È ora di dire basta. Rispetto per i cacciatori, confronto serio sulla caccia
- Scritto da Marco Ciarafoni
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In queste settimane si è scatenata sui social una campagna infamante e carica d’odio nei confronti dei cacciatori. Un fiume di parole irripetibili, insulti e accuse generalizzate, come se chi pratica la caccia fosse automaticamente un criminale o una persona violenta. A questa rappresentazione distorta hanno contribuito, in alcuni casi, anche pezzi dell’informazione, rilanciando un’immagine della caccia e dei cacciatori lontana dalla realtà.
Tutto nasce dalla proposta di riforma della legge 157 del 1992, promossa dalle forze di governo e già avviata nel suo iter parlamentare. Una riforma che, per il metodo adottato e per alcuni contenuti, ha suscitato critiche legittime. La legge vigente nacque, infatti, da un confronto trasversale tra forze politiche e da un’intesa con le componenti più responsabili del mondo agricolo, venatorio e ambientalista. Affrontare una materia così delicata in modo unilaterale, senza una concertazione seria e senza una valutazione approfondita dell’applicazione della normativa esistente, è apparso a molti come una prova di forza sbagliata.
Questo, però, non giustifica la propaganda, le falsità e soprattutto l’odio.
Nessuno sostiene che la legge 157 sia intoccabile. Dopo oltre trent’anni, è naturale che emergano criticità da affrontare, anche nella gestione di specie faunistiche in sovrannumero e nei rapporti fra territorio, agricoltura, ambiente e sicurezza. Proprio per questo servirebbe un confronto fondato sui dati, sulle competenze e sul rispetto reciproco: non slogan, non caricature, non campagne costruite per alimentare paure e raccogliere consenso.
Alla politica spetta la responsabilità di non inseguire logiche di propaganda e di contrapposizione, ma svolgere una funzione di rispetto e di rappresentanza anche nei confronti di questa parte del popolo. Chi ricopre incarichi pubblici dovrebbe contribuire a ricomporre il confronto, non ad alimentare campagne di delegittimazione contro cittadini che esercitano un’attività regolamentata e riconosciuta dalla legge.
I cacciatori non sono un corpo estraneo alla società e non meritano di essere trasformati nel bersaglio facile di una polemica permanente. Sono cittadini che rispettano regole severe, sottoposti a controlli e verifiche per ottenere e mantenere il porto d’armi. Il rilascio non è automatico ma è affidato alla valutazione delle autorità competenti e può essere negato anche in presenza di comportamenti ritenuti incompatibili con tale autorizzazione. È una responsabilità che impone attenzione, disciplina e rispetto delle norme.
Ridurre centinaia di migliaia di persone a una categoria di violenti o di irresponsabili è ingiusto e offensivo. La grande maggioranza dei cacciatori è composta da persone perbene, lavoratori, pensionati, giovani e famiglie, legati ai propri territori e a una tradizione che, piaccia o non piaccia, continua a far parte della storia e della vita di molte comunità italiane.
C’è poi un aspetto che troppo spesso viene volutamente ignorato: il ruolo sociale e territoriale svolto da tante associazioni venatorie e da migliaia di cacciatori. Gestione del territorio, collaborazione nella tutela della biodiversità, attività di prevenzione e supporto in occasione degli incendi boschivi, pulizia di sentieri e boschi, iniziative di solidarietà. Durante la pandemia e nella fase più dura della guerra in Ucraina, molte realtà del mondo venatorio si sono attivate raccogliendo risorse e offrendo aiuto concreto.
Non è retorica ma è una parte della realtà che merita di essere raccontata insieme alle criticità, ai limiti e alle responsabilità che ogni attività umana comporta.
Si può essere contrari alla caccia. Si può chiedere una riforma più rigorosa, più moderna e più attenta alla tutela degli ecosistemi. Si può contestare il governo, l’opposizione, le associazioni e le singole proposte legislative. Ma non si può trasformare il dissenso in disprezzo, né usare i cacciatori come capro espiatorio di un Paese che affronta problemi ben più gravi sul piano economico e sociale.
È troppo facile attaccare da un salotto buono di città, spesso senza conoscere il territorio, le specie, le regole e il lavoro quotidiano che ruota attorno alla gestione faunistica. È facile confondere un rapace protetto con un fagiano cacciabile, semplificare tutto e lanciare accuse assolute. Molto più difficile è accettare che i problemi complessi richiedano conoscenza, equilibrio e responsabilità.
La politica torni dunque a occuparsi della caccia con serietà, senza pregiudizi e senza volontà egemoniche. E anche il mondo venatorio faccia la propria parte: cerchi una strada realmente unitaria, si sottragga alle semplificazioni e alla propaganda, riaffermando con chiarezza la propria autonomia. Solo così potrà essere interlocutore credibile, capace di contribuire a una riforma equilibrata e di difendere con autorevolezza il valore della caccia, dei cacciatori e dei territori.
È ora di dire basta.
Basta alle menzogne. Basta alla criminalizzazione indiscriminata. Basta all’odio riversato sui social contro uomini e donne che chiedono semplicemente rispetto. La discussione sulla caccia deve tornare a essere una discussione seria: fatta di norme, dati, territorio, ambiente, agricoltura e sicurezza.
Non di odio.



