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Luca Gironi

Luca Gironi

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COLDIRETTI REGGIO EMILIA: OCCORRONO MISURE CONCRETE PER CONTENERE I CINGHIALI

“Per risolvere il problema della presenza dei cinghiali nelle zone collinari – dichiara Assuero Zampini, direttore Coldiretti di Reggio Emilia – è necessario intervenire sul numero dei capi presenti in montagna”.

È da tempo che la Coldiretti reggiana ha denunciato l’emergenza provocata dalla considerevole presenza dei cinghiali nei territori montani e collinari dove gli agricoltori, ormai esasperati, trovano il raccolto distrutto. Coldiretti ha da tempo segnalato all’Atc4, Ambito territoriale di caccia montagna, la grave situazione di danni estesi anche ai territori collinari sia per il settore agricole sia per la sicurezza dei cittadini chiedendo azioni di contenimento con azioni specifiche di selezione.

“Intanto cogliamo con favore lo stanziamento di fondi per la manutenzione degli impianti di prevenzione e recinti sulle semine – continua Zampini. Ad esempio la Germania per tutelare la salute degli allevamenti e impedire la diffusione di malattie dagli animali selvatici a quegli allevati ha intensificato la caccia al cinghiale innalzando a 80mila i capi da abbattere all’anno finanziando gli abbattimenti”. Il problema dei selvatici è stato sollevato e presentato dagli agricoltori anche all’incontro con il Ministro Delrio per rimarcare la necessità di interventi urgenti che ha raccolto e condiviso.

Se i prati coltivati continueranno ad essere gravemente danneggiati dai cinghiali e dagli altri ungulati il rischio è che le aziende agricole non riescano ad arrivare alla produzione del 50% di foraggio aziendale così come richiesto dal nuovo disciplinare del Parmigiano Reggiano, pensato appositamente per incrementare il legame tra prodotto e territorio. (Fonte COLDIRETTI)

 

ACMA. IL MINISTERO CONTINUA A PROIBIRE I RICHIAMI

Il Ministero della Salute il 19 febbraio scorso ha emanato una nuova disposizione in materia di influenza aviaria e di riflesso sui richiami vivi, che proroga il divieto del loro utilizzo nelle Regioni ad alto rischio (quelle indicate nella Disposizione del 30 ottobre 2017) fino al 30 aprile 2018. Attualmente la caccia è chiusa e questo divieto non è influente ma, ancora una volta, non condividiamo assolutamente l’atteggiamento del Ministero che non ha minimamente adeguato il suo orientamento in base agli effettivi rischi e focolai sin qui emersi mantenendo il veto anche in regioni che di aviaria non hanno sentito parlare da anni (come l’Umbria) o che hanno avuto un singolo caso in tutto il 2017 (come il Lazio ed in particolare nella sola Provincia di Roma), o anche in certe Province che, pur localizzate in Regioni definite ad alto rischio, non hanno mai avuto focolai della malattia. A maggior ragione leggendo le premesse della Disposizione: “considerata la favorevole evoluzione della situazione epidemiologica della malattia sul territorio nazionale, comprovata dall’assenza di nuovi focolai di influenza aviaria ad alta patogenicità nell’anno 2018” (e, aggiungiamo noi, l’ultimo è dell’11 dicembre 2017)! Se la situazione è favorevole allora perché il divieto non è stato revocato? Lo sarà alla prossima scadenza? Si vuole attendere ancora qualche mese per vedere se il trend positivo sarà confermato? Certo che, se è bastato il caso del famoso fischione del dicembre 2016 per vietare immediatamente i richiami vivi in tutta Italia, constatare che non bastino oltre due mesi di calma piatta per revocarlo, è a dir poco fastidioso. L’Acma ha sollecitato la Federcaccia affinché sia richiesto ufficialmente un incontro al Ministero per confrontarsi ancora una volta su queste tematiche e, in particolare, sulla “responsabilità che si affibbia ai richiami vivi (secondo noi pari a zero) nel diffondere il virus, poiché ci sembrano francamente sovradimensionate nei luoghi e nei tempi, proponendo in pratica un protocollo di misure idonee a tutelare la salute pubblica senza vessare inutilmente una intera categoria di corretti appassionati e un intero Paese.

Sul problema del De Minimis si può ragionare: Arci Caccia fa parlare il Vice Ministro Morando

Il problema del cosiddetto regime De Minimis, non consente un puntuale risarcimento dei danni provocati dalla fauna selvatica in agricoltura. Sul tema Arci Caccia ha chiesto l’opinione del Vice Ministro dell’economia Enrico Morando:

Nel nostro paese, secondo la Commissione Europea, il risarcimento dei danni da fauna selvatica, se effettuato con fondi pubblici, non deve superare il cosiddetto de minimis, una soglia di contributo massimo, il superamento della quale fa scattare un’infrazione configurando un aiuto di stato.

Questa tesi ha un fondamento per i paesi in cui la proprietà della selvaggina è del proprietario del fondo agricolo, in quanto esso detiene la proprietà della selvaggina che si trova a transitare sul suo terreno, oltre al diritto di caccia della stessa. Per questo la selvaggina costituisce una fonte di reddito, rientrando a volte a pieno titolo tra le attività svolte dalle aziende agricole. In quel caso, l’erogazione di un contributo per il risarcimento dei danni provocati “da un’attività aziendale” darebbe un’indebito vantaggio e non dovrebbe superare il limite imposto dal deminimis. In Italia tutto questo non c’è, la selvaggina è di proprietà dello stato, ed è a questo che appartiene il diritto di caccia. Per questo gli agricoltori italiani subiscono la presenza della selvaggina sul proprio territorio, senza trarne alcun giovamento. Quindi, secondo la mia interpretazione, l’uso di fondi pubblici, in questo caso non può essere inteso come aiuto di stato all’agricoltura. Per questo, governo, regioni e Associazioni Agricole, dovrebbero muoversi al più presto in sede comunitaria per ottenere una deroga alla normativa. Solo ottenendo un cambiamento del regolamento potremmo intervenire in aiuto di agricoltori e ATC.

ARCI CACCIA GROSSETO: BILANCIO DI UNA STAGIONE VENATORIA

Con una dichiarata ed evidente insoddisfazione generale, anche la stagione venatoria 2017/2018 è terminata. Si mormora che la categoria dei cacciatori sia permanentemente insoddisfatta, ma non è assolutamente vero, anzi il contrario, in quanto dimostra di avere un alto spirito di sopportazione. Sopportazione verso l’incompetenza che regna sovrana negli organismi istituiti appositamente per garantire una gestione oculata del territorio agro-silvo-pastorale. Le leggi vigenti sono chiare e danno precisa responsabilità di gestione ad Istituzioni che avrebbero l’onere e l’obbligo di rispettarle.

Le Zone di Ripopolamento e Cattura, divieti assoluti di caccia, a causa della loro inconcludente gestione, non svolgono più il compito per il quale sono state instaurate. Anziché, come dovrebbero, produrre piccola selvaggina stanziale in forma naturale, sono diventate ricettacoli di specie nocive (Cinghiali, Volpi, Corvidi). Così dicasi per le Zone di rispetto Venatorio, oramai sostituite da piccoli appezzamenti di terreno con allestite piccole voliere, simili a pollai, gestite da singoli operatori, ai quali vengono affidati alcuni soggetti di fauna “selvatica”, principalmente fagianotti di pochi mesi, provenienti da allevamenti privati, al fine poi di collocarli nel territorio libero adiacente, per accontentare gli amici degli amici. Il tutto a spese delle ATC. Spese che di fatto sono prelevate dal capitale versato come tassa di iscrizione annuale dai cacciatori.

Cosa dire in merito alla gestione delle Aziende Faunistico Venatorie, oramai fuori da ogni controllo? La funzione per la quale sono istituite, dovrebbe essere prima di tutto la conservazione e il ripristino ambientale, oltre ai piani di immissione della fauna, per la quale sono state autorizzate (da effettuare in periodi precisi fuori dai tempi inerenti l’esercizio venatorio). I controlli dovrebbero riguardare i piani di prelievo in quanto è obbligo che venga prelevato solo il 50 per cento dei capi immessi, al fine di dare la possibilità a parte di essi di irradiarsi nel territorio libero circostante. E’opinione diffusa, invece, che molte AFV effettuino le immissioni di selvaggina durante il periodo dell’esercizio venatorio, come normalmente avviene nelle Aziende Agrituristico Venatorie, non solo, risulta che molte di esse gestiscano appostamenti fissi alla fauna migratoria dati in concessione, malgrado non si siano rispettati i piani di immissione e prelievo.

Oramai non si parla più di ripristini ambientali per le specie migratorie cacciabili, ma viene licenziato il ripopolamento della piccola selvaggina stanziale con scarse immissioni, effettuate per di più sul territorio libero e a pochi giorni dall’apertura generale della caccia. Oltretutto con fagianotti di appena due mesi, abituati ad una alimentazione forzata da parte degli allevatori, che di fatto diventano facile preda di specie nocive. Soldi buttati al vento, ma cosa importa? La gestione del territorio riguardante la caccia, ormai è particolarmente concentrata sugli ungulati, Cinghiale in primis, il quale attraverso la, denominata in maniera ridicola, caccia di selezione si può cacciare per l’intero anno. Ultimamente le ATC nel cui territorio sono collocate alcune zone protette (Parchi, Oasi, Riserve Naturali), hanno indetto corsi per l’abilitazione ad abbattimento e cattura di circa 120 Cinghiali. Presenze rilevate attraverso specifici censimenti da parte delle organizzazioni che gestiscono quelle zone e precisamente 86 unità nel Parco Naturale Regionale di Monte Penna, 19 unità nella Riserva Naturale della Diaccia Botrona e 15 unità nell’Oasi WWF di Orbetello. In proposito ci viene naturale chiedersi come mai queste Organizzazioni, alle quali è stata affidata la protezione e la gestione dei territori interessati da svariati anni, con cospicui interventi economici di denaro pubblico, si siano accorti solo adesso della presenza di questi ungulati. Ai corsi, svoltisi in varie località della Provincia, hanno partecipato un numero consistente di cacciatori, malgrado la presenza modesta di Cinghiali. Quello adottato è un sistema che all’apparenza può essere ingenuamente considerato democratico, in quanto i corsi sono stati aperti a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta. Illudersi non costa niente, ma l’esperienza ci insegna, e di questo ne siamo pienamente convinti, che a partecipare alle battute per l’abbattimento o la cattura di questi cinghiali saranno sempre gli amici degli amici. Categoria della quale siamo sicuri che gli iscritti alla nostra Associazione non fanno parte.

 

Giuliano Masetti ARCI CACCIA GROSSETO

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