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L’eredità preziosa di Carlin Petrini che non possiamo limitarci a commemorare

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Ho avuto modo di conoscere Carlin Petrini dentro quello straordinario laboratorio di diversità sociale e culturale che fu l’Arci degli anni ’80. Un mondo vivo, inquieto, creativo dove ci si sentiva parte integrante di un progetto collettivo di cambiamento, non semplici spettatori di una stagione politica e culturale. Fu proprio in quel contesto che prese forma Arcigola, esperienza che in maniera evolutiva divenne prima Arcigola Slow Food e poi semplicemente Slow Food. Non un marchio ma una visione del mondo.
Carlin Petrini verrà ricordato, giustamente, come il fondatore di Slow Food, il custode della biodiversità alimentare, il critico del consumismo e dell’omologazione industriale del cibo. Verranno celebrati i suoi discorsi sulla dignità dei contadini, sulla difesa dei territori, sulla necessità di rallentare. Ma probabilmente pochi avranno il coraggio di ricordare anche l’aspetto più scomodo e autentico del suo pensiero. Il rapporto profondo tra cultura del cibo, ruralità e caccia.
Petrini non ha mai nascosto quella memoria ancestrale che legava la convivialità ai sapori della selvaggina, ai profumi delle cucine di campagna, ai tordi arrostiti sulle braci nelle strade di Montalcino. In Slow Food Revolution, scritto con Gigi Padovani, evocava senza ipocrisie un’Italia contadina dove il cibo non era marketing identitario, ma relazione concreta con la terra, con le stagioni e con la vita animale.
Pur non essendo cacciatore, Petrini ebbe il coraggio, raro soprattutto negli ultimi anni, di costruire un dialogo serrato con il mondo venatorio, riconoscendo in esso una componente storica delle culture rurali italiane e un interlocutore importante nella gestione del territorio e della biodiversità. Quel confronto prese forma inizialmente con Arcicaccia e successivamente anche attraverso iniziative condivise con Fondazione UNA, che ha tra i soci fondatori Federcaccia, Enalcaccia e la stessa Arcicaccia e partner di progetto come AB Agrovenatoria Biodiversita’ ma anche Federparchi. Progetti come Selvatici e Buoni o la presenza del mondo venatorio a Slow Village durante Terra Madre rappresentarono tentativi concreti di superare steccati ideologici, mettendo al centro sostenibilità, filiera corta, recupero della selvaggina e lotta allo spreco alimentare.
Oggi, in un tempo dominato dalle semplificazioni ideologiche, molti preferiscono dimenticare questa parte del suo percorso. Non per adesione caricaturale a una visione nostalgica della caccia ma perché Petrini comprese che la gestione della fauna, il recupero della selvaggina e il rifiuto dello spreco appartenevano a una stessa idea di sostenibilità reale, molto diversa da quella ridotta a slogan pubblicitario.
La sua posizione era scomoda perché rompeva gli schemi. Difendere la biodiversità non significava negare la storia delle comunità rurali; parlare di etica alimentare non voleva dire demonizzare chi viveva il territorio in modo diretto; sostenere la filiera corta significava anche valorizzare risorse alimentari che la modernità urbana aveva relegato ai margini.
Petrini aveva capito prima di molti altri che la sostenibilità non nasce dalla propaganda morale ma dalla conoscenza profonda degli ecosistemi, delle culture locali e dei limiti della natura. Per questo invitava al confronto tra ambientalisti, gastronomi e cacciatori. Non per cancellarne le differenze ma per costruire una responsabilità condivisa verso il territorio.
La biodiversità, ripeteva Slow Food, “non è un’operazione di marketing”. E forse il modo più onesto per ricordare Carlin Petrini è quello di riconoscere che il suo pensiero era troppo libero per essere ridotto alle etichette rassicuranti con cui oggi alcuni proveranno a celebrarlo.
Di lui ci resta soprattutto una grande lezione di vita e di impegno civile. La capacità di difendere le proprie idee senza settarismi, di costruire ponti invece di muri, di tenere insieme cultura, convivialità, ambiente e giustizia sociale senza cedere alle mode o alle convenienze del momento. È un’eredità preziosa che non possiamo limitarci a commemorare anche perché ciò che esprimeva è sempre di grande attualità. Abbiamo il dovere morale e culturale di proseguirla, con lo stesso coraggio, la stessa libertà intellettuale e la stessa passione per l’umanità e per la terra che hanno guidato tutta la sua vita.

Da https://www.bellaciao.blog/politica/leredita-preziosa-di-carlin-petrini-che-non-possiamo-limitarci-a-commemorare/

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