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UN CAMOSCIO DA…MEZZO CHILOMETRO!

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Dopo un lunghissimo anno di astinenza, finalmente era arrivato il momento di ritornare sulle meravigliose Dolomiti Bellunesi! Percorrendo estasiato l’autostrada verso Belluno, vidi che tutte le montagne erano ammantate da una meravigliosa coltre di neve, ma quella visione idilliaca mi ricordò anche che, nella frenesia dei preparativi, iniziati ad agosto, mi ero dimenticato di aver messo le ghette nello zaino! Pazienza, sarebbe stato un problema minore rispetto alla fantastica avventura che mi apprestavo ad affrontare: la Caccia al camoscio in alta montagna. Credo che dopo i “Sessanta” anche gli uomini diventino un po’ come i cani: ogni anno trascorso conta il doppio, se non il triplo. Perché più passa il tempo più cominci ad aver paura di ammalarti o di infortunarti quando meno te lo aspetti, oppure che la prestanza fisica possa abbandonarti da un momento all’altro. E se non sei in ottima forma sia fisica che mentale a caccia in Alta montagna non ci puoi andare, perché potrebbe essere davvero molto pericoloso. In Maremma, dove vivo e risiedo, mi sentivo molto bene, preparato, oserei dire al Top della forma, specialmente dopo un’intera stagione trascorsa a cacciare in regime di selezione e dopo l’apertura alla selvaggina stanziale. Gambe, cuore e soprattutto il fiato rispondevano bene alla chiamata anche sotto sforzo, ma c’è una bella differenza tra il cacciare in collina che salire in montagna oltre quota duemila! Con Vittorio, il mio carissimo amico veneto a cui tutti gli anni non manca mai l’occasione d’invitarmi, ci mettemmo d’accordo di vederci al mio B & B verso le quattro dell’indomani. Il sole sarebbe sorto verso le sette, cosi ipotizzammo che con tre ore buone di cammino avremmo potuto raggiungere le praterie alpine puntuali per osservare le cime innevate illuminarsi col primo sole. Il mattino seguente, come uscii dal bellissimo villino che mi ospitava, notai con piacere che la temperatura era rigida, pochi gradi sopra lo zero. Nel cielo non c’era una nuvola e le stelle erano di una tale bellezza che può capirmi soltanto chi ha avuto la fortuna di vederle in quei luoghi ancora incontaminati. La giornata si preannunciava perfetta, tipica per la caccia in quota e quindi meravigliosa, con trenta - quaranta centimetri di neve a farci da coreografia. Anche il vento era perfetto e sarebbe stato veramente il massimo se fossimo riusciti ad avvistare subito il camoscio giusto. A chi non piace essere di ritorno per l’ora di pranzo? A parlare di cani, di armi e di selvaggina con gli amici, magari brindando al successo della caccia? Parcheggiato il fuoristrada di Vittorio, zaini e armi in spalla e Alpenstock in mano cominciammo subito a salire. Vittorio, dotato di un fisico eccezionale, di un’ esperienza infinita ed essendo un instancabile arrampicatore, partì subito veloce, facendomi faticare non poco per riuscire a stargli dietro. Tenni il suo passo per una mezz’ora buona, poi dovetti cedere. Il dislivello mi aveva letteralmente mozzato il fiato e occorsero diversi minuti prima che riuscissi a regolarizzare la respirazione. La temperatura era gelida per essere ai primi di ottobre, in alcuni punti l’erba bagnata di rugiada scricchiolava sotto i nostri scarponi. Procedevamo in silenzio, con un’andatura piuttosto veloce, senza incertezze, anche se spesso dovevamo aiutarci nella salita con ambedue le mani. Non facevamo nessun rumore, tolto quello provocato dei nostri passi leggeri e dal sommesso ansimare, dal mio in particolare. Dopo aver camminato per un’altra ora pregai il mio amico di fare una sosta perché ero letteralmente zuppo di sudore.

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Dovevo cambiarmi sia la maglietta sia la camicia e bere un po’ d’acqua, perchè rischiavo veramente di disidratarmi. Rifocillatomi, riprendemmo la marcia un pochino più lenti, metodici ma sempre infinitamente entusiasti. Fu così che, quasi senza accorgersene, appena cominciò ad albeggiare eravamo in vetta intenti ad ammirare un immenso anfiteatro montano di una bellezza mozzafiato. L’intera zona era ancora buia, con le ombre che mutavano in continuazione col sorgere progressivo del sole. L’alba mi riempì il cuore di gioia; nonostante il freddo intenso e la stanchezza ero nel mio mondo e ringraziai Dio per avermi permesso di ritornarci. Vittorio ed io avevamo al collo degli ottimi binocoli, un Leica Geovid e uno Swarovski Habicht, ma perdonatemi la sincerità, approfittammo di un visore termico Infiray per perlustrare la zona. Ebbene si, lo ammetto, con l’avvento delle nuove tecnologie anche la caccia in montagna sta cambiando, e sicuramente non in meglio…. Comunque è innegabile il grandissimo aiuto che possono darti questi strumenti durante la caccia alla cerca, la facilità con cui puoi avvistare un essere vivente a notevolissima distanza è sbalorditiva. Grazie all’ottima definizione del mio Infiray Finder FH50RV2 potemmo quasi “censire” tutti i selvatici presenti in zona, che quel mattino erano davvero pochissimi. Dopo un’ora di perlustrazione Vittorio fu preso dallo sconforto. Alternava il visore termico col binocolo per controllare ogni angolo o anfratto remoto, sperando di poter scorgere una sagoma interessante, invece niente. Sentimmo cantare alcuni forcelli, ne individuammo anche uno sopra ad un albero, ma di camosci neanche l’ombra. Zero! Quel che seguì fu un susseguirsi di emozioni piuttosto piacevoli, perché eravamo a caccia in montagna in una delle zone più belle del mondo, ma anche un pochino depressi perché, nonostante tutti i nostri sforzi e le strategie più disparate di Vittorio, non riuscimmo ad avvistare un solo camoscio. Chissà se la risposta ai nostri insuccessi andava ricercata nella tanta neve sulle cime, e al clima più invernale che autunnale. Verso le undici, dopo aver camminato quasi ininterrottamente per diverse ore, decidemmo di rientrare. Avevo bevuto un litro e mezzo di acqua e cambiato due magliette ed una camicia. Ma non era il caso di farne una tragedia, perché si sà, la caccia è così. Ed è proprio l’imprevedibilità a farcela amare così tanto. Il problema era un altro… e piuttosto serio. Ero letteralmente sfinito, senza più un briciolo di forza, avevo esaurito tutte le mie energie. Avevo dolori dappertutto, chissà come avrebbero reagito le mie povere gambe se avessi dovuto cacciare così anche il giorno seguente? Si dice che la Tachipirina sia un rimedio quasi magico per ogni male. Sperai davvero che fosse cosi. Mi ci volle un po’ per convincere Vittore a scendere, a ritornare al paese. Lui sarebbe rimasto in cima tutto il giorno e forse anche la notte. Al mattino eravamo saliti sul versante destro della montagna, scendendo controllavamo periodicamente il versate sinistro, sempre alternando i binocoli al visore termico Infiray nonostante fosse pieno giorno col solo alto. Ad un tratto Vittorio pronunciò una frase che mi sarebbe piaciuto sentirgliela pronunciare tre ore prima: “Ci sono dei camosci lassù” “Dove?” gli chiesi. Lui senza rispondermi prese dallo zaino il suo potente Spektive Swarovski CT 85, lo piazzò su un piccolo treppiede Manfrotto e iniziò un’accurata valutazione dei capi. Me li fece vedere col Lungo, erano in cima alla cresta della montagna, a oltre cinquecento metri di distanza, anzi ad essere ancora più precisi a505 mt esatti, sotto ad una grossa pietra bianca come il latte. “Sono due femmine adulte con due Jearling. Belli ma non sparabili. Peccato!” “ Meglio così invece! Perché se fossero rientrati nel piano di abbattimento, non capisco come avremmo potuto tirargli” Tra noi e gli animali c’era praticamente un vallone ripidissimo di bosco attraversabile soltanto a piedi, cosa impensabile da fare nelle nostre… anzi nelle mie condizioni. Ma Vittorio era già entrato in una dimensione tutta sua: “C’è anche un’altra femmina adulta più in alto sulla sinistra. Sembra senza agnello. Voglio controllarla meglio, ma a prima vista mi sembrare perfetta per l’abbattimento!” Mi venne spontaneo rispondergli: “Ottimo, vorrà dire che ci ritorneremo domattina, vai”. Ero stanco e rilassato, alla fine qualche camoscio lo avevamo anche visto. Ero soddisfatto così, ma stranamente mi venne una gran voglia di traguardare i selvatici attraverso lo Swarovski Z5 5 – 25 x 52 P che avevo sulla mia fida carabina Weatherby Ultralight calibro 270 W Magnum. Ero curioso di vedere come si vedessero i camosci a quella distanza con il parallasse posizionato su “infinito”. Galeotta fu una grossa pietra, messa in modo tale da sembrare un bancone di tiro in un poligono. Era pressoché perfetta come appoggio per sparare. Sarà stato il fato a farmela trovare proprio là, a portata di mano? Posizionai la carabina sul bipede Harris e su un rest posteriore della Coldwell, poi verificai di nuovo la distanza. Ripetei l’operazione due volte, ma il valore che apparve all’interno del telemetro Leica fu sempre lo stesso: 505 metri esatti.

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Non erano certo tantissimi ma neanche pochi. Specialmente per me che non avevo mai tirato a quella distanza e quindi che non conoscevo l’effettiva traiettoria delle Hornady Spire Point da130 grani. Non mettetevi a ridere ma per un momento mi venne quasi l’idea di telefonare al mio grandissimo amico fraterno e collega cacciatore - giornalista Marco Fabbri, che usa da tanti anni una carabina gemella alla mia, per farmi dare qualche consiglio, ma purtroppo i telefoni non prendevano, non c’era segnale. Vittorio mi confermò che la femmina sulla sinistra, che valutò sui cinque – sei anni, sarebbe stata prelevabile e che avrei potuto tentare il tiro. A quel punto decisi di provarci davvero. Mi piazzai dietro l’arma regolai al meglio tutto quello che avrei potuto regolare, come la messa a fuoco dell’ottica, gli ingrandimenti a 25 X, l’appoggio anteriore e quello posteriore, la respirazione e poi decisi di compensare settanta – ottanta centimetri di alzo sopra il filo della schiena dell’animale. Praticamente mirai con la terza tacca del mio reticolo balistico TDS4. Nel frattempo la camoscia pascolava tranquilla, messa perfettamente a cartolina. Vittorio mi consigliò di verificare bene l’appoggio dell’arma e di stare calmo, mentre lui avrebbe tenuto sotto controllo la situazione attraverso il Lungo. Inquadrai il nobile animale nelle limpidissime lenti dello Swarovski, posizionai il terzo reticolo sulla spalla dell’animale, armai lo stecher.. poi il colpo partì quasi da solo. ”Sbagliata! L’hai volata di parecchio. Ho visto il colpo alto”. Ricaricai veloce, mirai molto più in basso, appena una trentina di centimetri sopra il filo schiena e sparai di nuovo. “Colpita in pieno! Fulminata sul posto!” “Seeeee” gli risposi, “Mi stai anche prendendo per il cul…” “Marco te lo giuro, è caduta stecchita sul posto. Nello Specktive non la vedo più perché è scivolata in basso, ma puoi stare tranquillo che sta là morta!” “Su Vittorio, non scherziamo su queste cose, dai. Ora raccogliamo tutto e torniamocene a casa”. Non potevo crederci di aver colpito la camoscia davvero, mi sembrava quasi impossibile..da mezzo chilometro! Allorché Vittorio mi spiazzò facendo una mossa che davvero non mi sarei aspettato che facesse. Svuotò ai miei piedi tutto il contenuto del suo zaino, se lo mise in spalla vuoto e disse: “Ok, tu non ci credi di averlo preso l’animale, mentre a me invece tocca andare a recuperarlo e ci vorrà più forse un’ora per arrivare lassù. Tu carica tutte le nostre cose, le mie e le tue, nel tuo zaino e avviati verso valle. C’incontreremo a metà strada! Ma prima dovrai aiutarmi a trovarlo dandomi delle indicazioni da qui. Segna il posto poi a gesti mi farai sapere”. Credetemi, ero in preda a una crisi mistico – esistenziale, non sapevo né cosa dire né cosa fare. Guardai Vittorio allontanarsi veloce e agile come uno stambecco ed io, per passare il tempo, mi misi a scattare alcune foto della zona prima di sedermi a riflettere. La mia Weatherby 270 Magnum è una splendida arma in grado di fare una rosata di quattro colpi in due – tre centimetri a duecento metri di distanza e possiede una radenza ed una letalità eccezionali. Il camoscio prescelto si trovava a 505 metri esatti, ma con un angolo di Sito molto accentuato. Quindi, considerando il dislivello, la rarefazione dell’aria e la precisione delle mie ricaricate preferite con le Hornady SP da 130 grani, decisi che i miei calcoli dovevano essere stati giusti. Possibile che Vittorio stesse scherzando e che magari tra qualche minuto me lo sarei ritrovato alle spalle sghignazzante? No, non sarebbe stato da lui, è troppo serio e professionale, non mi rimase altro da fare che tenere il binocolo incollato agli occhi verso l’Anschuss dove era caduta la femmina. Se dopo ore e ore di durissimo cammino avevo abbattuto uno splendido animale con un tiro eccezionale, sarebbe stato un evento da ricordare e da.. raccontare. Il tempo sembrò volare, quando nel binocolo vidi un puntino molto vicino alla grossa pietra bianca presa come punto di riferimento, che gesticolava per attirare la mia attenzione. Visto che non potevo né telefonargli né dirglielo a voce, lo indirizzai verso il punto giusto con ampi movimenti delle braccia come se fossi un controllore del traffico aereo a terra. Vittorio sparì tra la vegetazione finché non udii un flebilissimo “Ok, Ok!” Nient’altro. A quel punto ero davvero felicissimo del risultato e orgoglioso del fatto che, ancora una volta, avevo sparato bene con precisione e che il mio fisico aveva risposto a dovere alle chiamate. Veloce mi organizzai per il rientro mentre Vittorio provvedeva al faticosissimo recupero della preziosissima spoglia che c’era stata donata con generosità da quella splendida valle. Forse fu la prima volta che vidi il mio amico sudare. Il recupero lo aveva segnato fisicamente ed io provai molta vergogna quando c’incontrammo all’incrocio di due sentieri nel bosco. Vittorio, conoscendo la mia passione per le foto, scelse una buona posizione dove adagiare la femmina di camoscio abbattuta e quando i nostri sguardi s’incrociarono, ci commovemmo. Era un capo molto bello, la valutazione iniziale di Vittorio era stata esatta, perché gli anelli di crescita confermarono che l’età doveva essere circa di cinque anni. Porgemmo i dovuti onori al nobile animale poi restammo qualche minuto a contemplarlo in silenzio. La giornata non poteva essere stata più bella, di quelle che rimarranno incise indelebilmente nei nostri cuori. Col mio primo e forse ultimo camoscio, abbattuto da oltre “Mezzo chilometro…..

 

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