è Kroll, anche lui setter inglese, ma che rimase nel cuore di Franco per sempre, essendo l’ultimo cane con cui Franco cacciò in alta montagna.
Setter inglesi e pointer dunque, ausiliari che forniscono grandissime emozioni con le loro morbide filate o con staccate rabbiose e prese  di punto da brivido, ma certamente più setter anche perché, volere o volare, rispetto al cugino a pelo raso quest’ultimo ha indubbi vantaggi in quei climi che spesso diventano gelidi nel volgere di poche ore, e dove nulla va mai lasciato al caso.
Franco come il padre fu sempre corretto e benvoluto da tutti, non era geloso o invidioso degli altri, e non negò mai a nessuno un suo prezioso consiglio; insomma un uomo d’altri tempi, garbato nei modi e felpato nei movimenti.
 
Quell’intervista promessa nel settembre 2017 non ci fu più, perché il 3 febbraio 2018 Franco Giachino si è spento serenamente tra l’affetto dei suoi, all’età di 83 anni compiuti.
Roberto, gran signore come nello stile della famiglia, però non s’era dimenticato di quella nostra amichevole chiacchierata sui monti, ed acconsentì a raccontarmi qualcosa in più di quanto avevo già letto del padre e del nonno, invitandomi a casa sua, sulle colline di Moncalieri.
Lui ha continuato l’attività di famiglia, e chiaramente s’occupa di cani, anche se a differenza loro non dressa e nemmeno conduce in gara; come suo papà Franco però ha l’immensa passione per la caccia alpina, per galli, pernici bianche e, ovviamente, le…gaie!
F.Giachino
Franco e Roberto Giachino, a galli in Val Germanasca
 
Ad accogliermi quel tardo pomeriggio di fine febbraio c’erano anche la mamma Franca Nosenzo, una gentilissima signora che, ne sono certo, è stata un’assoluta colonna portante di quella bella famiglia, e “Franchino”, per Roberto un fratello. 
Lì, in quella elegante ma semplice casa che sovrasta i box dove furono ospitati Or, Magia, Asso, Lut, Kroll e tanti altri straordinari campioni, ho davvero percepito l’ambiente sereno che già m’ero immaginato, ma in più ho colto molti degli aspetti che avevano reso la storia dei due Giachino una vera e propria leggenda nel mondo della grande cinofilia agonistico-venatoria italiana.
Avrei voluto conoscere Franco, parlargli, raccogliere la sua testimonianza di un tempo che non c’è più, o dei racconti del suo mitico papà; non ci sono riuscito ma sono comunque certo d’aver capitomolto di quei due grandi Signori della Cinofilia.
Prima di congedarmi, tra l’affettuoso e grato sorriso di mamma Franca, e il pudore molto torinese di Roberto, ho buttato un’ultima occhiata ad un quadro che fa bella mostra sopra il tavolo del soggiorno, dipinto con colori che ti restano impressi per sempre nella mente, perché sono il…bianco fegato di Or del Cecina pennellato per sempre sulla tela in una delle sue proverbiali ferme. Anche questo vale un CACIT!
Or
 
 
 
Il sentiero tagliava tutto il monte, quasi in piano, snodandosi appena un centinaio di metri sotto la cresta che correva parallela.
La quota era vicina ai 2300 metri, e dunque proprio laddove gli ultimi larici e ginepri lasciano ormai il posto ad arbusti e licheni, terreni dove coturnici e pernici bianche condividono quegli splendidi ambienti.
Sotto la mulattiera s’apriva un’ampia conca, tappezzata da sparsi sfasciumi di granito ricoperti di rododendro e conifere, habitat del mitico gallo forcello. Insomma il paradiso dei cacciatori con il cane da ferma.
E quel giorno io ero lì proprio per quello, con Lemon il mio setter bianco arancio portato in allenamento sulla tipica fauna alpina prima di inizio stagione.
Da sotto saliva un altro cacciatore, alto, con un cappellaccio calato in testa e un lungo bastone a sostenere e ritmare il suo passo sicuro; anche lui con un setter che allargava e rientrava, mirabilmente comandato da un cenno della testa o del braccio, o un secco colpo di fischietto.
Mi fermai ad aspettarlo, anche per far rifiatare Lemon, affaticato da quella canicola quasi estiva.
Lo riconobbi, ed anche se non ci eravamo mai parlati, entrambi sapevamo chi fosse l’altro.
Ciao”, gli dissi quasi contemporaneamente a lui, che aveva esordito allo stesso modo.
Tolse il cappello e si poggiò sul lungo bastone, mentre la sua cagna si accucciò obbediente al suo fianco.
Ci confrontammo sul risultato della mattinata, e poi parlammo dei nostri cani.
Ad un certo punto mi chiese: “ Senti Alessandro, ma tu scrivi sempre per Diana?
Sì Roberto, perché? Posso esserti utile?
In un certo senso sì, sai…” e quasi sembrò volersi scusare dell’ardire di una richiesta che si capiva gli stesse a cuore “…mi piacerebbe se Diana una volta scrivesse qualcosa di mio papà” e poi trasse un profondo respiro “ Tu forse sai chi è, ma ora è molto malato, e so che sarebbe contento di raccontarti qualcosa della sua vita.
Scherzi? Certo che so chi è, e per me sarebbe un onore parlargli. Sono anche convinto che la rivista gli darebbe il dovuto spazio.”
Bene” e concluse “ lasciami il tuo numero e appena starà meglio ti farò sapere.”
Poi rimise in testa il cappello e riprese la salita, alla ricerca delle bianche.
Roberto
 
Fu così che conobbi Roberto Giachino, esponente di una famiglia torinese che ha dato grandissimo lustro alla cinofilia torinese.
Nipote del cav. Mario, e figlio dell’altrettanto noto Franco, due dresseur che ogni amante del cane da ferma ha certo sentito nominare, e molti di quelli che oltre ad esserlo hanno pure i capelli grigi, dovrebbe avere scolpiti nella loro memoria.
Mario Giachino nacque a Cocconato d’Asti nel 1901, ma si trasferì presto a Torino quando, all’alba o quasi del nuovo secolo, la prima capitale d’Italia si stava modernizzando e industrializzando.
Nella città subalpina il giovane Mario lavorò in quello che ora si definirebbe il settore della ristorazione, occupandosi di un’attività di famiglia.
Arrivò la guerra e Torino ne fu investita in pieno, con i bombardieri inglesi e alleati, che scaricarono migliaia di bombe sulla città, colpendo non solo fabbriche e opifici, ma pure abitazioni civili e strutture pubbliche.
Morte e distruzione colpirono la popolazione civile, e chi potette cercò di mettersi in salvo fuggendo lontano.
Mario e famiglia sfollarono a Cocconato per salvarsi la vita, ma l’attività andò persa. 
Con la Liberazione dagli occupanti tedeschi tornò la voglia di fare, e ovunque fu un grande fermento di nuove attività, mentre i torinesi si riprendevano velocemente dai guasti della guerra.
Furono gli anni della speranza, della rinascita, con la Fiat che espande la sua produzione di auto, e il Grande Torino che vince cinque scudetti di fila, di Coppi e Bartali che rivaleggiano sui colli alpini del Giro d’Italia e del Tour de France. Anche la caccia, che durante il periodo bellico era divenuta più che altro attività di sostentamento per le famiglie affamate dai razionamenti, torna ad essere un’attività ludica, sempre più praticata.
In quegli anni per il nostro Mario Giachino cambia qualcosa, e non avendo più il ristorante di famiglia, apre quell’attività che renderà il suo nome famoso tra tutti i cacciatori e cinofili italiani: nel 1947, a Moncalieri, nello stesso posto dove esiste ancor oggi, inaugura il suo primo canile, dedicandosi anche all’addestramento e conduzione di cani da caccia.
canile I suoi primi clienti sono ricchi signori della buona borghesia subalpina, professionisti ma anche facoltosi industriali che s’affacciano all’attività venatoria per la prima volta. I nomi buoni della Torino che conta ci sono tutti, e in breve sono in molti a portare setter e pointer, ma anche bracchi o spinoni ed epagneul a…quel mago di Mario Giachino, capace di tirar fuori da quei soggetti il meglio delle loro qualità di razza, insegnando loro obbedienza e correttezza.
Le campagne sono ancora popolate e lavorate, ma l’agricoltura non è meccanizzata come sarà solo pochi decenni dopo; nemmeno è estensiva od intensiva, e così medicai e campi di granturco, prati e piccoli coltivi, boschetti o rive, pullulano di selvaggina, ma specialmente vi sono ancora le autentiche starne, preda ambita per ogni cacciatore con il cane da ferma.
Mario ama la caccia, e le familiari colline di Cocconato sono una delle sue mete privilegiate proprio per le numerose brigate di starne che vi albergano; ma lo è pure la montagna, e allora lui prende il treno da Porta Nuova e va in Val di Susa per cacciare forcelli e coturnici. Altri tempi, di un’Italia semplice ed ormai perduta, certo rimpianta, perché ora salire sul treno con cane e fucile equivarrebbe ad essere denunciati e finire sui giornali.
In quegli anni anche la cinofilia agonista riprende in pieno, e nascono prove che saranno destinate a lasciare il loro indelebile segno, come la Coppa Europa di Grande Cerca, dove si confrontano i migliori soggetti di razze inglesi dei principali paesi europei.
Sono gli anni delle prove di Bolgheri e dei “Trialer”, e nomi come quello di Giulio Colombo divengono famosi tra cacciatori e cinofili come quello di Boniperti o di Schiaffino tra i tifosi di calcio.
In quel contesto anche Mario Giachino si cimenta sui campi di gare conducendo i cani dei suoi clienti, e subito arrivano i primi successi. Tantissime sono le sue vittorie in prestigiose gare, e molti i cani che meriterebbe ricordare, ma il nome di Mario, al secolo il cavaliere Giachino, resta però indissolubilmente legato a quello di un cane mitico, da molti considerato il più grande di tutti tempi: un pointer bianco fegato che si chiamava…Or del Cecina.
Or del CecinaOr nacque a Cecina nel 1960, da Licinium Congo e Ara, presso l’allevamento del dr. Giuseppe Meucci e il suo proprietario, l’Ing. Aldo Grana, l’affidò alle cure di Mario Giachino senza certo sapere che sotto quella carrozzeria, forse un po’ anonima ma estremamente potente, si nascondeva il motore di un’autentica Ferrari.
Non era un bel pointer, ed anche il suo muso aveva ben poco di classico, ma quando Or del Cecina metteva in moto i suoi cavalli vapore diventava un’autentica belva capace di sopravanzare qualunque cane facesse il turno con lui; e lo faceva con la stessa facilità con cui Usain Bolt irrideva gli avversari sui cento metri, rallentando la corsa e alzando le mani ad esultare quando il traguardo ne distava ancora venti.
Il bianco fegato aveva un galoppo potente e impetuoso, rabbioso al limite del violento, da vero trailer e con un’impressionante carica nervosa, tanto da fermare di schianto, in maniera scultorea e quasi catalettica, nemmeno s’inchiodasse al terreno facendolo sollevare come capita quando si scivola sul tappeto di casa.
Or del Cecina divorava la strada con un portamento di testa regale e la canna nasale capace di raccogliere le emanazioni e trasmetterle al cervello, che in una frazione di secondo impartiva ai muscoli l’ordine finale. Era un punto!
È stato un grandissimo cane da starne, e chiunque l’abbia visto in azione racconta di prestazioni inarrivabili, e certo non comparabili con quelle di tutti i cani che gareggiavano con lui. Lui non correva, vinceva.
La storia di Or si vela di mistero, perché il 29 ottobre 1968 durante il rientro da una prova Jugoslava, ad Umago, ora Croazia, il furgone su cui viaggiavano i cani ebbe un incidente dalle parti di Brescia e i preziosi quadrupedi di dispersero per i campi.
Vennero recuperati tutti, ma non il grande campione, di cui non si seppe più nulla; Roberto m’ha raccontato che il nonno incaricò anche il famoso detective Tom Ponzi di trovarlo, ma senza successo.
Qualche anno dopo ricevette una lettera, di persona che diceva di sapere la verità. Mario lesse e poi, sempre secondo il racconto del nipote, strappò il tutto, non volendone più parlare, chiuso nel suo dolore.
Qualcuno disse che Or del Cecina venne rubato, o se preferite, rapito, e non certo per farne bella mostra semmai per usarlo in riproduzione; la verità forse non si saprà mai, anche perché all’epoca non esistevano ancora gli esami del DNA, ed è meglio che quell’insuperabile cane resti così com’è nella memoria di chi lo vide tagliare i campi alla velocità di un fulmine.
Or vinse molto, ed è giusto anche  ricordare il suo straordinario palmares composto da quindici CACIT, quattro riserve di Cacit, sei CAC con una riserva; ma fu pure sei volte titolare per la squadra italiana in Coppa Europa (di cui cinque consecutive) che vinse nel 1965 per giungere secondo l’anno dopo. 
Nel 1965 s’aggiudicò anche il Grand Prix Mairesse al Boullamme, e si impose nel Campionato Francese di Grande Cerca nel 1965, 1966, 1967, 1968 quando poi sparì; a condurlo ovviamente fu sempre Mario Giachino.
Or lasciò il suo ricordo in un altro immenso cane condotto dai grandi signori della cinofilia torinese e che fu Poilu de St. Niel, più volte convocato in Coppa Europa, trialer che rappresentò anche il passaggio del testimone tra padre e figlio, perché entrambi lo condussero in prova. 
In quegli anni la fama del cav. Giachino travalica i confini piemontesi, e si consolida con altri soggetti destinati a lasciare un segno nella storia della cinofilia agonistica, e dalla Toscana arriva un altro grande campione, sempre pointer: Lut della Steccaia, allevato da Attilio Pasquali e ceduto al dr. Vestrini. Naturalmente condotto da Giachino. 
Mario Giachino, il cavaliere, si spegnerà il 28 novembre del 1983.
 
Continua...
Mario Giachino con Or
Mario Giachino con Or del Cecina
Legge impugnata…ma quanta fatica!
Con questo messaggio ieri sera venivo avvisato dal Sen. Francesco Bruzzone che il Governo aveva provveduto ad impugnare la legge regionale piemontese sull’attività venatoria, la lr. n.5 del 12 giugno 2018 e che qualcuno nella regione subalpina ha già battezzato come “legge Ferrero”, il politico astigiano del PD che dal 2014 è Assessore ad Agricoltura, Caccia e Pesca di Regione Piemonte.
Sin da quando mesi fa fu approvato in III Commissione il ddl 182 alcune associazioni venatorie si erano messe al lavoro per analizzare il testo, e presentare proprie osservazioni o modifiche, ma l’assessore li aveva bellamente ignorati, tirando diritto per la sua strada e nulla accogliendo, portando al voto finale un documento pieno zeppo di articoli penalizzanti e discriminanti per i cacciatori piemontesi, molti in odore…d’incostituzionalità
Inutile ricordarli ora, tanti sono, ma proprio per queste ragioni migliaia di cacciatori erano scesi in piazza l’8 giugno, nella grande manifestazione torinese battezzata “La Caccia s’è desta”, capace di divenire nazionale e che aveva allineato praticamente tutte le associazioni venatorie riconosciute e non, con le sole eccezioni di Federcaccia Piemonte e Italcaccia, che invece avevano assunto posizioni differenti.  
Quel giorno a Torino insieme al mondo venatorio avevano sfilato anche numerosi politici, regionali, nazionali ed europei, e alla fine una folta delegazione composta da rappresentati delle associazioni venatorie e della politica era stata ricevuta in Piazza Castello, sede della Regione, dal presidente Sergio Chiamparino.
Molti di questi erano della Lega, e subito avevano assunto l’impegno a sostenere le ragioni del mondo venatorio per il rispetto della legalità, promettendo che avrebbero valutato se far impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge dal Governo, così com’è nelle prerogative offerte dalla Costituzione della Repubblica Italiana.
Era iniziato un lungo e serrato contatto con rappresentanti del mondo politico, ed alcune associazioni avevano persino messo a disposizione relazioni dei loro studi legali agli uffici ministeriali, per fornire utili osservazioni ed indicazioni sulla legge regionale piemontese.
Il  tempo stringeva, perché il ricorso deve essere sempre presentato entro 60 gg dalla pubblicazione della legge sul bollettino ufficiale, e quei termini sarebbero scaduti il prossimo 19 agosto.
La scorsa settimana però tutto è sembrato crollare, e questo perché il Consiglio dei Ministri aveva stralciato dall’ordine del giorno il provvedimento, dato che non erano giunte tutte le relazioni attese, e quindi c’era il rischio che la legge passasse così com’era.
Seguivano frenetiche telefonate tra rappresentanti del mondo venatorio e delle istituzioni, tanto che attraverso la mediazione dell’On. Riccardo Molinari e del Sen. Francesco Bruzzone, leghisti, si è arrivati ad interessare direttamente il Ministro dell’Agricoltura, Gian Marco Centinaio, e quella degli Affari Regionali, Erika Stefani, anche loro della Lega.
Alcuni giorni di intenso e frenetico lavoro e così ieri il Consiglio dei Ministri ha potuto esaminare le osservazioni presentate dal Ministero dell’Agricoltura, che possiede le deleghe all’attività venatoria.
Due tra tutte le motivazioni giuridiche che hanno pesato sulla decisione di rimettere la questione di fronte alla Consulta: il divieto di cacciare alcune specie consentite dalla legge nazionale (per questo Regione Piemonte è già di fronte al giudizio della Corte, e il 4 dicembre vi sarà udienza pubblica), e la possibilità di impedire ai cacciatori l’accesso ai fondi privati con la semplice apposizione di cartelli e una preventiva autorizzazione, in palese violazione con l’art. 842 del Codice Civile.
 
Abbiamo voluto sentire il Sen. Francesco Bruzzone, per chiedere un suo breve parere.
 
Bruzzone
                     
Francesco Bruzzone
 
 
Allora Senatore, ha pesato su questa vicenda la manifestazione dell’8 giugno a Torino?
Indubbiamente sì, per due motivi almeno: il primo è fare capire al mondo della politica che quando fai arrabbiare la gente questa poi scende in piazza, e in questo caso la Regione Piemonte ha esagerato in modo vergognoso. 
Secondo, si è creato un caso nazionale, e quindi il problema che era piemontese è diventato caro al mondo venatorio nazionale, che si è attivato ad evitare che avvenisse una porcheria del genere.”
 
Il mondo venatorio in questa fase ha collaborato con la politica per sostenere le ragioni dei cacciatori?
Il mondo venatorio nel momento della manifestazione ha collaborato, poi nelle varie e diverse sfaccettature interne che ci sono è fuori di dubbio che fosse impossibile per lui sostenere una cosa del genere.”
 
Cosa ci dobbiamo aspettare adesso?
I punti principali sono stati due: il primo quello dei terreni, il secondo quello delle specie cacciabili.
Le osservazioni del Ministero degli Affari Regionali sono state trasmesse dal Ministero dell’Agricoltura. Sono state importanti le relazioni degli avvocati, ma specialmente è stato determinante l’impegno garantista, e non politico, offerto dai ministeri competenti. Ora sarà la Corte Costituzionale che ci dirà se era legittimo oppure no, ma nel frattempo la legge è impugnata. Tu sai che però sino ad allora la legge è valida.”
 
I cacciatori piemontesi ora sperano che si faccia giustizia, e i loro diritti possano essere garantiti e rispettati, ma intanto...LA CACCIA S’E’ DESTA!
 
35051553 1984814991591629 6651150766486585344 n
 
Domenica, 01 Luglio 2018 00:00

I LUPI FRANCESI SAREBBERO STATI IMMESSI?

Si è sempre sospettato, ma ora una prova ci sarebbe: sulle Alpi sarebbero presenti lupi di ceppo non appenninico, ma provenienti da altre aree europee.
Le polemiche in Francia sono state sempre forti, tanto da sfociare in tribunale o aver originato indagini parlamentari, con i transaplini che respingevano l'ipotesi di una migrazione spontanea di lupi italiani dall'appennino, denunciando invece rilasci e immissioni di lupi sul loro territorio.
Adesso l'esame effettuato sul  DNA di campioni e pelo di un predatore confermerebbero questa tesi, segnalando una discendenza "baltica" di quel soggetto individuato nel sud della Francia.
Va ricordato come in Francia si stimi la presenza di circa 430 lupi, e se ne preveda il controllo numerico con l'abbattimento di un certo numero di soggetti tutti gli anni; la quota per il 2018 (solitamente si individua un periodo di riferimento di 12 mesi a partire da luglio) è di 40 lupi.
 
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