CACCIA AL CERVO IN VAL GARDENA “Un recupero eccezionale!”
- Scritto da Marco Benecchi
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Quanto può essere beffardo il distino! Quanto contano poco i nostri progetti, le nostre iniziative, i nostri programmi per il futuro quando in un attimo può cambiare tutto, nel bene o .. peggio ancora, nel male. Una triste sera, dopo aver gustato forse il brodo di manzo e pollo più buono di sempre, mi coricai presto, carico di entusiasmo e di speranze, con la carabina già nel fodero e lo zaino pronto con tutta l’attrezzatura necessaria, vicino alla porta d’ingresso. Avevo programmato per l’indomani una bella battuta di caccia; prima sarei andato a fare il rientro mattutino ai cinghiali, poi avrei tentato anche di catturare un bel maschio di capriolo, ma evidentemente dovevo aver fatto i conti senza l’oste! Verso le ventitre fui svegliato da un orso che mi aggredì nel letto. Per prima cosa mi azzannò la schiena, poi prese stritolarmi il torace con le sue possenti zampi artigliate, togliendomi il respiro. Ebbi appena il tempo di gridare a mia moglie Nadia di portarmi al pronto soccorso, per ritrovarmi poi in un letto alimentato per endovena da infusi fisiologici e morfina. La diagnosi fu semplice, quasi scontata..lapalissiana: colica acuta alla cistifellea, provocata da calcoli e robaccia varia all’interno della colicisti. Apposto! Non poteva esserci niente di peggio di un imprevisto simile in piena caccia di selezione, durante il periodo da dedicare all’addestramento dei cani da ferma e in fase di preparazione atletica per la caccia al camoscio in alta montagna. Nel momento più critico del malore (sicuramente dovevo essere sotto l’effetto delle medicine e degli antidolorifici che mi somministravano!) chiesi ad una pazientissima infermiera se fosse stata in grado di portarmi all’ultimo piano dell’ospedale che poi al resto avrei pensato io! Credetemi, non è una brutta battuta e può capirmi soltanto chi ha avuto la maledettissima sfortuna di vivere la mia stessa triste esperienza. Poi fortunatamente, farmaci e medici svolsero benissimo il loro lavoro, fui operato d’urgenza e cominciò la convalescenza, con il tablet e il telefonico a tenermi aggiornato sulle novità e soprattutto in contatto con gli amici. Uno dei più cari, di quelli più presenti in quei tristi momenti, fu Giuseppe Rumerio, lo scultore di Ortisei, il Michelangelo del legno come lo ha definito Mauro Corona nel programma tv “Carta Bianca”. Giuseppe è un portento della natura, un uomo che a settantasei anni ha ancora lo spirito, la passione e anche la forza di un ragazzo.

Giuseppe lavora nel suo laboratorio a Ortisei con mazzolo e scalpello ma sempre con il suo binocolo sul davanzale della finestra a portata di mano per ogni evenienza. Vive in una delle valli più belle del mondo, dove avvistare volpi, caprioli, camosci e cervi non è certo un evento eccezionale. Giuseppe, sapendo delle mie condizioni, per confortarmi mi rendeva partecipe della sua quotidianità . Mi confidò di voler fare una statua a grandezza naturale del suo caro amico e collega Mauro Corona, che aveva iniziato a scolpire un Cristo in croce da un ciocco di legno di pero e di tanti altri progetti che gli frullavano nella sua vulcanica testa barbuta. Mi disse anche che un mattino piovigginoso, nella montagna davanti casa aveva avvistato un grande cervo pascolare furtivo per pochi minuti prima di rintanarsi nel bosco. Me lo disse eccitato come se avesse visto un miraggio, una visione eterea. Descrisse il grosso maschio come il re di quella valle, che in pochissimi avevano avuto la fortuna di vedere. Ci salutammo con la promessa di risentirci presto, ma dal tono della sua voce capii subito che tramava qualcosa. Alcuni giorni dopo, controllando le condizioni meteo delle valli montane che mi interessavano, vidi con dispiacere che su quasi tutto l’Arco Alpino faceva brutto tempo con vento e pioggia per tutta la settimana. Il mio pensiero ovviamente andò a Giuseppe e a cosa stesse facendo in quel momento nel suo magico laboratorio delle meraviglie. Ero perennemente sotto flebo (non sono riuscito a tenere in conto di quante me ne abbiamo fatte), passavo le giornate al telefono a rassicurare parenti e amici sulle mie condizioni, col pensiero fisso ai miei famigliari che soffrivano con me, ma anche ai miei cani, alle mie armi, alla caccia e alla triste situazione generale. Che periodo di merd… sfortunato che stavo vivendo.

Per fortuna tra poco sarebbero venuti a trovarmi mio figlio Giuliano con sua moglie Lydia e le mie due splendide nipotine Ellie e Maya, la mia ragione di vita. Stavo rigirandomi nel letto appena dopo aver mangiato il terribile menù offerto dall’ospedale, quando su Wapp mi arrivò il segnale di messaggio ricevuto. Nonostante fossi intorpidito dai farmaci e dalla cattiva digestione presi il telefono e sul display vidi “Giuseppe” con una foto allegata. Aprii il messaggio e per poco non mi scoppiò il cuore dalla gioia! La foto lo ritraeva con un bellissimo, meraviglioso cervo di montagna. Davvero un capo importante per la zona! Dovetti farmi forza per riuscire ad alzarmi e per parlare bene con la gola secca e irritata che avevo. “Joseph! Weidmannsheil!Alla fine ce l’ hai fatta. Raccontami tutto per filo e per segno senza tralasciare una virgola!” Giuseppe è un uomo di poche parole, ma pian piano riuscii a farlo parlare e a godermi il racconto come se fossi stato presente sul posto, al suo fianco. A settantasei anni suonati non c’è quasi più niente da imparare, come non esistono più molte persone in grado di poterti insegnare qualcosa. Giuseppe aveva capito che il vecchio monarca usciva molto di rado dal bosco e lo faceva al mattino molto presto , meglio se con il cattivo tempo e con una leggera pioggerellina. Giuseppe e Andrea, un suo giovane amico, avevano progettato di dargli la caccia arrivando in quota, sulla zona di caccia, molto prima che sorgesse il sole in modo da poter essere operativi al primo albeggiare. La salita era stata durissima. Giuseppe ammise di aver faticato come gli era capitato poche altre volte nella sua vita. Sul pianoro dove avevano deciso di appostarsi, Andrea, su indicazioni del vecchio maestro, aveva improvvisato un piccolo appostamento, utilizzando un grosso albero caduto e quattro semplici tavole da usare poter usare come appoggio. Giuseppe aveva già caricato il suo bellissimo kipplauf Blaser K 95 calibro 308 Winchester dotato di cannocchiale Swarovski Z8i 2,3-18 x 56 montato, tarato e accuratizzato dai fratelli Zentile di Romallo. Per l’occasione la palla scelta era una Twenty Nine Crockett da 161 grani, perfetta per poter sfruttare al massimo le prestazioni non certo eccezionali per i tiri a lunga distanza, del vecchio 7,62 Nato. Come ci fu luce sufficienza, in un piccola radura tra gli abeti appare il cervo circondato da una alone di nebbia umida. Sembrava di vedere uno dei tanti dipinti che girano di Sant’ Huberto con il suo famoso cervo! A Giuseppe e Andrea i rispettivi cuori accelerarono di qualche battito, ma l’emozione durò poco. Una nebbia fittissima avvolse tutti i monti circostanti lasciando i nostri amici bagnati, infreddoliti e con il morale sotto la suola degli scarponi. Ma il destino del grande maschio doveva essere stato segnato da tempo, almeno da quando Giuseppe lo aveva avvistato per la prima volta. Infatti non passò neanche mezz’ora che la nebbia sparì veloce com’era venuta, con il grande cervo che era ancora là, dove doveva essere, messo bene, perfetto a .. cartolina. Giuseppe si preparò subito al tiro con Andrea a fargli a Spotter.

“Il cervo si trova a circa trecento metri di distanza; posiziona la torretta balistica nel punto giusto e poi spara quando ti sentirai sicuro di farlo!” Inutile negare che l’emozione era tanta, gli indumenti fradici, le tavole che dovevano fungere da appoggio al bipiede scivolose. Sta di fatto che sul colpo il cervo si impennò, barcollò ma non cadde, per poi sparire nel folto. In questi casi ci sono soltanto due cose da fare, oltre a farsi coraggio ovviamente. Essendo in due uno deve rimanere sul punto sparo mentre l’altro deve andare sull’Anshuss, seguendo le indicazioni dell’amico. Andrea, con una ventina di anni in meno di Rumerio, raggiunse il punto dov’era il cervo al momento dello sparo in pochi minuti, poi con occhi esperti controllò il terreno adiacente e seguì subito le flebili tracce di sangue lasciate dal fuggitivo. Le tracce ematiche erano poche e non copiose. Che la ferita non fosse mortale lo avrebbe capito anche un novellino. Dalle tracce si capiva anche che il cervo era carico di adrenalina e che aveva ancora tanta forza per allontanarsi parecchio dall’Anshuss. Non era il caso di indugiare oltre. Solo con l’aiuto di un buon cane da traccia e del suo conduttore avrebbero potuto avere qualche probabilità di trovare e soprattutto di poter porre fine alle sofferenze del nobile selvatico. Giuseppe si fece coraggio e chiamò Davide, proprietario e conduttore di Jago, un bavarese di sette anni che è una vera e propria leggenda nella Valle. Un cane di una bravura straordinaria nonostante abbia un’anca in titanio a causa di un incidente stradale. Davide e Jago arrivarono presto a dare conforto a Giuseppe e Andrea, ma non persero tempo prezioso con sterili convenevoli. C’era da fare un duro lavoro e loro due insieme sapevano farlo bene! Davide, agganciato il guinzaglio “Lungo” a Jago, lo liberò sull’ultima goccia di sangue che erano riusciti a trovare a occhio nudo, poi lo incitò con un semplice “Su vai..cerca!”. Jago è un professionista che conosce molto bene il proprio lavoro. Partì deciso seguendo la pista veloce e sicuro come se fosse un’autostrada. Nel suo naso pressoché perfetto, sentiva un solo odore, unico, indistinguibile. Le decine di metri diventarono centinaia, le centinaia migliaia e così via. Il tempo passava lento o veloce a seconda dell’andatura del Bavarese. Jago non perse mai la traccia, né ebbe mai una esitazione. Poco dopo il Mezzodì, quando ormai erano passate più di sei ore dallo sparo e a circa quattro chilometri dall’Anshuss, il cane cominciò ad agitarsi, a smaniare, quasi anche a ringhiare. A quel punto Davide lo liberò dalla costrizione del guinzaglio e contemporaneamente impugnò anche la sua vecchia carabina da recuperatore. In penombra nel sottobosco c’era il grande cervo fermo, ormai esausto, con Jago che lo bloccava abbaiando girandogli intorno. Davide non perse tempo, appoggiò la carabina ad un ramo basso di un vecchio abete, mirò al collo e tutto fu compiuto. Era fatta! La bravura del cane, del suo conduttore e la passione dei cacciatori erano state coronate e premiate da quella “Entità” in cui crediamo soltanto noi veri cacciatori! Questa è la fedelissima cronaca di come si è svolta una giornata di caccia eccezionale, che ha visto come protagonisti Giuseppe, Andrea, Davide, Matteo (un amico che è venuto in aiuto per trasportare il cervo a valle), ma soprattutto Jago, segugio Bavarese di sette anni che, per amore del proprio padrone e per le sue innate capacità cinofilo-venatorie, ha trasformato un errore umano in un grande successo, in una splendida giornata da ricordare per sempre. Grazie Jago!
https://www.youtube.com/watch?v=8R9yN9xd-vg
GIUSEPPE RUMERIO
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Dalle piccole opere a quelle monumentali.
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