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C’era una volta…

C’era una volta…
C’era una volta il cacciatore di montagna.
Irsuto e caparbio, pietra iniettata direttamente nelle ossa, gambe d’acciaio e un corpo fatto per resistere a fatiche sovraumane, con qualcosa che lo distingueva al primo sguardo dal cugino di pianura: il fatto, apparentemente scontato ma a mio avviso per nulla trascurabile, di essere innanzitutto un uomo di montagna.   
Fino alla metà del secolo scorso probabilmente non esisteva un netto divario, almeno da un punto di vista del tenore di vita, tra la realtà dell’area alpina e quella di coloro che vivevano in zone pianeggianti (le risorse legate alle attività rurali erano per molti versi simili e, anzi, esistevano particolari ambiti che godevano di situazioni privilegiate, come pascoli abbondanti, riserve di legname pregiato e miniere). Fatto inevitabile era comunque che i montanari fossero temprati dalla durezza dell’ambiente in cui vivevano. La pendenza del territorio, la necessità di spostarsi per pratiche stagionali quali la transumanza, la difficoltà a muoversi anche solo da un paese all’altro a causa delle scarse vie di comunicazione, gli inverni rigidi e nevosi, rendevano l’uomo di montagna un personaggio rustico e tenace, abituato a sudare e a risparmiare le energie. Le case, lo vediamo ancora oggi, erano fatte in maniera molto semplice: muri a secco che fornivano un riparo a malapena sufficiente contro le rigide temperature invernali, tetti privi di coibentazione termica, pavimenti di legno o pietra quando non addirittura semplice terra battuta. Ai nostri occhi poco abituati diventa difficile distinguere quelle che un tempo erano le stalle dalle abitazioni degli esseri umani.   
E così, quando l’uomo di montagna decideva di andare a caccia, sapeva bene di avere davanti a sé la prospettiva di centinaia, a volte migliaia di metri di dislivello, per cercare di insidiare quei camosci che un pensiero lontano anni luce dai moderni principi di gestione aveva relegato alle quote più elevate, tra valichi alpini e valloni desolati. Imprese che non di rado richiedevano pernottamento all’addiaccio, rannicchiati sotto una roccia con un telo a coprire le spalle, conoscenze alpinistiche per superare i passaggi più insidiosi e, di conseguenza, uno zaino pesante ed equipaggiato con tutti il necessario. Come ci insegna la letteratura dei ricordi, uscite di caccia che spesso assumevano la tinta dorata dell’epica. 
Questo era il cacciatore di montagna.
Oggi la storia è alquanto cambiata perché siamo noi, i protagonisti, ad aver mutato pelle.
Specchio della trasformazione culturale che ha segnato il nostro mondo occidentale nell’ultimo mezzo secolo o poco più, anche noi cacciatori di montagna abbiamo adattato il nostro tenore di vita alle opportunità che il periodo storico ci metteva a disposizione: viviamo in case ben riscaldate e comode, facciamo lavori sempre più sedentari e molto spesso tra le valli che amiamo non ci abitiamo neanche più stabilmente, muovendoci per chilometri e chilometri dalla città fino al luogo delle nostre passioni. Questo non ci deve certo sminuire ma, pur con gran motivazione, bisogna ammettere che non siamo più uomini di montagna.  
E lo dimostriamo nei nostri atteggiamenti di tutti i giorni, rapportandoci con l’ambiente alpino non come chi ne subisce la durezza e i limiti, ma cercando in tutti i modi di smussarne la spigolosa presenza. Appiattendolo, si potrebbe dire, e facendo nostro quel motto dal profumo molto democratico, sempre più di frequente sulla bocca di escursionisti e “nuovi frequentatori” secondo cui la montagna è di tutti. Ultimo teorema della mentalità contemporanea, diffuso dal Lago di Braies al Pian della Mussa: se esiste un luogo bello, allora deve esserci una strada carrozzabile per raggiungerlo. 
Dal momento che una regola vale per il turista e il fotografo naturalista non si capisce perché dovrebbero esserci eccezioni per il cacciatore e così ecco che il pensiero venatorio non si discosta più granché da quanto detto. Dopotutto l’efficienza è sempre stata un valore importante nella caccia, perciò laddove viabilità e tecnologia possono aiutare, perché rifiutarle? Quanti esperti cacciatori di selezione prendono un camoscio al mattino, corrono al centro di controllo per depositare l’animale in cella frigorifera e poi tornare la sera per l’attesa del capriolo? Tanti? Sbagliato. Sono pochi perché bisogna essere bravi per farlo, ma questo è un altro discorso. Il fatto è che potenzialmente però ci provano in molti. 
Non tanto diverse sono le aspirazioni di quei cinofili, improntati ad un’attività che ogni giorno di più è influenzata dalle dinamiche dell’agonistica prova di lavoro, per cui l’ideale è quello di recarsi sul luogo di caccia con un bel furgone allestito di tutto punto e far scendere i cani a turno, mano a mano che si stancano: un’oretta con il più vecchio, poi sotto al più giovane e così via fino a mezzogiorno alla ricerca di selvaggina e mirabolanti prese di punto. Sono tanto lontano dalla realtà? Non credo proprio. Solo qualche settimana fa la Guardia Forestale è riuscita a dimostrare alcune irregolarità dietro la costruzione della carrabile che risaliva un noto vallone dalle mie parti, ottenendone la chiusura al traffico; la notizia ha portato notevole scompiglio tra tutti i fruitori e anche i cacciatori non sono rimasti indifferenti, apparentemente derubati di un diritto che pareva scolpito nella pietra della montagna dalla santa mano degli antenati.
Ora, io mi rendo conto che le mie sono parole al vento, ma nonostante ciò voglio provare ancora una volta a porre la domanda: siamo proprio sicuri di essere sulla strada giusta?
È questo ciò che vogliamo per il futuro della caccia?
Trovo che sarebbe davvero bello se il cacciatore di montagna finalmente cominciasse ad attribuire alla fatica il valore che le spetta, tornando a gustarsi il piacere dell’ascensione, dell’esplorazione e dell’immersione intima nella Natura con la maiuscola: quella un po’ burbera, che non conosce strade o scorciatoie e con la quale è necessario fare i conti anche quando mette il broncio, trattandola sempre con estrema attenzione.
Lo so bene che la distanza è difficile da coprire e che la salita costringe quasi sempre a copiose sudate; non capita mai che la montagna faccia sconti. Eppure ci sono giornate in cui è proprio lo sforzo esasperato a dare una dimensione epica all’impresa ed il ricordo che ci lascia dentro, bene intangibile che non si può segnare sul tesserino o portare al centro di controllo, diventa un’immagine stampata sulla pellicola del cervello che si riaffaccia per i mesi a seguire. Soddisfazioni che non sono semplice poesia.
Sarebbe senza dubbio una caccia meno spettacolare, fatta di cani stanchi che non badano più tanto al portamento di testa, fatta di uomini con gli scarponi logorati e il mal di testa per la mancanza di sonno. Di colpi mancati e di zaini pesanti. Eppure sono convinto che sarebbe un’attività ugualmente in grado di appassionare ed avere seguaci: una caccia più rustica, fatta di gesti e di passi, di capacità fisiche e mentali in grado di tornare a legare l’uomo alla terra, per fargli piantare quelle radici profonde che oggi sembrano quasi seccare all’aria. Mi piacerebbe che i cacciatori di montagna tornassero a gustare il sapore del sale delle rocce, smorzando il divario tra predatore e preda con un genuino velo di stanchezza steso sulla superiorità tecnologica del primo, per pareggiare i conti facendo pendere l’ago della bilancia in base al fiato e alla forza delle gambe.
Un sereno confronto con la Natura, sentirsene figli e parte, senza ricadere nella banale retorica del pensiero polemico secondo cui stavamo meglio quando stavamo peggio: qui nessuno vuole tornare indietro. La Storia procede a grandi passi ed è impossibile sottrarsene, ma davanti a noi abbiamo la possibilità di fare molte scelte e non sempre quella più scontata o semplice è anche la scelta giusta. 
 
 
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