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Maestri

 

 

Fin da bambino ho avuto due grandi maestri di caccia il cui ricordo non mi abbandona mai. Vivevano in montagna e per la montagna loro due, al punto che in Valle Orsiera non esiste sasso, albero o cespuglio che non mi ricordi le loro facce. Quando c’è nebbia e pioviggina un po’ vedo Bruno che scende attraverso gli ontani bassi e i rododendri in cerca del forcello. Quando invece la neve è alta rivedo Mario, mio padre, che arranca in silenzio a testa bassa per seguire le piste di un cinghiale: instancabile segugio.

Erano amici e sono scomparsi entrambi troppo in fretta, lasciando lassù coturnici, camosci e beccacce e me solo a ricercarli.

Non andavamo sempre d’accordo. Per carità, che baruffe! E non erano poi tanto in armonia neppure loro perché nutrivano uno per l’altro un po’ di velata gelosia ed erano in costante competizione: uno era più giovane e spavaldo, l’altro più esperto e sicuro di sé; uno era feroce e ringhiava, l’altro mordeva e faceva male. Alternavano momenti di goliardica compagnia a lunghi periodi di silenzio e ombra, eppure a modo loro si stimavano e si volevano bene.

Non era facile per me essere loro allievo, ma solo adesso mi accorgo che ho avuto modo di imparare tanto da loro. Figli di quella valle selvaggia, abituati a quell’ambiente ostile, possedevano entrambi una tenacia che non riesco a ritrovare in nessun altro. Con loro le giornate iniziavano davanti ad un caffè fumante e all’immancabile sigaretta di Bruno qualche ora prima che venisse giorno per concludersi soltanto quando il sole era già andato giù da molto tempo.

"Non è finita finché non sei alla macchina"

mi diceva sempre mio padre, ma spesso mi faceva ancora tenere il drilling carico tra le gambe fino a quando non si raggiungeva la statale. E solo allora permetteva che lo rimettessi in custodia, considerando terminata la giornata di caccia. Quante volte l’ho visto risalire un canalone seguendo il soffio di un forcello mentre la sera si addensava intorno a noi ed eravamo ancora in alto! Quante volte l’ho visto seguire i suoi irlandesi oltre una cresta perché magari là, o forse un po’ più in là, o più in là ancora poteva esserci una nidiata di coturnici. Su, su, dal paese fino alle pietraie più alte, macchiate di ghiaccio, alla ricerca di una pernice o di un biancone, mentre io, ben più giovane di lui, non avevo più la forza di reggermi in piedi. E i cani dovevano andare come lui, sempre e tutto il giorno. Se non avevano le gambe se le facevano venire.

Bruno se la prendeva più comoda, ma era capace di sprint a cui non potevi stare dietro e sbuffando si arrampicava tra le rocce e pini mughi del Civrari come un camoscio. Senza perdere mai un solo giorno. E nel tiro aveva più fortuna che occhio, pur portando sempre giù qualcosa.

Erano forti quei due. Non badavano tanto all’abbigliamento o alle vettovaglie: nello zaino avevano sempre binocolo, corde e mangiare per i cani, ma raramente portavano più di un panino e una bottiglietta d’acqua per sé. Gli scarponi, quelli sì che erano di qualità, ma per il resto si vestivano con pantaloni di recupero, camicie stracciate e giacche a vento coperte di toppe; qualche volta a vederli in giro sembravano briganti! Contava poco il come e il quando. L’importante era andare.

Si mettevano in cerca prima che sorgesse il sole e non si fermavano più, insegnandomi il senso dell’avidità: non il terribile difetto di cui si macchiano tanti esseri umani d’oggi, ma quella caratteristica che i cinofili tanto apprezzano nei loro cani. La brama, la voglia di scovare che, come una febbre, spinge i migliori cacciatori e i loro ausiliari a scarpinare attraverso colline e montagne, con qualsiasi condizione atmosferica, inarrestabilmente e senza demordere mai.

 

 

 

 

 

Ora vado a caccia da solo. Non sono un amante delle grandi brigate e a volte basta il rumore dei passi di un solo compagno a infastidirmi. Ho l’impressione di lavorare meglio se non c’è nessuno con me: non mi sento sguardi addosso, non devo render conto dei miei movimenti e spesso riesco ad approcciare il selvatico con maggior cautela. Non mi sento superiore a nessuno, non voglio dir questo. E’ solo che le battute con tanti partecipanti non fanno per me. E non mi è congeniale dovermi ritirare a metà giornata perché un impegno mi richiama altrove. Amo la vastità della montagna, il silenzio e la fatica. Io, un bracco che parla con gli occhi e nessun altro. Oppure no?

A volte, scendendo un canalone nella nebbia fitta mi sembra di sentire ancora vecchi racconti narrati da una voce profonda: gesta di cacciatori d’altri tempi. Quando la beccaccia mi beffa nel bosco, mi fermo un istante come per udire gli altri colpi che inevitabilmente sarebbero venuti dall’altro lato della sponda. E quando mi asciugo davanti al falò di un alpeggio, dopo una lunga mattinata ai galli, mi pare che il profumo di una sigaretta forte si mischi a quello della legna umida.

Allora capisco che non sono poi così solo come credo di essere. Lassù e dentro di me, i miei maestri vivono ancora.

 

A Mario e Bruno,

 

 

Marco Sartori

 

 

 

 

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