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Luca Gironi

Luca Gironi

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Umbria: botta e risposta tra Arci Caccia e le altre associazioni sulla mancata concessione della preapertura

umbriaLa questione della preapertura alla tortora ha scatenato un duro scambio di colpi tra Arci Caccia e le altre associazioni, di cui potete leggere nei comunicati allegati:

 

Umbria: Pre apertura, non è sempre colpa della Regione

Dopo una lunga discussione e molte strumentalizzazioni da parte sia di alcuni politici, che alcune associazioni venatorie, domani la giunta regionale si appresta votare il calendario venatorio per la stagione 2021 2022, nonostante gli sforzi fatti sia dai funzionari, dai tecnici della Regione Umbria e dall’Assessore Roberto Morroni, ai quali va il nostro ringraziamento e l’apprezzamento per il lavoro svolto, i quali si sono impegnati fino all’ultimo per poter trovare una soluzione e consentire una giornata caccia alla tortora in pre apertura, per la stagione che si appresta ad iniziare.

Già si sapeva da tempo, tanto che, con nota del 22 marzo 2021, il Ministero ha comunicato alla Regione che sulla base del mancato accordo sul piano di gestione, la specie non potrà essere inclusa nei rispettivi calendari venatori.

Pertanto le strumentalizzazioni sulla questione, sono il segno evidente che si è perso di vista l’obbiettivo e si continua a cercare il colpevole per il fallimento delle politiche venatorie di alcune associazioni, le quali hanno peccato anche nel divulgare una corretta informazione verso i cacciatori.

Per fare chiarezza, in data 20 maggio la Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome ha comunicato il parere favorevole all’accordo sul Piano di gestione della tortora a condizione che venga prevista la possibilità di esercitare il prelievo della specie in preapertura per un massimo di 3 giornate (con carniere giornaliero di 5 capi e stagionale di 15 capi), tale indicazione non è stata recepita in nessun atto ufficiale del Ministero, pertanto ad oggi non esistono gli strumenti per poter inserire in pre apertura la tortora.

Il confronto europeo sulla Tortora selvatica è iniziato con lo sviluppo di un Meccanismo di Prelievo Adattativo (Adaptive Harvest Management Mechanism-AHMM), quale strumento per assicurare che il prelievo venatorio sia sostenibile e in pieno accordo con i dettami della Direttiva.

Il successo di questi Piani dipende dall’impegno degli Stati membri, che sono in ultima analisi responsabili per le decisioni sulla caccia in accordo con le loro legislazioni nazionali.

Data la fenologia della specie il modello viene sviluppato per le due rotte di migrazione principali (Flyway occidentale che comprende la penisola iberica, la Francia e due regioni italiane, Piemonte e Liguria e la Flyway orientale, con tutta l’Europa centrale, i Balcani e le restanti regioni italiane).

Per entrambe le Flyway si è svolto un approfondito dibattito sulle migliori scelte gestionali, fra cui la proposta di moratoria temporanea della caccia e l’opzione sostenuta dall’Italia di consentire un prelievo rigidamente controllato, a condizione che siano attuate misure per il miglioramento ambientale, una efficace vigilanza del prelievo e un costante monitoraggio dei carnieri, senza questi requisisti non è ipotizzabile nessun meccanismo di prelievo

I workshop che si sono svolti hanno portato alla conclusione che per le due Flyway andranno valutati in termini di rilevanza territoriale i miglioramenti ambientali, la consistenza dei carnieri e le misura di vigilanza e controllo; in particolare per la Flyway orientale, più rilevante per l’Italia, l’orientamento è stato proposto lo scenario che prevede una riduzione dei carnieri di caccia del 50% rispetto a quanto riportato dagli Stati membri. A questo scopo il prelievo venatorio andrà subordinato alla preventiva realizzazione delle tre citate condizioni. Anche per la Flyway occidentale, nel caso di attività venatoria, si prevedono le medesime pre-condizioni.

Pertanto al fine di poter proseguire con il prelievo della tortora seppur in forma limitata dovremmo comunque rispondere alla richiesta della Comunità Europea, facendo riferimento alla situazione di oggi, rispondendo alle tre condizioni di base per poter continuare il prelievo venatorio, miglioramenti ambientali, vigilanza e monitoraggio dei carnieri.

Una politica venatoria corretta deve saper costruire le basi per il futuro, lavorando in accordo con le istituzioni per l’applicazione del piano di gestione e per l’applicazione di corretta gestione ambientale.

Non perdiamo ancora una volta l’occasione per giungere ad una corretta gestione delle specie oggetto di caccia, iniziamo a lavorare fin da subito con Regione ed ATC i quali tornino ad essere il centro vitale della gestione e non l’oggetto di strumentalizzazioni, per mettere in campo tutte quelle azioni necessarie compresi i miglioramenti ambientali, che sono la partita più importante da giocare per il mondo venatorio e che saranno sicuramente utili anche per altre specie, riprendiamo da subito il dialogo con la Regione perché venga ripristinata la vigilanza venatoria ed informiamo correttamente i cacciatori sull’utilizzo del tesserino venatorio e l’importanza che esso riveste.

Solo se sapremo cogliere le occasioni che ci vengono poste e non solamente subire limitazioni, potremmo difendere la caccia di domani. Le politiche Europee sono anni che oramai sono orientate verso la conservazione di Habitat ed ecosistemi e fauna mettendo a disposizione degli stati membri risorse economiche importanti, solamente mediante un’azione sinergica che veda uniti tutti i portatori d’interesse potremmo dare un futuro alla caccia.

Noi ci siamo!

Arci Caccia Umbria

Comunicato stampa congiunto Federcaccia, Liberacaccia, Enalcaccia ed ANUU migratoristi:

Arcicaccia contro i cacciatori, con quale fine?


Non ci piace infierire e non avremmo mai voluto scrivere contro una nostra sorella di passione, ma visto che la provocazione è forte e diretta a questo punto non è possibile tacere davanti alle affermazioni del presidente regionale dell’Arcicaccia Bennati.
Abbiamo taciuto il fatto che si sia presentato in consulta venatoria affermando che non conosceva la questione dei valichi, sulla quale istituzione non si è opposto insieme a noi. Abbiamo taciuto che sempre lui era apertamente per il rispetto del regolamento e quindi per il pagamento dei danni da cinghiale da parte dei cacciatori. Avremmo taciuto che pure nella consulta venatoria del 2 agosto di fatto il presidente regionale ARCICACCIA ha accettato di buon grado sia la chiusura dei tre valichi che la bocciatura della preapertura. Ma che poi Bennati si spinga ad attaccare le altre associazioni lo riteniamo comico.
Nessuna delle scriventi Associazioni venatorie ha fatto falsa informazione, non è nostro interesse strumentalizzare né tantomeno farne una battaglia politica, abbiamo congiuntamente chiarito le nostre posizioni da subito con documenti condivisi dopo la prima bozza della Regione. Precisiamo che poi, in data 23 luglio 2021, tutte le associazioni venatorie nazionali, compresa Arcicaccia, hanno inviato a tutti gli uffici caccia regionali, compresa l’Umbria, la richiesta chiarissima di introdurre la specie tortora in calendario, con riduzione di prelievo in base alla media degli abbattimenti degli ultimi anni, insieme a una riduzione delle giornate di caccia. Una lettera pervenuta per conoscenza a tutte le Associazioni regionali con tanto di firma dell’Arcicaccia nazionale.
Ora, dopo che gran parte delle regioni italiane stanno introducendo la tortora nei calendari grazie a queste indicazioni nazionali, emerge ciò che alcune associazioni hanno sollecitato da svariati mesi, ossia che i tesserini venatori umbri non vengono letti da anni quindi non ci sono dati. Per non parlare del ritardo dei tesserini di anno scorso.
E’ molto grave che si cerchi di scaricare sui cacciatori e sulle AV questa colpa e che la Regione Umbria non abbia letto i tesserini venatori, nonostante che le associazioni venatorie hanno distribuito, raccolto, conservato e reso disponibili i tesserini compilati, il tutto in maniera totalmente gratuita.
Tutte le associazioni erano assolutamente in accordo per la tortora e contro la chiusura dei valichi, ad eccezione dell’ARCI, ma risulta altrettanto innegabile che tra le motivazioni, per cui la possibilità di inserire la tortora è preclusa, sono inadempimenti della Regione Umbria.
Senza cercare colpevoli che ormai a poco serve, ci sembra opportuno avviare da subito un percorso che risolva queste mancanze e che ci porti prima possibile a riacquisire la tortora tra le specie cacciabili, con particolare attenzione ai piani colturali agricoli consoni alla sua alimentazione che sappiamo essere prevalente di girasoli.
Così si aiutano gli animali selvatici e chi li preleva in maniera equilibrata e non con posizioni contrarie alla caccia e ad una parte dei cacciatori, della quale purtroppo Bennati pare addirittura si vanti, con quale fine e mirando a quale futuro?

 

Umbria: il Presidente Bennati risponde alle esternazioni dei Presidenti delle altre associazioni venatorie

Replico alle Associazioni venatorie che mi accusano di essere contro i cacciatori, ricordando a loro che si ergono a paladini della caccia, che le stesse nelle consulte faunistiche hanno acconsentito che in assenza del piano di gestione nazionale della tortora non era opportuno procedere con la pre apertura per non mettere a rischio il calendario venatorio.

Allora mi chiedo se ha senso strumentalizzare certe questioni, Arci Caccia si è sempre resa disponibile al confronto, se poi non ci siamo trovati in accordo perché evidentemente il populismo venatorio non ci interessa, noi abbiamo cercato di spiegare correttamente ai cacciatori, fin dal mese di marzo quale era lo stato dell’arte, dicendo chiaramente che eravamo d’accordo ad inserire la tortora in pre apertura se prima dell’approvazione fosse stato emanato il piano di gestione nazionale, come dimostrano anche i documenti inviati alla Regione, ma che in assenza del piano nazionale non sarebbe stato opportuno esporre il calendario venatorio ad eventuali ricorsi che sicuramente avremmo perso.

Chiedere una stagione venatoria che abbia solide certezze non credo che significhi avere posizioni contro i cacciatori, anzi a noi interessa che i cacciatori abbiano la certezza del diritto e non l’incertezza.

Non è certo Arci Caccia che intende togliere la possibilità di prelevare la tortora ai cacciatori umbri, noi crediamo la caccia si difende con scelte concrete e non strumentali, la tortora per essere cacciata, come tutte le altre specie cacciabili, ha bisogno di una corretta gestione che dovrebbe essere la base di partenza per farsi, che il prelievo possa proseguire anche nei prossimi anni.

Sappiamo benissimo tutti, che le indicazioni della cabina di regia nazionale non trovano applicazione uniforme in tutte le Regione d’Italia, in Umbria non esistono ripristini ambientali, in quanto non si è mai dato seguito all’applicazione del Piano Faunistico Venatorio Regionale 2019-2023, con l’abolizione delle Province è scomparsa la vigilanza venatoria, sicuramente per mancanza della Regione non abbiamo le letture dei tesserini venatori per stabilire il contingente prelevabile, la presenza di questi tre requisiti avrebbe consentito l’inserimento della tortora in pre apertura per mezza giornata, di fronte a tutto questo chi si sarebbe dovuto assumere la responsabilità di inserire la tortora nel calendario venatorio?

Il ruolo della Associazioni venatorie, in questo caso mi riferisco ai rispettivi comitati nazionali dovrebbe essere quello di fare pressione verso il Ministero della Transizione ecologica per l’approvazione dei piani di gestione delle specie in declino, che ricordiamo oltre la tortora ci sono anche pavoncella e moriglione e una volta emanati vigilare per la loro corretta applicazione, ne abbiamo bisogno come mondo venatorio e non solo, non certo la vendita della tessera associativa sottocosto se provieni da un’altra associazione.

Ricordo ai Presidenti delle Associazioni venatorie che nel lontano 2015, ci siamo opposti al regolamento che prevedeva il pagamento dei danni causati dai cinghiali ai cacciatori iscritti alle squadre.

Ci siamo opposti al commissariamento degli ATC perché la questione era puramente strumentale, in quell’occasione avremmo dovuto agire nei confronti della Regione, per giungere alla modifica del regolamento N.5, non certo nei confronti dell’ATC, i quali per delega Regionale si ritrovano a dover applicare un regolamento sciagurato, capisco che le promesse ricevute in campagna elettorale e non mantenute dal politico turno, più volte richiamate anche durante le consulte faunistiche da alcuni dirigenti, hanno portato scontento nelle stesse associazioni che oggi si trovano smarrite.

Circa la questione dei valichi montani, i presidenti hanno la memoria corta, perché ho sottoscritto la lettera insieme a loro, concordando che era inopportuno inserire i valichi montani solo nella parte Umbra, riguardo la mia ammissione riportata nella nota stampa, è vero non ero al corrente che la regione negli anni 2011-2017 aveva realizzato il monitoraggio dei valichi montani come previsto dalla Legge 157/92, mi sembra evidente che sia sfuggito anche ai miei attentissimi colleghi, in quanto lo studio è riportato nel Piano Faunistico approvato nel 2019 e non mi risulta che siano state presentate osservazioni in merito se non al momento in cui la Regione ha dato attuazione al Piano Faunistico, credo che non sia qualificante per certi dirigenti venatori motivare l’opposizione ai valichi montani dicendo che “non potrà più mangiare salsicce in quei luoghi”, è questo il modo in cui si intende difendere la caccia? è questo il modo di difendere i cacciatori? Cosi le Associazioni venatorie che mi accusano, vogliono recuperare il loro ruolo? Chiedo per un amico.

Se la nota è stata recepita come una provocazione, significa che ha sortito l’effetto sperato, sperando che la stessa sia recepita come l’inizio di un percorso costruttivo, abbandonando i populismi e aprire una stagione di riforme che servono realmente alla caccia e ai cacciatori, lo dobbiamo ai cacciatori, cosi riaffermeremo anche il ruolo politico che ci spetta.

Continuiamo ad essere disponibili al dialogo con l’idea che la caccia di domani sia sostenibile e compatibile con le esigenze di conservazione della fauna selvatica e che la stessa venga percepita dalla società come una attività utile al paese, in grado di salvaguardare la fauna e l’ambiente.

 

Emanuele Bennati

Presidente Regionale Arci Caccia Umbria

Umbria: il punto di vista di Arci Caccia sui chiusini e la selezione al cinghiale

arcicaccia logo co1IL PUNTO DI VISTA DI ARCI CACCIA UMBRIA SUI CHIUSINI E LA SELEZIONE AL CINGHIALE……..

In questi ultimi 10 anni, abbiamo cercato di dare un contributo fondato sulle le nostre idee di gestione in merito alla questione Ungulati in generale ed particolare sul Cinghiale, lo abbiamo fatto con la passata amministrazione e abbiamo continuato a farlo con l’attuale.

Un caso, che non chiameremo “Problema”, perché già da tempo sosteniamo che il cinghiale si può trasformare da problema risorsa per i territori sia dal punto di vista economico che dal punto di vista alimentare.

Al contrario di ciò che con grande ipocrisia oggi fanno vari soggetti che ancora una volta scorgono l’opportunità di trarne vantaggio per pochi a scapito di tutti, riempendosi la bocca, in maniera populistica, gridando al lupo al lupo, salgono alla ribalta dei media con la bandiera del problema Cinghiale, solo oggi se ne accorgono?

Noi diciamo BASTA …!!! Basta con gli spot, basta con i personalismi, basta cercare sempre qualcuno a cui addossare delle responsabilità per scelte che si sarebbero potute fare tutti insieme anni indietro, ma nessuno ha avuto il coraggio di decidere..

Che saremmo arrivati a questo punto, già lo si sapeva da oltre 10 anni… sarebbe stato sufficiente guardare ed analizzare i dati, scientifici – biologici e storici di questa specie, che ha visto l’aumento enorme del proprio areale boschivo e marginale, lo spopolamento della medio alta collina, il continuo taglio dei boschi che in parte riducono la presenza di frutti all’interno dei boschi stessi, le variazioni climatiche con l’aumento delle temperature, e il cambiamento delle tecniche agricole, ha creato condizioni estremamente favorevoli a questa specie, in più agevolata da una “inesistente Pianificazione Territoriale e Gestionale” sia del Governo centrale che regionale, spesso lasciata alle decisioni del politico di turno, ignaro ed ignorante, suo malgrado degli effetti che tali scelte avrebbero potuto causare.

Non vogliamo neanche dimenticare lo stato di incuria ed “abbandono” in cui vertono le zone limitrofe ai centri abitati, senza manutenzione alcuna, complici anche azioni totalmente sbagliate di cittadini ignari che continuano a foraggiare gli animali selvatici.

Ecco questi FATTI, ed altri ancora.. che come ripetiamo, più e più volte abbiamo portato nei tavoli istituzionali, senza essere mai presi in considerazione, in quanto associazioni più grandi che si sarebbero dovute assumere la responsabilità di gestire hanno fatto spallucce voltando le spalle ad un problema che oggi è diventato una emergenza sociale.

Ancora una volta, senza abbandonare la speranza che le cose possono cambiare, vogliamo portare ancora una volta il nostro contributo al tavolo della discussione per imboccare la finalmente la strada che ci porti ad una gestione corretta della specie cinghiale.

Frutto di un confronto costante tramite con specialisti, tecnici, zoologi, unici esperti in materia ed insieme ai cacciatori tutti che operano sul territorio, si è giunti alla conclusione che solo una vera gestione e la programmazione di una serie di interventi da attuare nell’immediato, ed altri nel medio e lungo termine, possono porre rimedio alla continua espansione del cinghiale, avendo bene a mente che il solo fucile non può risolvere il problema.

Non ci siamo fermati alle parole, ma abbiamo fornito una concreta di gestione dei conflitti faunistici la quale giace dimentica nei cassetti della Regione, la quale non mai stata portata sui tavoli di discussione. Sicuramente non la soluzione, ma un punto da cui partire difronte al nulla assoluto.

Non vogliamo inutilmente fare una polemica, ma abbiamo il dovere di dire che quanto messo in campo frettolosamente, (su pressioni specifiche delle associazioni agricole … ed in parte a ragione .. e non solo) dalle Istituzioni, ci lascia nuovamente perplessi, sia come cacciatori.

Come Associazione che più volte abbiamo tentato di coinvolgere sia le associazioni agricole che venatorie e anche ambientaliste, alle quali rimproveriamo di non aver voluto dialogare e di essersi disinteressate nel mettere in campo azioni che magari oggi avrebbero già dato risultati tangibili.

In quest’ultimo periodo, la Regione ha messo in campo frettolosamente una serie di azioni a partire dalla caccia di selezione, l’utilizzo di trappole e recinti di cattura, interventi immediati degli agricoltori dopo quattro ore dalla segnalazione del danno, in maniera del tutto disarticolata, senza una pianificazione precisa, provvedimenti spot che molto spesso vanno in contrasto con norme e regolamenti.

L’introduzione della caccia di selezione o l’utilizzo di gabbie chiusini non sono l’unica soluzione al problema se non si ha bene a mente quale è l’obbiettivo da raggiungere.

La gestione deve essere composta di tante azioni da mettere in sinergia e per ognuna delle quali occorre definire quale è il fine.

La caccia di selezione dovrebbe avere la funzione di ricondurre la popolazione entro un corretto rapporto di classi di sesso e classi di età.

Le gabbie e i chiusini dovrebbero avere la funzione di rimuovere parte della popolazione in tutte quelle aree dove la stessa ha raggiunto livelli insostenibile per l’ambiente, in particolare nelle aree protette e in tutte quelle aree dove la specie dovrebbe essere eradicata cosi come previsto dai vari piani,

Il contenimento della specie ai sensi dell’art.19 della 157 dovrebbe avere la funzione di controllare la popolazione e di intervenire quando si presentano situazioni di conflitto con le attività agricole.

Una serie di provvedimenti messi in campo senza pianificazione che in lasciano molti interrogativi aperti alimentando polemiche e critiche, ci sono aspetti fondamentali che riguardano l’utilizzo delle gabbie e dei chiusini, sul come devono essere realizzati, con che materiali, che dimensioni, chi li controlla, come vengono stabulati, come devono essere abbattuti, come devono essere trasportati e dove, chi può vendere vendere, il privato oppure è la Regione, essendo la fauna patrimonio indisponibile dello stato?

In tutto ciò non si è mai affrontato nei tavoli di discussione il tema fondamentale della prevenzione e la protezione delle colture agricole, le quali nelle zone dove si riscontrano maggiori danni è oramai dopo anni di dati raccolti lo sappiamo benissimo, devono essere protette con l’utilizzo di recinzioni elettriche, dissuasori, utilizzo di repellenti nella semina, il tutto affinchè il conflitto venga prevenuto anziche cercare di rimuoverlo. Sono mancanti tutta una serie di interventi ambientali e gestionali del territorio, interventi mirati e necessari a rimuovere zone di rifugio nelle aree dove non è prevista la presenza del cinghiale, ripristinare habitat e realizzare colture a perdere lontane dalle aree a coltivazione intensiva nella media e alta collina.

Tutte domande importanti che oggi sono senza risposta e rischiano con l’ennesima azione messa in campo in fretta e furia, senza una pianificazione e programmazione gestionale a lungo termine, di fallire miseramente, facendo apparire tutti quanti incapaci ed incompetenti in una materia. La gestione del cinghiale non può essere lasciato nelle mani di apprendisti stregoni, ma deve essere affrontato con serietà, al fine di conseguire un risultato.

La Regione non si può sottrarre alle proprie responsabilità delegando compiti e funzioni che le spettano per legge, la cabina di regia deve essere l’osservatorio faunistico, in una partita cosi delicata non è più pensabile che si scarichino colpe e responsabilità sugli ATC.

Proprio per il rispetto che la nostra associazione nutre per gli agricoltori e per l’ambiente, siamo a chiedere di rivedere tutto l’impianto normativo regionale e soprattutto, non trovarsi tra un anno a discutere sempre del solito cinghiale, allora si sarà un vero problema, perché vedrà i cacciatori vessati e disamorati, non più disponibili, naturalmente con il fallimento completo della Politica e della gestione, fallire nuovamente, significa mettere in crisi l’intero sistema caccia.

Ripartiamo da subito con un dialogo serio tra tutte le parti e quando diciamo tute le parti intendiamo, la regione capofila, le associazioni venatorie ed agricole, ma anche quelle ambientaliste che non possono solo rimanere a margine e criticare ogni azione messa in campo, ma che loro si rendano disponibili con proposte attuabili, nell’elaborazione di un vero piano di gestione che sia lungimirante

 

QUESTO E’ IL NOSTRO PUNTO DI VISTA

CALABRIA. LA POSIZIONE DI FIDC SUL CALENDARIO VENATORIO

federcacciaNella seduta della Consulta Faunistico-Venatoria del 6 Agosto è stato illustrato il calendario venatorio per la imminente stagione, che andrà in approvazione nella seduta di G.R. del prossimo 11 Agosto. In attesa di conoscere il testo ufficiale della Delibera, le prime osservazioni di Federcaccia Calabria al Calendario ed alla Vinca Reggio Calabria, 7 agosto 2021 – Nella giornata di ieri, 6 Agosto, si è riunita la Consulta Faunistico-Venatoria, con all’Ordine del giorno la definizione del Calendario Venatorio per la stagione 2021/22.

In attesa dell’approvazione da parte della Giunta Regionale – che dovrebbe, come riferito dall’Assessore Gallo, avvenire il prossimo 11 Agosto – Federcaccia Calabria, al netto di alcune inopinate limitazioni su alcune aree ZSC della Rete Natura 2000, ritiene nel complesso quello illustrato un ottimo Calendario, per alcuni aspetti anche migliorativo rispetto a quello dello scorso anno, in linea con quanto proposto in sede di Consulta da Federcaccia unitariamente alle altre Associazioni Venatorie Calabresi (Libera Caccia, Enalcaccia, ArciCaccia, ANUUMigratoristi, Italcaccia). Si sottolinea positivamente infatti, come il calendario ricalchi sostanzialmente la proposta abbondantemente discussa e analizzata in sede di Consulta Faunistico-Venatoria.
In particolare si segnalano; le 5 giornate di preapertura, fissate nei giorni 1, 4, 5, 11 e 12 settembre, che vedranno consentita nelle prime due il prelievo della tortora per mezza giornata (in linea con le ultime disposizioni nazionali e comunitarie) e la possibilità dell'utilizzo dei cani da riporto per il recupero dei capi abbattuti in tutte e 5 le giornate. Il prelievo della quaglia anticipato nelle giornate dell’11 e 12 settembre con l’ausilio per quelle giornate del cane da ferma e cerca oltre che da
riporto. L’apertura generale fissata al 19 di settembre e la chiusura il 10 febbraio 2022. Il mantenimento fra le specie cacciabili della pavoncella.
Per quanto riguarda l’addestramento e allenamento cani questo sarà consentito già dall’approvazione del calendario fino al 12 settembre, eccezion fatta, come è ovvio, nelle giornate di preapertura sopra richiamate.
In riferimento alla VINCA, con effetto sulle Aree della Rete Natura 2000, si stigmatizza un approccio sproporzionato e ingiustificato nell’inibire alla caccia ben 15 ZSC sul territorio regionale:
5 in provincia di Cosenza, 2 in provincia di Crotone, 1 in provincia di Vibo, 5 in provincia di Reggio Calabria, cui si aggiungono in provincia di Catanzaro i Laghi La Vota, che si trovano peraltro in stato di inquinamento per mancanza di ricambio idrico e per questo verificheremo le attività poste in essere dall’Ente o soggetto gestore.
Il divieto assoluto di caccia in aree ZSC non trova giustificazione, considerando che tali zone sono designate ai sensi della direttiva Habitat, che non riguarda gli uccelli, e non sono riportate nelle motivazioni quali influenze negative avrebbe l’attività venatoria sugli habitat o sulle specie animali diverse dagli uccelli. Anche l’analisi dell’elenco delle ZSC inibite non riporta elementi tecnici che supportino il divieto di caccia, mentre troviamo singolare la prescrizione di divieto di caccia alla tortora, considerando che le decisioni a livello europeo non hanno dato alcuna indicazione in tal senso, ma la riduzione del prelievo.
Sulla inibizione di queste aree e su qualche altra limitazione a nostro giudizio altrettanto ingiustificata, abbiamo chiesto che l’Assessorato e il Dipartimento alla caccia garantiscano l’approvazione del Calendario e al contempo provvedano a chiedere un riesame del procedimento di Valutazione di incidenza ambientale al fine di recuperare in tutto o in parte le inibizioni e/o limitazioni, operate dal Dipartimento Ambiente.
Federcaccia sul punto, come propria opera costante, farà pervenire ulteriori osservazioni e/o proposte di soluzione alla problematica.
Al netto delle comunque limitate inibizioni, si preannuncia quindi un calendario sostanzialmente equilibrato, che risponde alle attese generali e che soprattutto ha tenuto conto dei risultati scaturiti dai tavoli di confronto e concertazione.
Rimandiamo una più dettagliata disamina dei diversi articoli in un commento a ufficializzazione avvenuta.


Federcaccia Calabria

Toscana: la Consulta conferma l'impostazione dei provvedimenti della Regione sulla deroga dello storno e sul controllo degli ungulati nelle aree protette

toscana log territorioControllo ungulati, la Consulta conferma: impostazione regionale elemento di tutela

La Corte Costituzionale conferma l'impostazione legislativa della Regione Toscana sugli interventi di controllo degli ungulati nelle aree protette e sul prelievo dello storno in deroga per la salvaguardia delle colture agricole come olivi, viti e frutta.

"C’è un doppio motivo di soddisfazione – commenta la vicepresidente e assessora all’agroalimentare Stefania Saccardi - per questa decisione dei giudici costituzionali. Prima di tutto perché sarà possibile in questo modo continuare ad assicurare risposte puntuali al mondo agricolo toscano, particolarmente colpito dalla crisi economica causata dalla pandemia. E poi anche per i risvolti positivi che la sentenza potrà avere a livello nazionale, ponendo la Toscana come regione capofila nel cercare di risolvere criticità legate alla fauna e all'impatto che questa ha sull'agricoltura e sull'ambiente".

Il governo nazionale aveva sollevato la questione di legittimità degli articoli 24 e 30 della legge 61 della Regione Toscana15 luglio 2020 "Gestione e tutela della fauna selvatica sul territorio regionale. Modifiche alla l.r. 3/1994" adducendo obiezioni di incostituzionalità nella parti inerenti al controllo degli ungulati nelle aree protette, in quanto norma invasiva della competenza statale esclusiva in materia di tutela ambientale. La Regione Toscana con la modifica di legge aveva infatti previsto che nei parchi regionali e nelle aree protette il soggetto gestore adottasse piani di controllo degli ungulati che dovevano tenere conto delle densità sostenibili e degli effettivi danneggiamenti alle coltivazioni agricole, anche limitrofi ai propri confini e ai boschi. In caso di inadempienza e in presenza di danni alla produzione agricola, anche nelle aree limitrofe, la Giunta regionale interveniva ai sensi dell’articolo 37 della legge 61

La legge era sta impugnata anche nella parte in cui la Regione Toscana specificava che il limite al prelievo delle specie in deroga, come ad esempio lo storno, non si cumula con il numero totale di altri capi di fauna migratoria.
La Corte Costituzionale ha riconosciuto invece che il controllo degli ungulati nelle aree protette non comporta un abbassamento del livello di tutela ambientale prescritto dal legislatore statale, ponendosi, anzi, in un’ottica di maggiore garanzia della conservazione degli equilibri complessivi dell’area protetta che includono la presenza dell’uomo.
Inoltre, a fronte dell’inadempienza del soggetto gestore del parco relativamente all’attività di controllo degli ungulati, ha osservato che il legislatore regionale è opportunamente intervenuto, tutelando così sia gli equilibri ecologici all’interno delle aree protette, sia le produzioni agricole nelle aree limitrofe, gli uni e le altre compromesse dall’eccessiva proliferazione dei cinghiali.

La Consulta ha chiarito infine anche la non cumulabilità delle specie in deroga con il carniere giornaliero delle altre specie migratrici.

 

Arci Caccia fa quattro chiacchiere con Renata Briano, neopresidente del Comitato Scientifico di Fondazione Una

Fondazione Una rinnova i suoi organismi e al vertice del suo Comitato Scientifico troviamo con piacere una vecchia conoscenza del mondo venatorio: Renata Briano, dottoressa in Scienze Naturali, ex Assessore alla Caccia della Regione Liguria, ex Parlamentare Europeo, sempre molto attenta alle istanze di tutto il mondo rurale, fino a svolgere il ruolo di Vicepresidente dell’Intergruppo Biodiversità, ruralità e attività venatoria del Parlamento Europeo. L’abbiamo raggiunta telefonicamente e le abbiamo rivolto alcune domande, utili a capire meglio cosa farà da ora in avanti la Fondazione:

Buonasera Renata, finalmente una donna ai vertici di un’importante fondazione legata al mondo rurale. Cosa cambierà in Fondazione Una con il tuo arrivo?

Fondazione Una, indipendentemente dalla mia figura, ha deciso di rafforzarsi in questa fase del suo cammino. Dopo un primo periodo di crescita e di lancio di progetti che hanno dato risultati positivi ha deciso di cambiare puntando molto sul Comitato Scientifico, organismo composto da persone di grandissima professionalità e, cosa molto interessante, provenienti da mondi diversi tra di loro che dobbiamo portare a collaborare. Abbiamo esperti di natura, che lavorano nei parchi o fanno ricerca in università, esperti di economia che possono aiutare a capire qual è l’impatto dell’attività venatoria sul tessuto produttivo ed esperti di alimentazione, in larga parte provenienti da Slow Food. Quindi, quello che sicuramente in qualche modo cambia è il ruolo del Comitato Scientifico. Io ci metterò tutto quello che posso della mia esperienza, sia a livello politico che scientifico, visto che, il lavoro che ho fatto prima della politica era un lavoro di ricercatore universitario in ambito faunistico. Perché il messaggio che Una vuole portare avanti è essenzialmente politico, dove in qualche modo la natura e la difesa della biodiversità sono al centro e in questo, l’attività venatoria ha un ruolo fondamentale. Ovviamente, quella praticata dal “cacciatore gestore” moderno, proiettato verso il futuro. Il Comitato scientifico dovrà creare anche nuovi rapporti, farsi conoscere, aiutato dal vicepresidente Veneziano e dai delegati territoriali e per raggiungere questo risultato verranno coinvolti ATC e CA che dovranno farci da portavoce dove la nostra penetrazione risulta più debole. Per fare questo, ci sono stati degli innesti importanti, tra cui giovani che dovranno occuparsi di molte cose, tra cui la comunicazione, che una delle parti più importanti del progetto.

Fondazione Una portava avanti numerosi progetti che, purtroppo, in questi due anni, come il resto del mondo, hanno dovuto fermarsi. Come avverrà o sta avvenendo la ripartenza?

L’idea è quella di ripartire con i progetti in modo anche più attivo di prima, perché, per esempio, tutto il lavoro sulla filiera del cinghiale fatto in provincia di Bergamo, con la collaborazione dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha bisogno di essere esteso secondo le indicazioni del nostro referente Barbero. Questo processo, però, ha bisogno di riunioni in presenza e confronto, così come altre iniziative, ad esempio quelle che impegnano i cacciatori nel recupero degli ambienti e nella pulitura di boschi e sentieri. Speriamo che le vaccinazioni ci aiutino a ripartire con le iniziative e le fiere. A settembre, pandemia permettendo, parteciperemo a Futura, la grande fiera dell’economia circolare che si svolgerà a Brescia. Un’occasione per portare il nostro messaggio fuori dal mondo venatorio.

La Fondazione ha un compito davvero arduo, fare il proprio lavoro di associazione di tutela ambientale e al contempo far emergere il ruolo di gestore del mondo venatorio nella società civile. Come si può riuscire a portare a casa questo risultato?

Ci si può riuscire, ad esempio, cercando di sviluppare al meglio la comunicazione perché io credo che nel passato, forse, il cacciatore si è un po’ parlato addosso e adesso è ora di cambiare. Occorre uscire dai soliti luoghi fisici e virtuali e parlare su altri palcoscenici che sono più comuni al mondo animalista a cui è dato sempre molto, forse troppo, spazio. Qualche giorno fa ho parlato a una radio con un target che parla ai giovani. Mi hanno intervistato due giornaliste, una che conosceva la caccia di selezione e la sostenibilità ambientale di questa attività; l’altra, invece, era vegetariana e quindi di fatto già un po’ contraria. Abbiamo fatto insieme un ragionamento e, pur riconoscendo che “è meglio mangiare un cinghiale che un maiale di allevamento intensivo”, a loro detta per chi è vegetariano continua ad essere meglio avere una dieta vegetale. A questo ho risposto che, proprio l’agricoltura, che produce le verdure, è in profonda crisi per la presenza del cinghiale che ancora non è gestito in modo sufficiente; il tutto cercando di far loro capire anche queste contraddizioni. È stato un modo per parlare ad altri mondi, perché occorre pubblicizzare tutte le azioni positive che i cacciatori fanno per l’ambiente, come primi difensori della biodiversità e avversari del bracconaggio. Perché non ci scordiamo che l’Europa dice che la perdita di biodiversità ha molte cause, principalmente l’agricoltura intensiva, la cementificazione e l’inquinamento, ma non la caccia, perché questa è regolata in modo da essere sostenibile. Infatti, il prelievo su una specie viene fatto se è in salute, mentre se è in crisi la si chiude. Inoltre, il mondo venatorio deve essere netto nella condanna del bracconaggio, senza timidezze, e occorre evitare di spettacolarizzare il carniere. Mi ricordo che mio padre, ex cacciatore, trovava soddisfazione nel lavoro del cane, nel contatto con la natura, mentre l’abbattimento della preda per lui era l’ultima cosa.

In questa prima parte dell’anno, alcune associazioni semisconosciute hanno avviato campagne referendarie contro la caccia. Cosa ne pensi?

Briano Fondazione UnaSono sicuramente contraria allo svolgimento di referendum pro o contro la caccia, perché si tratta di una materia molto complessa, su cui è necessario ragionare e confrontarsi, cosa che non può riuscire dicendo si o no a un quesito. Penso, inoltre, che noi abbiamo una legge sulla caccia che è stata costruita con grande abilità, cercando di mettere insieme e far collaborare tutti gli attori, garantendo una grande democrazia nella gestione di questa attività. E’ chiaro che sia una legge che si può migliorare ma, piuttosto che abrogarla, o modificarla in modo sbagliato, sicuramente è meglio lasciarla com’è. Credo che questi referendum, tra l’altro, abbiano scopi diversi dall’abolizione della caccia, scopi più politici, tanto che molte associazioni ambientaliste nazionali ne hanno preso le distanze.

La Fondazione è un luogo di sintesi a cui contribuiscono portatori di interesse molto diversi tra loro. Non sarebbe auspicabile arrivare ad un confronto permanente tra i mondi venatorio, agricolo e ambientalista?

Sarebbe importantissimo e bisogna creare un percorso che arrivi a questo risultato. Occorre fare azioni comuni, concordate anche con quella parte di mondo che magari non è così favorevole alla caccia e bisogna fare tutto con molta umiltà. Occorre far capire ad agricoltori ed ambientalisti che i cacciatori sono fondamentali se si vuole fare la gestione di molte specie ma anche se vogliamo tenere un po’ di attività nell’entroterra. Come ci dice Cioppi, l’esperto economico del Comitato Scientifico, dietro la caccia c’è un’economia che rafforza alcuni territori che per me sono fondamentali e che non sono le città ma nelle aree marginali. E caccia, pesca e raccolta dei funghi portano persone, e quindi economia, nelle trattorie, nei ristoranti, nelle affittacamere di luoghi dove c’è un gran bisogno di lavorare. Inoltre, vanno affrontati e risolti nodi divisivi come il bracconaggio, ma anche il problema causato dall’esubero numerico di alcune specie. E ciò va affrontato con coraggio da tutti, compresa la politica, che spesso su temi divisivi come la caccia tende a svicolare.

Arci Caccia, a settembre, celebrerà il suo Congresso Nazionale e ha prodotto un corposo documento tecnico politico. So che hai avuto modo di leggerlo, che ne pensi?

Direi che il vostro più che un documento è un manifesto. Il manifesto del cacciatore paladino dell’ambiente, quello che poi, diciamolo, è l’obiettivo e il motto della Fondazione Una. La vostra visione è decisamente avanti e credo che ci sia voluto coraggio per parlare ai cacciatori in questo modo perché, forse, non tutti sono ancora pronti a ricevere questo tipo di visione. Io sono assolutamente d’accordo con tutti i punti contenuti nel testo, scritto, tra l’altro, molto bene, con grande equilibrio, che trovo assolutamente in linea con il pensiero portato avanti dalla Fondazione. Questo fa ben sperare che la collaborazione possa continuare non solo con Arci Caccia ma anche con le altre associazioni. Perché credo che ci sia bisogno di un forte dialogo con tutte le categorie ma anche tra le associazioni venatorie perché, comunque, la caccia è un settore che sta perdendo numeri e, l’ultima cosa, di cui c’è bisogno sono le guerre intestine.

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