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Luca Gironi

Luca Gironi

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ALESSANDRIA: LE AZIENDE SONO ALLO STREMO PER I DANNI INGENTI E MANCATO REDDITO CAUSATI DAI SELVATICI

 


“E’ come se fosse passato un tornado. Vigneti distrutti e grappoli impossibili da vendemmiare. Se sono fortunato riuscirò a recuperare il 15-20 per cento della produzione rispetto a quanto fatto nel 2016. I numeri parlano chiaro: su una media di produzione di 700 quintali non so se riuscirò a “salvarne” 150, ovviamente queste sono le prime stime ma non credo che il risultato finale sarà molto diverso. I danni procurati da cinghiali e caprioli aumentano ogni giorno, siamo esasperati e fortemente preoccupati soprattutto perché non si vedono soluzioni”.

Parole di Federico Pesce, 29 anni, titolare d’azienda a Silvano d’Orba, dieci ettari in produzione ad indirizzo prevalentemente vitivinicolo, Dolcetto e Barbera in particolare. Danni per migliaia di euro e raccolto completamente compromesso: una situazione quella di Federico Pesce che può essere accomunata all’amarezza di tanti altri imprenditori: “Quest’inverno sarò costretto a vuotare la stalla per far fronte al mancato reddito, nella speranza che la banca accolga la mia richiesta di sospensione del mutuo per un anno. Si tratta ormai di vere e proprie mandrie che non si limitano a distruggere il raccolto, sradicano anche i pali dei vigneti portandosi via oltre 3.000 metri di griglie elettrosaldate. Siamo agricoltori da quattro generazioni ma una situazione del genere nessuno credo l’abbia mai vissuta”.

Una condizione difficile dove il perdurare della siccità ha fatto sì che cinghiali e caprioli fossero attratti ancora di più dai vigneti e dalle uve in maturazione: «Gli agricoltori – ha affermato il presidente provinciale Coldiretti Alessandria Roberto Paravidino – non portano avanti le loro attività per riscuotere indennizzi, ma non vogliono subire danni che dipendono da una pianificazione faunistica che non rispetta gli equilibri tra uomo e natura.

Cinghiali, daini e caprioli costituiscono una minaccia per i raccolti ed ogni anno incidono pesantemente sui bilanci pubblici poiché, nonostante i ritardi con i quali i danni sono risarciti agli agricoltori, comunque si tratta di denaro che esce dalle casse dell’Amministrazione provinciale e che grava quindi sulla collettività”.

E c’è chi pensa addirittura di chiudere l’azienda come Oscar Benzo di Cremolino, cinque ettari prevalentemente a Dolcetto e Barbera, perché è impensabile “ricavare da un ettaro che in normale produzione dava 70 quintali non arrivare nemmeno a dieci. Sino alla scorso anno le recinzioni non risolvevano il problema ma aiutavano a contenere il danno, ora la situazione è diventata invivibile”.

Il problema potrebbe essere in realtà contenuto se venisse razionalizzata la gestione faunistica. Occorre affrontare i problemi strutturali del settore. Gli Ambiti territoriali di caccia devono stabilire con esattezza la densità degli animali tollerabile nelle singole aree agricole, mentre la Provincia deve autorizzare piani di contenimento che vadano oltre quelli di selezione. Questi ultimi, infatti, mirano a rafforzare le specie dal punto di vista genetico, ma permettono anche la proliferazione incontrollata dei soggetti più forti. Infine è necessario che tutte le aziende che subiscono danni lo denuncino sempre e comunque.

“La situazione si è fatta ancora più critica, per questo Coldiretti sollecita un’adeguata e tempestiva presa di posizione affinchè il problema non venga sottovalutato. E’ necessario che la Pubblica Amministrazione metta in campo da subito una serie di soluzioni, – ha aggiunto il direttore provinciale Coldiretti Alessandria Leandro Grazioli – piani straordinari di controllo per garantire la selezione e il prelievo degli animali in soprannumero, all’accelerazione delle procedure di rimborso dei danni, coordinando in maniera più efficace i diversi enti che sovrintendono alla gestione del territorio”.

«L’invito è sempre quello di considerare con maggiore attenzione e disponibilità le ragioni degli agricoltori la cui sostenibilità economica è il risultato della produzione agricola e delle attività di allevamento. – ha continuato Paravidino – Se il loro reddito sarà tutelato dai danni provocati dalla fauna selvatica, gli imprenditori, attraverso lavoro e impegno quotidiano, potranno continuare a svolgere quel ruolo fondamentale che li contraddistingue, dalle altre attività economiche, in termini di mantenimento della biodiversità agraria e della tutela ambientale e paesaggistica”.

(www.ladeadellacaccia.it)

Da oltre un anno in attesa di risposte nell’agosto 2016, Regione Lombardia, tramite la conferenza Stato-Regioni, chiedeva la convocazione di un tavolo tecnico che definisse le condizioni entro le quali attivare in maniera legittima le deroghe previst

“È da oltre un anno che, sulla caccia, attendiamo riposte del ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti”. Così dichiara l’assessore regionale all’Agricoltura Gianni Fava, che ricostruisce la vicenda legata alla caccia in deroga e il conflitto fra lo stesso ministero dell’Ambiente e un ente sotto il suo diretto controllo, che è Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

“Un anno fa, ancora nell’agosto 2016, Regione Lombardia, tramite la conferenza Stato-Regioni, chiedeva la convocazione di un tavolo tecnico che definisse le condizioni entro le quali attivare in maniera legittima le deroghe previste dalla Direttiva Uccelli – ricorda Fava -. Tavolo che dopo mesi si è costituito, ma senza pervenire a risultati, tanto più che il ministero dell’Ambiente non era neanche riuscito a garantire una presenza sistematica di Ispra”.

“Il lavoro di Regione Lombardia, che a quel tavolo aveva cercato di portare un contributo costruttivo, è stato mortificato dai pareri resi nel giugno di quest’anno da Ispra, alla nostra richiesta di attivare gli impianti di cattura dei richiami vivi e di esercitare il prelievo venatorio in deroga – prosegue l’assessore -. In quei pareri Ispra non entrava nel merito scientifico delle richieste, ma si limitava a dichiarare illegittime le deroghe e a richiamare Regione Lombardia alle sue responsabilità pecuniarie, in caso di riapertura della procedura di infrazione, smentendo il ministro dell’Ambiente e tutte le aperture che, a parole, aveva fatto nei mesi precedenti. In quell’occasione chiesi conto pubblicamente al ministro Galletti di questa discrepanza tra le sue dichiarazioni e il comportamento di un ente controllato dal suo stesso ministero. Non ne pervenne alcuna replica”.

Anche il governatore Maroni in campo. “Anche il presidente Maroni, che sul tema ha incontrato le associazioni venatorie, ha scritto al ministro – specifica l’assessore Fava – al fine di avere un incontro per dirimere la questione delle deroghe in tempo utile per affrontare la stagione venatoria che sta per aprirsi. Noi restiamo in attesa di un cenno del Ministro”.

L’assessore Fava è intervenuto anche sulla questione dei tesserini venatori: “Stiamo ricevendo sollecitazioni da diverse componenti del mondo venatorio a fare chiarezza sul tema della compilazione dei tesserini venatori, in particolare sul tema dell’annotazione del capo di selvaggina abbattuto. La legge europea 2015-2016, approvata dal Parlamento nazionale, aveva introdotto infatti l’obbligo dell’annotazione subito dopo l’abbattimento, lasciando però adito a interpretazioni diverse, ed esponendo i cacciatori ad inutili possibili contenziosi – spiega -. Per questo, da subito, con provvedimento amministrativo, Regione Lombardia aveva precisato che il capo dovesse essere annotato una volta abbattuto e raccolto, stabilendo così una regola decisamente più chiara e difficilmente equivocabile. Regola che abbiamo comunque deciso di tramutare in legge: alla prima occasione utile, ho concordato con il consigliere Roberto Anelli la presentazione di un pdl di modifica della legge 26, per sancire definitivamente la norma e garantire il cacciatore da possibili sanzioni dovute solo ad un problema interpretativo”.

(http://www.valtellinanews.it/articoli/caccia-da-oltre-un-anno-in-attesa-di-risposte-20170907/ )

 

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