CACCIA DI SELEZIONE: IL MIO CAPRIOLO KAPITAL A 9 PUNTE!
- Scritto da Marco Benecchi
- Dimensione font Riduci dimensione font Aumenta dimensione font

Nel magico universo venatorio, in particolare nella caccia a palla ai grandi selvatici, molti cacciatori spenderebbero una fortuna sia in tempo sia in denaro pur di catturare un capo molto raro o dal trofeo particolarmente importante. Sarebbero capaci di tutto pur di togliersi la soddisfazione di essere riusciti dove in molti hanno solo tentato. Personalmente credo che questo non sia un fenomeno da criticare, anzi, caso mai il contrario, perché quando si possiede una grande passione e i mezzi necessari per appagarla con impegno e serietà, è sempre un bene. Ovviamente manie e fissazioni sfiorano la malattia, ma se un cacciatore desidera cacciare un selvatico particolare, senza arrecare nessun danno agli altri, che male c’è? In questi casi un ruolo fondamentale ce l’ha anche la fortuna, quella vera, “cieca”, che arriva quando meno te lo aspetti. Un po’ come vincere alla lotteria, ma per poter vincere il biglietto devi sempre comperarlo! Perché gli incontri più impensabili, quelli più inaspettati, li fai soltanto se a caccia ci vai frequentemente e con tantissimo impegno. Chi di noi non ha mai avuto un sogno, diciamo venatorio, nel cassetto? Magari un cinghiale dalle difese spaventose, un camoscio di vent’anni dal grande trofeo uncinato, un cervo coronato col palco di tredici chilogrammi o il capriolo da oltre 700 grammi di trofeo, magari anche anomalo? Ho cacciato moltissimo il Folletto Rosso nei boschi e nelle pianure di mezza Europa, riuscendo addirittura ad abbattere due esemplari albini completamente bianchi come il latte, ma il mio sogno è sempre stato quello di catturare, o almeno riuscire semplicemente di vedere, un capriolo davvero unico, particolare, anomalo, di quelli che capita di vedere o di abbattere una sola volta nella vita. La Dea bendata mi ha concesso di prelevare un capriolo meraviglioso, stupendo, unico praticamente nelle zone di caccia che frequento da una vita, senza averlo né mai cercato né mai visto prima. Potete immaginare l’emozione che ho provato quando mi reso conto di cosa mi era capitato, dell’immenso regalo che mi è stato fatto dalla vita. La meravigliosa avventura che mi appresto a raccontarvi iniziò subito bene……

Era un caldissimo mattino di metà agosto, quando poco prima che cominciasse ad albeggiare vidi un grosso cinghiale avanzare spedito verso il bosco proprio dov’ero appostato io. “E chi ti manda?” pensai, preparandomi velocemente al tiro. Con me avevo la Bergara B14 Green Hunter calibro 308, equipaggiata con un cannocchiale Delta Titanium 2,5 – 15 x 56 HD con il reticolo illuminato, palle Nosler Ballistic Tip da 165 grani e con un provvidenziale bipiede Harris snodato. L’arma era già adagiata su un leggero terrapieno e scivolare silenzioso dietro al calcio mi venne fluido e spontaneo come sempre. Il grosso cinghiale si trovava a meno di cento metri di distanza così, nonostante le precarie condizioni di luce, fu facile abbatterlo con un preciso colpo nel collo. Quando concludi un’azione di caccia così sei sempre molto soddisfatto, appagato e soprattutto tranquillo, perché quando vai incontro alla luce del giorno tutto diventa più facile. Ricaricai l’arma, recuperai il bossolo sparato, poi andai a vedere da vicino il cinghiale appena catturato. Era un bel verro, che stimai intorno al quintale di peso, perfetto in tutto, se non fosse stato per il fatto che a caccia ero solo e che avrei dovuto chiedere aiuto a qualche amico sia per portarlo alla macchina sia per caricarcelo sopra. In casi come questi c’è soltanto una persona che posso disturbare alle 6 del mattino, il granitico insostituibile, inimitabile, disponibilissimo Luigi. Luigi rispose al terzo – quarto squillo con una semplice frase: “Ndo sei!” “Al macchiozzo di tuo zio. Ho preso un bel cinghiale, ma non ce la faccio a caricarlo da solo, che fai vieni?” “Il tempo di vestirmi e arrivo. Ti porto anche un cappuccino d’orzo con un cornetto con la crema”. Che amici che ho! La caccia di selezione estiva al capriolo era aperta già da diversi giorni e procedeva nell’intero distretto piuttosto bene. Erano stati abbattuti alcuni maschi, ma nessuno portatore di trofei eccezionali. Poi, un’ insolita quanto spietata siccità aveva drasticamente impoverito i già magri prati maremmani, riducendo di molto anche gli avvistamenti. Tutti i cacciatori erano diventati gelosi delle loro zone che monitoravano frequentemente sia il mattino sia la sera. Io lo ero un po’ meno e in avanscoperta c’ero andato poco, perché nelle mie zone di caccia giravano più cinghiali che caprioli. Per questo motivo e per il fatto che i branchi stavano facendo diversi danni alle poche culture ancora in atto, avevo deciso di concentrarmi maggiormente verso la selvaggina nera. Mentre aspettavo che Luigi arrivasse, eviscerai l’animale, con l’App sul telefonino chiusi la giornata di caccia al cinghiale, sistemai anche la burocrazia relativa all’abbattimento, poi, visto che avrei dovuto starmene con le mani in mano per quasi un’oretta, perché non farlo come Cristo comanda…. cacciando? Mi ricollegai al sito, aprii una nuova uscita di caccia al capriolo, mi spostai di un paio centinaio di metri da dove avevo abbattuto il cinghiale e mi misi in paziente attesa, senza nessuna speranza, solo con tanta voglia di non sprecare momenti preziosi in quell’ angolo di paradiso. All’alba, da quelle splendide colline si ha una vista verso il mare davvero mozzafiato. Io invece avevo gli occhi puntati nei campi aperti verso monte e sul limitare dei boschi, da dove speravo sarebbe potuto uscire il maschio adulto che mi era stato assegnato. Usavo quasi svogliatamente il binocolo per controllare se negli incolti adiacenti ci fossero delle novità, quando ad un tratto, nelle limpidissime lenti del mio Leica Geovid 8 x 42, avvistai una singola, quanto inconfondibile sagoma rossiccia, china a cibarsi a ridosso di un folto cespuglio. Automaticamente pigiai il pulsante sul binotelemetro e all’interno del display apparve la cifra: 158. Perfetti! Evidentemente il capriolo doveva essere già fuori a mangiare nel prato sin dal mio arrivo. Brucava e camminava contemporaneamente, avvicinandosi sempre più al limitare del bosco.

Immaginai che avesse già riempito il suo piccolo stomaco e che non vedesse l’ora di rientrare nel folto per ruminare in tutta tranquillità. Così adagiai il Leica a terra e decisi di valutare meglio l’animale con gli ingrandimenti maggiori del cannocchiale che ho sulla carabina. Che fosse un bel maschio, anche imponente come corporatura era evidente, ma il trofeo non fu possibile valutarlo perché era in penombra e semicoperto dalle frasche. Data l’ora tarda e dall’apparente nervosismo dell’animale, non persi tempo nel mettere il reticolo del Delta al centro della spalla quattro dita sopra la mezzeria e dopo aver controllato la stabilità dell’appoggio e la regolarità del respiro… sparai. Non riuscii a sentire se la palla aveva colpito qualcosa di solido, ma fui abbastanza ottimista perché non vidi nessuna sagoma correre dopo lo sparo. Ormai quel che doveva essere fatto era stato fatto. Ricaricai l’arma, recuperai l’ennesimo bossolo poi andai a vedere se il mio colpo era andato a segno. La mattinata era cominciata decisamente bene, c’era da sperare soltanto che sarebbe finita ancora meglio. Ed infatti un corpo giaceva immobile a pochi metri dal grosso cespuglio, ma dalla mia posizione non riuscivo ancora a vedergli il trofeo. Feci ancora pochi passi e quello che vidi mi tolse letteralmente il fiato. Non credevo ai miei occhi, quasi mi commossi. Avevo abbattuto un bellissimo e rarissimo capriolo anomalo con un trofeo particolarissimo, grande, pesante, palmato e con ben 9 punte! Oltretutto in un campo che frequentavo, più o meno solo io, da tutta la vita. Chissà che faccia avrebbe fatto Luigi quando lo avrebbe visto, lui che quasi in sessant’anni di caccia sicuramente non ne aveva mai visto uno simile! Non ebbi neanche il tempo di sorridere a quel pensiero che udii il rombare del suo fuoristrada in avvicinamento. Come promesso non si presentò a mani vuote. Un bel cappuccino caldo con un fragrante cornetto con la crema erano proprio quello che ci voleva. Anche Luigi rimase sbalordito dalla bellezza e dalle caratteristiche di quel capriolo. Mi giurò (ed io gli credetti!) che non aveva mai visto niente di simile in tutta la sua vita! Dopo le immancabili foto di rito, eviscerai il capo abbattuto, gli misi all’orecchio la fascetta numerata e poi lo caricammo sulla Vitara di Luigi. Il mio arcigno amico fu quasi più felice per il cinghiale che per il capriolo, perché lui è molto meno entusiasta di me in fatto di trofeistica, di animali particolari e di selezione vera e propria. Luigi infatti è più interessato ai selvatici grossi e grassi, a spezzatini, salumi e salcicce, che con i caprioli, si sa, non vengono troppo bene. Da dov’eravamo potevamo davvero godere di una visuale unica, mozzafiato, con il sole nascente che irradiava Capalbio, Manciano, Vallerana, Monteti e tutte le fertili piane delle due “Pescia” Romana e Fiorentina. Insomma, stavamo vivendo un sogno in un ambiente da favola. Credo che le fotografie non siano in grado di esprimere al meglio la bellezza e l’unicità di quel magnifico trofeo, davvero non gli rendono giustizia. Forse qualche collega cacciatore appassionato di trofeistica, un capriolo così lo avrebbe preferito prepararlo tassidermizato in un bel “Cape”, ma secondo me i trofei davvero importanti, per non dire rarissimi o unici come in questo caso, devono essere conservati e finiti in bianco, in modo da poter esaltare tutta la loro bellezza, tutto il loro valore naturalistico e gratificare anche il selvatico che ce lo ha donato.




