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Stati Generali del CUFA, i cacciatori rappresentati da Arci Caccia

ARCI Caccia agli Stati Generali delle attività convenzionali delle Unità Forestali, Ambientali e Agroalimentari Carabinieri.

Il 22 novembre si sono svolti a Roma, presso “Salone di Rappresentanza” della Caserma “Salvo D’Acquisto” gli Stati Generali delle attività convenzionali del CUFA.

Un appuntamento che si rinnova ogni anno, di confronto tra tutto l’Associazionismo italiano che ha attivato una Convenzione per attività di collaborazione con l’ARMA dei Carabinieri.

I lavori sono stati aperti dal Generale Antonio Ricciardi, Comandante del CUFA. Ne è seguito un dibattito ricco di interventi non rituali e scevri da ideologie, con al centro l’interesse della tutela e della conservazione dell’ambiente, della biodiversità e del benessere animale.

Molti degli interventi hanno fatto richiamo alla necessità di alzare il livello nella lotta al bracconaggio.

Intervenendo, il Direttore Generale Osvaldo Veneziano, ha posto l’accento sulle prime iniziative assunte di collaborazione con i Carabinieri, a partire dalla Provincia di Salerno e poi Latina e le altre ad oggi impegnate ed in operazioni di prevenzione degli incendi ed ha ricordato impegni storici dell’ARCI Caccia nell’antibracconaggio: Stretto di Messina, Ischia, Fiere degli Uccelli, per dirne solo alcune.

La necessità non più da sottovalutare della lotta al bracconaggio, richiede di trasferire quelli che sono gli indirizzi degli Stati Generali, in attività di collaborazione pratica, provincia per provincia, partecipi i volontari di tutto l’associazionismo, senza pregiudiziali. Solo i Carabinieri nelle Province possono dirigere, indirizzare in modo efficace il volontariato, ancorchè articolato ma unito.

Un’aggregazione di risorse umane espressione delle diverse Associazioni, con disponibilità di mezzi e strumenti che dedicano il loro tempo libero anche alla tutela del Paese.

Occorre formazione, conoscenza, selezione che le donne e gli uomini dell’ARMA, sono in grado di offrire.

Le Bandiere dell’associazionismo insieme, al servizio della Bandiera Italiana, questo è l’obiettivo.

Nelle conclusioni, il Generale Ricciardi, cui tutti i partecipanti intervenendo hanno riconosciuto i meriti del lavoro svolto, ha richiamato l’esigenza di una più stretta collaborazione anche nei territori, l’esigenza di un progetto unitario di educazione ambientale cui ha invitato ad essere partecipi e protagonisti l’associazionismo presente, avendo quale interlocutori la scuola ed i giovani.

Nelle conclusioni, il Generale Ricciardi, ha richiamato anche il contributo che i cacciatori possono dare nella lotta al bracconaggio.

Prima di salutare ha ricordato l’impegno di tutti ad essere al servizio del Tricolore.

L’ARCI Caccia si unisce al plauso diffuso al Generale Ricciardi che lascia il Comando del CUFA per un naturale avvicendamento.

L’appuntamento ci porta a sottolineare l’importanza e l’utilità educativa e formativa della Rivista #Natura, Rivista di Territorio e Ambiente dell’ARMA dei Carabinieri

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L’Abbonamento (6 numeri) costa € 13,00. Il versamento può essere effettuato sul c/c postale numero 274019 intestato a Ente Editoriale per l’Arma dei Carabinieri, Piazza San Bernardo, 109, 00187 Roma o mediante Bonifico Bancario intestato a: Ente Editoriale per l’Arma dei Carabinieri c/o Banca Nazionale del Lavoro – IBAN IT85U0100503387000000002802

 

Le carenze nella gestione del fagiano

La grave crisi che oggi attanaglia la piccola selvaggina è un problema davvero irrisolvibile? E’ dunque giustificato il crescente ricorso alla selvaggina allevata in cattività? I gravi limiti che caratterizzano la selvaggina allevata giustificano la cosiddetta pronta caccia?
Quali che siano le difficoltà ecologiche oggi incontrate da lepri, fagiani, ecc. queste possono essere sicuramente attenuate. La tecnica ha messo a nostra disposizione una serie di accorgimenti, di facile esecuzione e di costo irrisorio, che sono perfettamente in grado, se non di eliminare del tutto questi problemi, almeno di ridurli in misura assai rilevante. Così, laddove si fa una buona gestione faunistica e venatoria, queste specie dimostrano di possedere ancora enormi capacità riproduttive.
La primavera - estate del 2017, con la sua grande siccità, aveva indubbiamente penalizzato fortemente la riproduzione dei fagiani (selvatici s’intende). La primavera – estate 2018 ha viceversa decretato un successo nella riproduzione di questi selvatici come da anni non si vedeva. Personalmente, tanto per fare un esempio, in una delle realtà faunistiche e venatorie che seguo, caratterizzata da una popolazione totalmente naturale di fagiani ben gestita, ho registrato, tra la primavera e l’estate di quest’anno, una densità di quasi 15 covate per 100 ettari ed una densità di nuovi nati pari a quasi 89 piccoli per 100 ettari. In altri termini questa popolazione ha dimostrato di saper recuperare brillantemente un’annata sfavorevole come quella del 2017. Infatti, l’incremento registrato dalle covate è stato pari ad oltre il 300%, mentre quello dei giovani ha superato addirittura il 360%. Alla faccia di chi afferma che non esisterebbero più le condizioni perché le fagiane possano riprodursi naturalmente!
Questi semplici dati stanno a dimostrare come il vero problema della piccola selvaggina non sia rappresentato tanto dalla situazione ambientale, che per quanto negativa possa essere è comunque affrontabile e almeno in parte attenuabile, quanto piuttosto dalle spaventose carenze che oggi caratterizzano la gestione della piccola selvaggina stanziale. Oggigiorno, così come in passato, per avere successo nella gestione faunistica e venatoria della piccola selvaggina è indispensabile intervenire simultaneamente su due aspetti di fondamentale importanza: il miglioramento ambientale volto a favorire l’alimentazione e la riproduzione naturale e il contenimento dei predatori: volpe e corvidi. Esistono fior di esperienze che dimostrano come sia assolutamente indispensabile prestare grande attenzione a entrambi questi aspetti. Provvedere ad uno solo di essi equivale, infatti, a condannare a sicuro insuccesso qualsiasi tentativo di gestione. E questo purtroppo, è quanto avviene in tante parti del nostro Paese.
Un limite della selvaggina di allevamento è quello di essere del tutto incapace di difendersi dai predatori. Ma anche il passaggio da un’alimentazione del tutto artificiale, quale quella che viene praticata in cattività, ad un regime alimentare del tutto naturale, quale quello a cui deve far fronte l’animale nell’ambiente selvatico, non è certamente privo di inconvenienti. Tuttavia, il limite maggiore della selvaggina allevata, senza distinzione di sorta, è quello sanitario. La stabulazione comporta inevitabilmente che la patologia insorta in un singolo individuo coinvolga in brevissimo tempo, se non tutti, sicuramente gran parte dei soggetti che condividono con lui gli angusti spazi dell’allevamento. Non solo, ma queste patologie, nel tempo, finiscono inevitabilmente per diventare croniche. E’ sufficiente leggere la composizione di un qualsiasi mangime per rendersi conto come in esso siano sempre presenti principi attivi destinati a tenere a bada le patologie più diffuse negli allevamenti. Ma i farmaci in grado di tenere sotto controllo le diverse patologie all’interno dell’allevamento, nulla possono allorché gli animali sono liberati nell’ambiente naturale. Inoltre, così come avviene nei fagiani, le patologie più nefaste non si manifestano subito dopo l’immissione, bensì in concomitanza con la riproduzione naturale che così viene ad essere pesantemente penalizzata.
La gestione faunistica venatoria ha tuttavia messo a punto dei validi accorgimenti gestionali anche per ovviare ai limiti della piccola selvaggina allevata in cattività. Esistono infatti tecniche di ambientamento capaci di attenuare buona parte delle difficoltà di questo tipo di animali e consentire loro di sopravvivere. Una buona gestione faunistica e venatoria è poi in grado di trasformare, in un ragionevole arco di tempo, anche questa selvaggina in una vera e propria fauna selvatica capace di riprodursi con successo allo stato di natura. Allora, in conclusione, per rispondere alle domande iniziali, non ci sono ragioni plausibili per dover rinunciare alla gestione e affidarsi alla degradante pratica della “pronta caccia”: un’attività appannaggio solo di coloro che stoltamente ritengono che la caccia sia semplicemente premere un grilletto.

Roberto Mazzoni della Stella

Arci Caccia Marche: La specie cinghiale - una puntualizzazione sulla gestione faunistico venatoria SULLA GESTIONE FAUNISTICO VENATORIA

Il cinghiale (Sus Scrofa) ricopre un ruolo decisivo nel panorama della gestione faunistica. Il cinghiale è una specie onnivora, particolarmente plastica e contraddistinta da una capacità riproduttiva sorprendente. Queste peculiarità hanno determinato, nel tempo, anche grazie ai cambiamenti climatici e all’ accrescimento incondizionato di boschi, un aumento considerevole del numero degli individui non solo nella nostra Regione, ma in tutto il territorio nazionale, provocando una situazione delicata e critica a livello gestionale che sta determinando problematiche nei rapporti tra mondo agricolo e venatorio.
Abbiamo assistito da parte dell’associazionismo agricolo, in questi ultimi periodi, a prese di posizioni molto forti nei confronti della politica regionale, quindi, nei confronti dei cacciatori di cinghiali.
Alcune Associazioni Agricole ritengono che l’elevata densità di cinghiale sia dovuta principalmente ad una cattiva attività gestionale delle specie da parte delle squadre di braccata alle quali è affidato un dato territorio di caccia (unità di gestione), perciò, propongono la “rotazione delle squadre di braccata”.
Arci Caccia Marche sostiene che un’organizzazione del prelievo venatorio del cinghiale che preveda la “rotazione delle squadre di braccata” sarebbe una scelta tecnicamente sbagliata in quanto verrebbe meno a principi di carattere gestionale e sociale, fondamentali per lo svolgimento della tecnica di prelievo nella forma collettiva anzidetta.
Applicare la turnazione delle squadre significherebbe ritornare al passato, quando ciò aveva un senso data l’esigua presenza di cinghiale sui nostri territori. Oggi la presenza di cinghiale è abbondante in qualsiasi luogo, dalla costa alla montagna. La strategia migliore per contenere i livelli di accrescimento della specie e unica possibilità per ottenere dei buoni frutti, in riferimento alle problematiche che il cinghiale sta creando, è quella di conferire alle squadre che gestiscono una propria unità di gestione, gli oneri dei risultati attraverso l’adozione, da parte degli Ambiti Territoriali di Caccia, di protocolli operativi che dovrebbero responsabilizzare maggiormente le squadre in tutti gli aspetti della gestione (caccia, controllo numerico e interventi di prevenzione dei danni). Ciò non sempre avviene e vi è la necessità che si provveda tempestivamente. Il Piano Faunistico Venatorio Regionale (PFVR), il documento tecnico-politico di pianificazione faunistica regionale che dovrà essere emanato con ogni probabilità nel prossimo 2020, dovrà delineare linee tecniche di gestione della specie cinghiale semplici e incontrovertibili, finalizzate ad ottenere risultati certi. Ci sono realtà regionali italiane nelle quali sono stati adottati virtuosi protocolli operativi che stanno dando ottimi risultati creando una contrazione sensibile dei danni alle colture agricole, senza prevedere la rotazione delle zone di caccia.
Anche l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, ISPRA, nelle “Linee guida per la gestione del cinghiale”, ribadisce nitidamente che è fondamentale, per una corretta gestione del cinghiale, esercitare in modo esclusivo la propria attività venatoria in una “zona di caccia” alla quale ciascuna squadra di braccata dovrà risultare inscindibilmente vincolata.
Arci Caccia Marche ritiene, quindi, che sia il redigendo PFVR, sia i disciplinari/protocolli operativi degli AA.TT.CC. marchigiani, dovranno rispondere con un rinnovato slancio alle problematiche che oggi e sempre più la specie causa sui territori.
Per affrontare al meglio questa ed altre criticità, Arci Caccia Marche ha istituito un TAVOLO APERTO a tutti i sani rappresentanti del mondo associativo venatorio, agricolo e ambientalista per verificare, esaminare, suggerire atti e svolgere azioni concrete, condivise e idonee al raggiungimento dell’obbiettivo suddetto.
Arci Caccia è convinta che solo attraverso il dialogo e lo scambio di idee si possa costruire un futuro migliore e, per questo, invita tutti gli stakeholder interessati al progetto alla partecipazione al “tavolo aperto”.
Pesaro, 22.11.2018

Il Presidente ARCI CACCIA MARCHE
Gabriele Sperandio


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