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Luca Gironi

Luca Gironi

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ANUU: GIORNI FISSI? NO GRAZIE

Da cacciatore lombardo ho dovuto, purtroppo, sperimentare negli anni una serie di apparentemente incomprensibili limitazioni all’esercizio venatorio che, assolutamente, non erano e non sono previste da nessuna legge nazionale o regionale.

Queste limitazioni sono state introdotte prima dai calendari integrativi provinciali e poi con il ritorno delle deleghe provinciali alla Regione, dalle disposizioni regionali diversificate per UTR.

La assai ampia gamma in cui si articolano tali restrizioni è riconducibile a due aspetti principali: all’imposizione di giornate settimanali fisse di caccia in luogo delle tre a scelta previste a livello regionale e all’imposizione del divieto totale, o di limitazioni, alla caccia vagante con o senza l’uso del cane da ferma e da riporto oltre una certa data, ben in anticipo rispetto a quella del 31 gennaio prevista dalle legge e dal calendario venatorio regionale.

Secondo i sostenitori di tali “norme” i tre giorni fissi in luogo dei tre a scelta consentiti dalla legge dovrebbero servire ad impedire di andare a caccia cinque giorni alla settimana, mentre il divieto o le limitazioni alla caccia vagante con l’uso del cane da ferma o da riporto dovrebbero, invece, servire a garantire l’incolumità alle lepri liberate per il ripopolamento.

Io non sono assolutamente d’accordo e a mio avviso i comportamenti scorretti, quando ci sono, devono essere individuati e puniti severamente senza pregiudicare i diritti di tutti coloro – e sono la stragrande maggioranza – che vanno a caccia rispettando le regole di legge.

Purtroppo, molto spesso, queste limitazioni assurde non nascono da chi è storicamente contrario alla caccia, ma addirittura da alcuni cacciatori che non guardano alle esigenze ed ai diritti più generali della categoria cui appartengono. Cacciatori contro altri cacciatori, solo per stupide paure e per altrettanto stupido egoismo, mentre i veri “anticaccia” se la ridono e ci lasciano “lavorare” al loro posto!

Questa assurdità dei giorni fissi qualcuno ha tentato – quasi riuscendoci – di infilarla anche nell’addestramento e allenamento cani.

Infatti una recente modifica della l.r. della Lombardia n. 26/1993 ha interessato anche l’art. 40, comma 12 per fargli così sancire: “12. La Regione e la provincia di Sondrio per il relativo territorio disciplinano l’allenamento e l’addestramento dei cani nei trenta giorni antecedenti l’apertura della caccia e non oltre il giorno 8 dicembre, per tre giornate settimanali, con eccezione del martedì e del venerdì e della zona di maggior tutela della zona Alpi. Durante la stagione venatoria l’allenamento e l’addestramento dei cani sono consentiti previa annotazione della giornata sul tesserino venatorio. Tali attività sono sempre vietate nelle aree interessate da produzioni agricole di cui all’articolo 37, comma 8, anche se prive di tabellazione.”.

Come ANUUMigratoristi della Lombardia ci siamo sempre dichiarati contrari a questa modifica e ne abbiamo poi chiesto l’abrogazione per ripristinare l’originario stato di cose, così come torneremo sempre a riproporre le azioni giuridiche e tecniche necessarie a garantire a tutti i cacciatori lombardi una corretta e lineare applicazione delle norme relative ai tempi, ai modi e alle specie cacciabili, per assicurare pari opportunità, dignità e considerazione a tutte le forme di caccia attualmente consentite che devono essere difese e sostenute senza alcuna discriminazione.

Fortunatamente la Regione pare abbia voluto ascoltarci e sembrerebbe che nell’ultima seduta del consiglio regionale del 1/8/2017 nella legge n 22 “Assestamento di bilancio” siano stati introdotti correttivi che abrogano le modifiche criticate e ripristinano le norme iniziali in materia di addestramento e allenamento cani che restano ora riprese dalla legge regionale sul calendario venatorio.

Mi chiedo ora alcune cose:

1) Ma che senso avrebbe avuto togliere la possibilità, nei 30 giorni prima dell’apertura, di fare almeno un giretto mattutino o serale con i nostri cani scegliendo liberamente quando uscire tra i cinque giorni utili della settimana, quindi tranne solo il martedì e il venerdì?

2) Ma che senso avrebbe avuto proibire l’addestramento nella zona di maggior tutela della zona Alpi?

3) La Regione come avrebbe disciplinato questa assurda novità? Avrebbe messo dei giorni fissi per tutti, che so io, il mercoledì, il sabato e la domenica? Chi mai avrebbe controllato tutta questa nuova e inutile burocrazia?

4) Ma che senso avrebbe avuto parlare di addestramento cani senza fucile sino al giorno 8 dicembre, con l’obbligo di segnare sul tesserino la giornata come fosse una giornata di caccia? E se uno fosse uscito senza fucile e avesse marcato la giornata quante giornate di caccia gli sarebbero restate? Due sole perché le giornate sono massimo tre a scelta?

5) Ma dopo il giorno 8 dicembre (fatidica data di chiusura della caccia alla lepre) cosa sarebbe successo? Non si sarebbe più potuto uscire ad addestrare i cani senza fucile, quando giustamente e grazie a Dio in alcuni ATC si potrà ancora (e si deve poter continuare) a uscire con i cani e con il fucile alla ricerca degli altri selvatici ancora cacciabili sino al 31 gennaio? Ma che senso avrebbe avuto tutto questo?

Come dice Vasco Rossi “Vorrei dare un senso a queste cose, ma queste cose un senso non ce l’hanno”.

Fortuna che l’hanno capito anche in Regione.

Marco Castellani – Socio ANUUMigratoristi Lombardia/Presidente nazionale

Ispra scrive alle Regioni raccomandando di limitare la caccia a causa della siccità

Che fine faranno le preaperture? Da molte parti arrivano conferme che le regioni stanno procedendo con le delibere autorizzative, le associazioni, compatte, chiedono che si svolgano regolarmente. Adesso però arriva una nota dell'Ispra che chiede alle regioni la sospensione delle preaperture e dell'addestramento cani, oltre al rinvio della caccia alla stanziale e agli acquatici. 

http://www.ansa.it/canale_ambiente/notizie/animali/2017/08/28/ispra-a-regioni-limitare-caccia-a-causa-siccita-e-incendi_66349c3e-ef54-4c48-a330-70bd36b49c90.html

 

Arci Caccia Umbria: Il Presidente Emanuele Bennati ripensare la gestione di cinghiale e stanziale per dare futuro alla caccia

Si avvicina l’apertura della stagione venatoria, con un calendario che prevede la preapertura il 2 settembre, mentre per l’apertura generale bisognerà aspettare il 17 e per il cinghiale primo ottobre. Una stagione venatoria che si porta dietro problemi ormai diventati cronici: per il secondo anno grazie alla soppressione delle Provincie mancano i controlli sul territorio come deterrente al bracconaggio, ma anche la vigilanza come attività di prevenzione per far sì che tutti rispettino le regole, pur nella convinzione che la stragrande maggioranza dei cacciatori esercitano l’attività venatoria nel rispetto delle regole; controlli che vengono fatti a tutela anche dei cittadini e un’azione di prevenzione contro i furbetti sarebbe quanto mai necessaria. Ci presentiamo all’avvio tra mille difficoltà, a partire dalla gestione delle specie che creano conflitto con il mondo agricolo, in particolare il cinghiale che non è un problema non solo umbro; i problemi ci sono e sono seri dato che una specie oramai fuori controllo da troppo tempo sta mettendo a dura prova la tenuta del sistema della caccia in Italia.

I cinghiali Il problema del cinghiale non si risolve con interventi spot o solo contrastando l’emergenza del momento e facendo sì che l’emergenza diventi ordinaria: per affrontarlo, di questo ne siamo certi, occorre un piano gestionale con regole ben definite. Sono ormai anni che l’Arci Caccia Umbria chiede una separazione netta tra ciò che è caccia e ciò che deve essere gestione e prevenzione, due questioni ben distinte. Va regolamentata la caccia al cinghiale come attività ludico ricreativa, perché torni a essere gratificante per tutti, squadre e non solo, il tutto necessariamente attraverso una regolamentazione specifica per la gestione della specie che deve tenere conto anche di altri fattori che non possono solo essere gli abbattimenti; vanno individuate linee guida gestionali per tutto il territorio, non solo quello a caccia programmata, ma anche in tutte le aree protette, demaniali, comprese le aziende private.

Un disgraziato regolamento Se da una parte c’è l’esasperazione degli agricoltori dall’altra c’è anche l’esasperazione di quei cacciatori responsabili che si impegnano costantemente per contrastare il fenomeno cinghiale: sono migliaia i quelli che si adoperano per attuare contenimenti notturni, installazioni di recinzioni e così via in maniera del tutto volontaria; e purtroppo molto spesso tutto questo impegno è vanificato dal mancato raggiungimento del risultato. Il mondo agricolo e quello venatorio devono trovare la sintesi: da una parte si deve produrre e creare reddito e dall’altra occorre difendere una passione e diffondere la cultura di una corretta gestione e di una caccia moderna, «una mano lava l’altra e tutte e due lavano il viso». Un regolamento disgraziato come quello in vigore, fa ricadere sulle spalle delle squadre tutte le responsabilità gestionali, compreso il pagamento dei danni laddove non si raggiungano piani di abbattimento previsti per ogni distretto. Tutto ciò continua a creare problemi al mondo venatorio che se da una parte vuole collaborare dall’altra non è messo in condizione di poterlo fare; anche se occorre ricordare che la modifica del regolamento fu approvato per acclamazione delle stesse squadre, non tenendo conto dei risvolti che avrebbe avuto.

Il cinghiale come risorsa L’Arci Caccia da sempre si è opposta a questo regolamento perché erano evidenti le criticità che portava in seno, ma giustamente a suon di democrazia fu approvato. Nella caccia al cinghiale serve ritrovare un equilibrio fondamentale tra le squadre, gli agricoltori e i cacciatori, isolando tutti quei soggetti, cacciatori compresi, che guardano all’interesse proprio e non a quello generale. Stiamo portando avanti da molto tempo l’idea che il cinghiale può essere una risorsa e non soltanto un problema, se solo si fosse in grado di avviare un percorso di filiera per commercializzare le carni derivate dagli interventi di contenimento a protezione delle colture agricole. Per il futuro serve anche ricollocare socialmente la figura del cacciatore, all’interno di una società oramai distante anni luce, ma che lentamente si sta rendendo conto che le nostre città vengono invase quotidianamente da fauna selvatica di ogni tipo creando non pochi problemi di convivenza con l’uomo; tra gli esempi si possono citare i cinghiali nei parchi di Roma e, per restare nel territorio umbro, i quelli fotografati alla periferia di Terni e il capriolo nei pressi dell’ospedale di Foligno. Tutte situazioni anomale dovute alla continua espansione di queste specie, ma anche alla voracità con cui l’uomo continua a divorare terreno.

Ripristinare gli equilibri Perciò con i giusti strumenti e la dovuta preparazione, il cacciatore può contribuire al ripristino degli equilibri fondamentali per una serena convivenza con la fauna selvatica. Non parliamo solo di abbattimenti ma anche di corretta gestione dell’ambiente attraverso gli Atc e magari con la collaborazione di quegli ambientalisti di città che non sanno solo dire no a tutto. La fauna stanziale in lento declino ha bisogno di progetti concreti per il futuro: l’idea gestionale che fino a qualche anno fa era in grado di produrre biodiversità a vantaggio di tutti, non solo dei cacciatori oggi si sta esaurendo, perciò necessità di iniziare a valutare altre strategie. Le finalità della caccia non possono rimanere legate solo alla logica del carniere, ma devono trovare il giusto equilibrio tra gestione del territorio, della fauna e del prelievo, garantendo ricchezza in termini di biodiversità e facendo sì che le nostre campagne tornino ad essere ricche di vita. Le sfide per il futuro devono rilanciare una corretta gestione del territorio e della fauna provando e sperimentando, imparando dagli errori. Il prontacaccia o gli allevamenti sono cure palliative per il problema, il lancio di fagiano perpetrato da alcuni Atc il mese di agosto parla alla pancia dei cacciatori e non alla testa; si può essere più scellerati?

Un nuovo modello In particolare quest’anno con la siccità che si protrae ormai da mesi e le temperature ben al di sopra dei quaranta gradi dei primi giorni di agosto immettere piccoli fagiani di allevamento senza strutture di ambientamento ha significato condannarli a morte certa. Questa non è la gestione dell’Arci Caccia, questa è la gestione di chi maltratta i cacciatori e direttamente o indirettamente da ormai trent’anni governa gli Atc umbri. Certo per avviare un nuovo modello di gestione c’è bisogno anche della collaborazione e del coinvolgimento pieno e responsabile dei cacciatori, perciò chi ha ancora la passione per la caccia alla selvaggina stanziale si deve unire, per far sì che nel giro di pochi anni si torni ad avere un patrimonio faunistico importante. L’Arci Caccia è pronta ad ascoltare i cacciatori sul territorio e recepire le loro istanze, perché le rivoluzioni non si impongono dall’alto, ma partono dal basso. Attenzione perché l’incapacità di dare risposte nella gestione di ambiente e fauna, danni da cinghiale fuori controllo e animali che invadono le città stanno decretando il fallimento degli Ambiti territoriali di caccia. E per chi crede nella caccia sociale e sostenibile sono l’unico argine ad una deriva privatistica della caccia. Comunque, al di la dei problemi contingenti che necessitano di risposte immediate colgo l’occasione per augurare da parte mia e di tutto il consiglio regionale dell’Arci Umbria un in bocca al lupo per la prossima stagiona venatoria affinché che si svolga nel rispetto delle regole e con l’augurio che sia una stagione da incorniciare.

FIDC: IL VICE PRESIDENTE BUCONI A UNO MATTINA. SCIENZA CONTRO EMOTIVITÀ

  • Pubblicato in Notizie

“Difendiamo le ragioni della scienza contro le richieste dettate dall’emotività”. Così il vicepresidente nazionale di Federcaccia Massimo Buconi ha risposto al presidente della Lipu Fulvio Mammone Capria davanti alle telecamere di Unomattina. La popolare e seguitissima trasmissione del primo canale Rai, ha dedicato questa mattina uno spazio alla richiesta di molte sigle animaliste, rappresentate appunto dalla Lipu, di accorciare o sospendere del tutto la stagione venatoria a causa degli incendi e della siccità.

Di fronte alle argomentazioni di Mammone Capria, Buconi ha risposto con autorevole fermezza che i cacciatori sono pronti a rimettersi alle decisioni prese dalle autorità purché queste si basino su precisi fatti scientifici accertati da organismi indipendenti e non sull’onda di una emotività tanto forte quanto disinformata.

Fra le altre cose, il vicepresidente nazionale, ha sottolineato come con lo stesso metodo di calcolo utilizzato dalle associazioni animaliste per dichiarare la scomparsa di 40 milioni di animali in seguito agli incendi, si ottiene la stupefacente cifra di 5 miliardi di animali sul restante territorio nazionale.

“Quello che nessuno dice – ha concluso poi Buconi – è che proprio questa stagione così calda e priva di forti precipitazioni, ha fatto sì che il tasso di riproduzione dei selvatici sia stato particolarmente alto e positivo”.

La puntata sarà visibile in streaming appena resa disponibile da Rai 1 all’indirizzo http://www.raiplay.it/programmi/unomattinaestate/
(www.ladeadellacaccia.it)

FIDC LAZIO: SULLE ROTTE DEI MIGRATORI, “L’IMPORTANZA DELLA RACCOLTA DATI”

Giovedì 31 agosto a Passo Corese si discute di caccia e scienza con il Centro Studi Federcaccia.

L’importanza della raccolta dati per una corretta gestione delle specie migratorie sarà al centro del convegno organizzato da Federcaccia Rieti giovedì 31 agosto dalle 9 alle 13.30 a Passo Corese (Fara in Sabina), presso Martini Eventi in via dell’Arci, dal titolo “Caccia alla migratoria: l’importanza della raccolta dati”.

All’evento parteciperanno in qualità di relatori il dottor Michele Sorrenti e il dottor Daniel Tramontana, del Centro Studi Federcaccia. Vi prenderanno inoltre parte l’assessore regionale all’Agricoltura, Caccia e Pesca del Lazio Carlo Hausmann, il vicepresidente nazionale della Federazione Italiana della Caccia Massimo Buconi, il vicepresidente nazionale della settoriale Ucim (migratoristi) Francesco Bonomo e le massime cariche regionali e provinciali della Federcaccia Lazio e Rieti. Al centro dell’attenzione sarà l’impegno di Federcaccia per la conoscenza e gestione delle specie, con la scienza e la tecnologia al servizio della ricerca anche per la formulazione, da parte delle istituzioni, di calendari venatori corretti dal punto di vista dei tempi e delle specie migratorie cacciabili.

Il monitoraggio degli uccelli migratori durante il passo autunnale e il ripasso primaverile, con particolare riferimento alle specie beccaccia, tortora, quaglia, allodola e l’insieme dei turdidi, l’analisi dei prelievi durante la stagione venatoria e la collaborazione tra i più moderni strumenti di ricerca e la conoscenza e memoria storica dei cacciatori dei luoghi interessati dagli studi, sono la chiave per la salvaguardia della biodiversità e la tutela reale delle popolazioni selvatiche. Per informazioni contattare la sezione provinciale di Rieti allo 0746201234 oppure www.federcacciarieti.it.

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